Storie sospese – 7

Forse è accaduto anche a voi di svegliarvi una mattina e di non fare in tempo ad aprire gli occhi che subito un pensiero importuno si insinua nella testa.
E’ come se fosse rimasto in agguato per tutta la notte dietro le palpebre chiuse e approfittasse ora di quel loro primo disserrarsi per invadere la mente. Adesso è lì, e non si farà scacciare tanto facilmente, anzi reclama con insistenza tutta la nostra attenzione e siamo improvvisamente e disperatamente lucidi e ci arrovelleremo per ore su questo messaggio imprevisto arrivato dai più remoti penetrali della coscienza.   
Fino a qualche tempo addietro, per la verità, a me capitava molto di rado. I miei risvegli erano sempre stati estremamente difficoltosi, il passaggio dal sonno alla veglia avveniva in modo lento e graduale e inoltre, anche dopo aver finalmente aperto  gli occhi, per diversi minuti ancora il mio cervello continuava a  galleggiare in  una sorta di nebbia, che per diradarsi e infine dissolversi aveva bisogno di tempo e dell’aiuto prezioso d’una buona tazza di caffè bollente. 
Da qualche mese, invece, il fenomeno mi si presenta con una frequenza e una regolarità sconcertanti. Quasi ogni mattina, infatti, trovo uno di questi briganti acquattato appena oltre le mie ciglia, pronto ad assalirmi al loro primo sollevarsi ed a costringermi a una immediata e inopinata lucidità.
Oltre a questa straordinaria nitidezza, i pensieri che trovo ad aspettarmi al risveglio hanno in comune anche un’altrettanto poco piacevole caratteristica: sono sempre tristi infatti, e a volte addirittura angosciosi. Rimpianti e ricordi mesti rivissuti con crudele ricchezza di dettagli; atmosfere e ambienti a loro legati ricostruiti con incredibile precisione fin nelle più minute sfumature, per fare in modo che neppure la minima stilla della malinconia  di cui sono impregnati vada perduta: cosa c’è di meglio per iniziare la giornata?
Non c’è modo di evitare questo proditorio assalto, almeno io non ne conosco. L’unica difesa che sono riuscito ad escogitare consiste nel non opporre resistenza al pensiero, nel non rifiutarlo, cosciente del fatto che il suo stesso apparire risponde a una precisa esigenza del mio subconscio che non va contrastata se non voglio che la mia anima si ammali e muoia. Bevo pertanto fino in fondo l’amaro calice e lascio  che la pozione  faccia per intero il suo effetto. Per consolarmi, mi illudo che la medicina, per quanto amara, in fondo mi faccia bene. Del resto, anche l’olio di ricino che ci davano da ragazzi aveva un sapore orribile, ma non si può negare che finisse  per rivelarsi efficace nei confronti del nostro imbarazzo intestinale.
Con questo sistema sono riuscito bene o male a tirare avanti, fino a quando non   

(1999)

Storie sospese – 6

 

Posso precisare con assoluta esattezza il momento in cui decisi di ammazzarlo: erano le undici e dieci di giovedì 5 luglio.

Mandai a compimento quel proposito soltanto quattro mesi dopo, in una fredda sera di novembre. Dovetti aspettare a lungo perché mi ci volle tempo per elaborare un piano e aspettare poi l’occasione propizia, ma quel figlio di puttana era virtualmente morto nel momento in cui i suoi occhi incrociarono i miei in quella torrida mattina estiva e io vidi la gioia maligna che gli riempiva l’anima.

Ma forse è il caso che racconti tutto dal principio

(1998)

Storie sospese – 5

   

Non ce la facevo a starmene in casa, avevo troppo caldo. Le mura si sono surriscaldate con il clima africano che ci ha perseguitato nelle ultime due settimane, e mentre fuori l’aria è già cambiata, all’interno ancora si soffoca. Forse non era solo per il caldo, ad ogni modo di scrivere nemmeno a parlarne e di leggere non me la sentivo, che potevo fare allora? Dovevo ridurmi a guardare la televisione fin dalla mattina come un vecchio rincoglionito? Così mi sono deciso a uscire. Non che mi facessi illusioni. Sapevo che avrei dovuto affrontare il traffico e poi girare a lungo per trovare un parcheggio e poi il sole mi avrebbe dato fastidio e poi avrei dovuto fare pipì e trovare un bar e poi, magari, avrei anche incontrato qualcuno che non mi andava di vedere ecc. ecc. Comunque sono uscito. Mi stavo immalinconendo, a starmene in casa da solo, mi veniva voglia di piangere e non è certo un buon segno.

C’era il sole, sì, ma l’aria era fresca, e anche in macchina si respirava. La luce, poi, era magnifica: sembrava una di quelle mattine d’estate di trent’anni fa, quando l’aria era sempre trasparente e i desideri abitavano ancora il cuore.

Mi sono ricordato che da tempo dovevo comprare delle lampadine e mi sono diretto verso il negozio dove mi servo di solito. Il traffico era scorrevole, e ho trovato subito un parcheggio, regolare, gratuito e all’ombra, per di più. Ai pessimisti che non s’aspettano mai niente di buono da lei, la vita a volte si diverte a fare una bella sorpresa.

Quando sono sceso dall’auto ero fresco come appena uscito di casa, nemmeno una stilla di bagnato fra le mammelle, il primo punto in cui comincio a sudare. Per sottolineare quel raro stato di grazia, ho deciso di concedermi un altro caffè. Reso baldanzoso dal momento favorevole, ho voluto arrischiarmi a prenderlo in un locale aperto da poco, molto alla moda fra i giovani e di cui si dice un gran bene. Il locale era fresco, pulito e accogliente, il barista gentile e il caffè superbo. Sono uscito con la convinzione d’essere incappato in una di quelle giornate magiche in cui tutto è destinato ad andar bene. Non me ne sono capitate tante nella vita, ma pure qualche esperienza di questo tipo l’ho fatta. Hai la sensazione che tutto giri per il verso giusto, che le cose si incastrino una nell’altra con dolcezza e fluidità, senza scosse e senza urti.

Ricordandomi dell’acquisto che dovevo fare e che m’aveva portato in quella zona, mi sono diretto verso il negozio. E’ su una strada parallela a quella che stavo percorrendo, e c’è una galleria a unirle. Ci sono belle vetrine lì sotto, e m’ero fermato a guardare quella di una libreria

(1998)

Una coppia

La relazione clandestina dura da molti anni, ma l’uomo e la donna si amano e si desiderano ancora. Si incontrano dove e come possono, e i loro convegni d’amore sono brevi e intensi. Spesso passa molto tempo prima che riescano a vedersi. Dicono sempre che vorrebbero stare insieme di più, passare una intera notte abbracciati, ma poi, quando ce ne sarebbe l’occasione, si guardano bene dal farlo. Così dicono che presto troncheranno i rispettivi legami e andranno a rifarsi una vita lontano, ma non lo fanno mai. Grazie a quello che non fanno, il loro rapporto attraversa incolume il tempo e i due continuano a rappresentare, reciprocamente, l’altrove, il sogno di una vita diversa e migliore.

(1999)

 

Solitudine – 1

Hai sentito una voce di donna dire ciao e poi pronunciare il tuo nome. Camminavi a testa bassa lungo la strada affollata, chiuso nei tuoi pensieri. Eri solo, come sempre.
Hai sollevato lo sguardo e i tuoi occhi hanno incontrato un volto sorridente che ti passava accanto. Ti sei fermato, e l’hai guardata mentre si allontanava. Aveva gambe bellissime, e camminava spedita senza per questo perdere la grazia. Intanto ti chiedevi chi fosse e dove e quando l’avessi già vista. Qualche metro più avanti, senza fermarsi, lei s’è girata per un istante. Aveva un’espressione divertita sul viso. Poi la folla l’ha inghiottita, e tu non l’hai riconosciuta. Un dolore sordo al petto ti ha fatto compagnia per tutto il giorno.

(1998)

Soupir

Stéphane Mallarmé (1842-1898). Traduzione di Roberto Michilli.

La mia anima verso la tua fronte
Dove sogna, o calma sorella
Un autunno coperto di lentiggini,
E verso il cielo errante del tuo occhio d’angelo
Sale, come in un giardino malinconico,
Fedele, un bianco getto d’acqua sospira verso l’Azzurro!
– Verso l’Azzurro intenerito d’Ottobre pallido e puro
Che specchia nei grandi stagni il suo languore infinito
E lascia, sull’acqua morta dove la fulva agonia
Delle foglie erra al vento e scava un freddo solco,
Che si trascini il sole giallo in un lungo raggio.

(1866)