Storie sospese – 2

L’orologio sulla torre del Duomo batté la mezzanotte.   I rintocchi risuonarono cupi nei vicoli deserti della città vecchia.   Il selciato era lucido per la pioggia caduta in serata; nei punti più sconnessi l’acqua ancora ristagnava in larghe pozzanghere nelle quali si specchiavano i radi lampioni. Faceva molto freddo.
A metà d’una viuzza ripida s’aprì un portone e ne uscì una donna. Senza chiudere il battente dietro di sé s’avviò giù per la discesa.
Camminava al centro della strada. Indossava solo una camicetta bianca e una corta gonna scura.  Ai piedi calzava scarpe di vernice nera dal tacco altissimo. Non aveva borsa, né cappello. I capelli neri e lucidi le ricadevano fino a metà della schiena. Il volto era pallido, gli occhi sbarrati, le labbra aperte, il respiro affannoso.
Camminava svelta, i suoi tacchi puntuti ticchettavano veloci sui sampietrini. Teneva le braccia rigide lungo i fianchi, i pugni serrati. Si voltava spesso, come se temesse d’essere seguita.
Giunta alla fine della discesa, dove la viuzza incrociava una strada più larga,  la donna si fermò e si girò ancora una volta a guardare la strada che aveva appena percorsa. Restò per qualche istante così, assorta, lo sguardo fisso. Rabbrividì e si strinse le braccia al petto. Sembrò accorgersi solo allora del freddo e del suo abbigliamento leggero. Si strofinò le braccia, poi prese a sinistra. Il suo passo però non era più così deciso, s’era fatto incerto, anzi, esitante, sembrava non sapesse dove andare.
In lontananza apparvero delle luci. Un’auto si avvicinava. Era un taxi, si vedeva l’insegna accesa sul tetto. La donna alzò la mano e l’agitò nell’aria. Il taxi rallentò fin quasi a fermarsi. Quando fu all’altezza della donna, l’autista si chinò per guardarla dal finestrino. Qualcosa nell’aspetto di lei dovette apparirgli poco rassicurante perché si raddrizzò e subito l’auto riprese velocità.
La donna restò per qualche istante con braccio alzato a guardare il taxi che si allontanava, poi si strinse di nuovo le braccia al petto e

Interni – 2

Duomo, Teramo, Piazza Orsini, venerdì 12 ottobre 2001, ore 17:55

I dieci gradini che si arrampicano verso la facciata hanno un aspetto minaccioso, così passo dall’ingresso laterale. Mi accoglie un  odore dolce, abbastanza intenso, non sgradevole. L’interno è sonoro: passi, voci, echi; luci a vista, in alto, lo illuminano; altra luce arriva dalle vetrate del portale e dell’abside. Subito dopo di me, entra un gruppo di turisti. Uno, alto, magro, giovane, ride forte. Indossa una maglietta rossa a maniche corte con una scritta pubblicitaria in grandi caratteri bianchi. Una donna grassa lo tacita. Si disperdono nell’interno. Un uomo in maglione blu è inginocchiato davanti all’elegante edicola di Antonio da Lodi, all’interno della quale hanno collocato una piccola statua candida della Vergine. Salendo verso il presbiterio e l’abside lungo la navata di destra, gli passo accanto. Prega con fervore: muove le labbra, e si copre gli occhi con una mano. Per non disturbarlo, non mi avvicino per accarezzare i putti dei due confessionali rococò che mi piacciono tanto. Quando raggiungo il coro, sento una voce d’uomo intonare il rosario. E’ un ragazzo seduto su uno dei banchi posti di fianco all’altar maggiore, dal lato della sacrestia, a guidare la preghiera. Gli rispondono un prete grasso e calvo e una donna vestita di nero, seduti alle due estremità del banco dietro il suo. Cammino cercando di non fare rumore, ma il prete mi guarda con aria di rimprovero. Una piccola targa di marmo sopra il coro  indica la sepoltura di Melchiorre Delfico. Dall’abside, la vetrata del rosone sul portale e i due lucernari tondi che gli stanno sopra e ai lati disegnano un viso ridente. Il ragazzo prega con fervore. Mi colpisce il suo modo di scandire un passo dell’Ave Maria. Dove dice: “Il signore è con te” lui intona: «Ilsignò reconté». Adesso ci sono delle donne sedute sui banchi dall’altro lato; a recitare la seconda parte della preghiera è così un coro robusto. Mi dirigo verso la sacrestia. Mi  fermo a rimirare il portale scolpito, in particolare gli animali fantastici che popolano la cornice più esterna. Vado dall’altra parte, a sincerarmi per l’ennesima volta che sul lato sinistro del portale la stessa cornice ha solo foglie d’acanto. La dissimmetria nascosta in molte opere d’arte: uno dei segreti della loro bellezza. Dall’interno arriva uno scaccino anziano, in abito grigio. E’ basso, grassottello, calvo, con le guance cadenti e arrossate, gli zigomi decisamente rossi. Chiedo se posso entrare, risponde di accomodarmi. Dentro, davanti al grande altare ligneo che è sul fondo, un altro sacrestano più giovane in camice blu prepara dei paramenti verdi. Fa eco al collega: «Prego, prego». Sopra i ripiani di lucido legno scuro «ci sono già diversi mucchietti ordinati di paramenti pronti. Il sacrestano giovane esce. Guardo le tre grandi tele appese sopra la fila sinistra del coro. La prima, anche se rovinata, è quella che mi piace di più; c’è una bella figura femminile; la seconda mi sembra fredda, ferma, oleografica, la terza confusa. Sto ammirando le colonne tortili dell’altare, quando una voce alle mie spalle dice: «Settecento». Mi giro. E’ il sacrestano con gli zigomi rossi. Aggiunge: «L’ha fatto uno straniero, un… il papa di dov’è?» «Polacco», dico io». «Ecco» fa lui, «un polacco, nel settecento». Indica il coro: «Questo è seicento»; poi le tele in alto: «Quelle pure seicento». Deve avermi preso per un turista. Ma non lo sono, in fondo? Ringrazio ed esco dalla sacrestia. Al di là della cancellata chiusa, il cappellone di San Berardo è al buio. Il Polittico si intravede appena. Raggiungo il fondo della navata centrale. Da quaggiù, il Paliotto dorato sotto l’altar maggiore sembra risplendere di luce propria. La nave di Niccolò non è in asse con quella di Guido, ma non lo scopro adesso. L’acquasantiera dietro la prima colonna di destra è in un cono d’ombra: impossibile salutare i due amanti felici, perduti nel loro eterno amplesso tra le foglie d’acanto. Mando loro pensieri affettuosi, e vado via.

Il questionario di Proust

Le mie risposte:

1. Che cos’è per lei la perfetta felicità?

Brevi  stati di beata incoscienza in cui si  dimenticano  soprattutto le paure.

2. Qual è la sua più grande paura?

Che possa accadere del male ai miei familiari.

3. Con quale personaggio storico si identifica di più?

Con nessuno, ma ammiro tutti quelli che sono stati capaci  di andare incontro alla morte con dignità.

4. Quale personaggio vivente ammira di più?

Tutti  quelli che ogni mattina si raccattano e affrontano  un nuovo  giorno,  senza  illusioni, ma anche senza  aver  perso  la curiosità e la speranza in quello che di buono può venir loro  da se stessi.

5. Che cosa le piace meno di sé?

La mia incapacità di abbandonarmi.

6. La massima stravaganza della sua vita?

Il giorno del mio 18° compleanno, dopo aver bevuto  abbondantemente, uscii di casa con uno spadone medievale, e accompagnato da una corte di avvinazzati girai per il paese dispensando  investiture cavalleresche.

7. In quali occasioni dice bugie?

Quando serve.

8. Che cosa le piace di meno del suo aspetto?

Vorrei essere un po’ più alto e un po’ più magro.

9. Il grande amore della sua vita?

La letteratura e le donne, non necessariamente nell’ordine.

10. Quando e dove è stato più felice?

In  certi pomeriggi al mare, quand’ero bambino; in  montagna, qualche anno fa, sdraiato sull’erba a guardare le nuvole,  mentre mi riposavo dopo una difficile (per me) arrampicata.

11. Di quali virtù le piacerebbe disporre?

Vorrei essere capace di riflettere sulle cose che mi interessano in modo sistematico e approfondito, piuttosto che per  lampi e intuizioni come accade ora. Vorrei aver letto e studiato di più quando  era  tempo. Mi sarebbe piaciuto avere un Maestro  con  il quale confrontarmi.

12. E quali sono i suoi punti di forza?

Calma,  pazienza,  forza  di volontà;  capacità  di  arrivare subito  al nocciolo dei problemi; di lavorare duro e a lungo;  di fare le cose al meglio.

13. Qual è il suo attuale stato d’animo?

Rassegnato, ma con un fondo di speranza in me stesso e  qualche venatura di curiosità per il gran circo del mondo.

14. Qual è la cosa più preziosa che possiede?

La testa e il cuore, finché funzionano.

15. Il peggio che le possa capitare?

Ridurmi a una larva umana.

16. Dove vorrebbe vivere?

Dove vivo.

17. Qual è la sua occupazione preferita?

Un tempo, mi piaceva fare brevi viaggi in auto alla  scoperta di località sconosciute della mia regione e di quelle  limitrofe; adesso, mi sento bene quando posso starmene a casa a leggere e scrivere. La  sera, amo passeggiare per viuzze poco frequentate.

18. Chi è il suo eroe vivente?

Non ne ho.

19. Chi sono i suoi scrittori preferiti?

L’elenco  sarebbe lunghissimo. Ne cito solo alcuni.  L’ordine  non  è indicativo di maggiore preferenza: Tolstoi; Sterne;  Flaubert; Cechov; Lermontov; Pontiggia; Turgenev.

20. Come vorrebbe morire?

A cavalcioni di una bomba atomica che sta per esplodere (cfr. il Dr. Stranamore di Kubrik).

21. Qual è il suo motto?

“In bene avanzo ogni giorno e m’affino” (da Arnaut Daniel).

(1996, ma vale ancora)