La Belle Dame sans Merci: una ballata

John Keats (1795-1821); traduzione di Roberto Michilli.

Cosa ti fa soffrire, o cavaliere,
Che solitario e pallido qui indugi?
E’ appassito il falasco intorno al lago,
E gli uccelli son muti.

Cosa ti fa soffrire, o cavaliere,
Così stravolto e tanto desolato?
Lo scoiattolo ha riempito il granaio,
E il raccolto è al sicuro.

Io vedo un giglio sopra la tua fronte
Bagnata dall’angoscia e dalla febbre;
Sulle tue guance è una morente rosa
Che rapida avvizzisce.

Incontrai una donna in mezzo ai prati,
Così bella – la figlia d’una fata,
Lunghi i suoi capelli, leggero il passo,
e selvaggi i suoi occhi.

Per la sua testa feci una ghirlanda,
e bracciali, e una cinta profumata;
Lei mi rimirò come se mi amasse,
Dolce emise un lamento.

La misi sopra il mio destriero al passo
E nient’altro guardai per tutto il giorno,
Perché lei dondolandosi cantava
Un canto delle fate.

Trovò per me dolcissime radici,
Miele selvaggio e manna di rugiada,
E in una lingua strana certo disse
“Io ti amo davvero!”.

Mi portò nella grotta sua incantata,
E là lei pianse e triste sospirò,
Io chiusi i suoi selvaggi occhi selvaggi
Baciandoli due volte.

Là mi cullò in un sonno ingannatore,
Là sognai allora – Ah! me sventurato!
L’ultimo sogno che abbia mai sognato
Sul pendio gelato.

Vidi pallidi re, guerrieri e principi,
Tutti pallidi di morte; gridarono –
“La belle Dame sans Merci oramai
Ti tiene in schiavitù!”

Nel buio vidi le consunte labbra
Spalancate nel terribile avviso,
E mi svegliai per ritrovarmi qui
Sul pendio gelato.

Ecco perché rimango in questo luogo
E solitario e pallido v’indugio,
Anche se l’erba è secca intorno al lago
E gli uccelli son muti.

(1819)

Conchiglia

Osip Mandel’štam (1891-1938); traduzione di Remo Faccani.

Notte, forse di me non hai bisogno;
dalla voragine dell’universo
io, conchiglia senza perle, sono
gettato sulla tua proda, riverso.

Con noncuranza fai schiumare i flutti
e riottosamente vai cantando;
ma la bugia d’una conchiglia inutile
ti sarà oggetto d’amore e di vanto.

Verrai a giacerle accanto sulla sabbia,
e a ricoprirla della tua pianeta;
a renderla, verrai, inseparabile
dall’enorme campana degli abissi irrequieti;

e il vano della fragile conchiglia –
nido di un cuore ove nessuno alloggia –
ricolmerai di schiuma che bisbiglia,
ricolmerai di nebbia, vento e pioggia…

(1911)