Interni – 4

 

Chiesa dei Cappuccini, Teramo, martedì 16 ottobre 2001, ore 17:30

Ci arrivo scendendo per i Tigli, passando davanti a panchine cariche di drogati assenti, viziosi attenti e pensionati tristi, collocate sotto bellissimi alberi di molti dei quali non conosco il nome. Alcuni già stanno perdendo le foglie. Non fa freddo, ma c’è molta umidità. Alla fine dei giardini, prima della vasca rotonda da cui il cavallo di bronzo continua a bere acqua sporca senza riportarne conseguenze, giro a sinistra e attraverso la strada per imboccare il vialetto ombreggiato da tre scurissimi lecci dalle larghe e folte chiome. Evito così la minacciosa scalinata, che pure salii con passo elastico e cuore leggero il 24 settembre di ventinove anni fa.

Uno scampanio festoso attacca proprio mentre sto varcando la soglia. La bussola ha porticine strette e basse. Entro da quella di sinistra; l’istinto mi fa abbassare la testa, ma ci sarei passato anche restando dritto, seppur di poco. Gli occhi sono attratti immediatamente dallo straordinario altare di legno che riempie di sé tutta la parete di fondo; poi cercano risonanze in quelli ospitati nelle due cappelle sulla destra. Sembrano uguali, questi, ma basta osservare meglio per notare le differenze nelle cornici superiori. Grandi tele in cornici scure sono sospese alla parete di sinistra. Il soffitto è chiaro, a cassettoni quadrati. Nove donne anziane; tutte nelle prime due o tre file di banchi, sette a destra e due a sinistra. Un prete biondo in clergymen grigio esce da una porticina aperta in basso a destra dell’altar maggiore e va a sistemare l’ostensorio raggiante oro al centro dell’altare. Scende poi per la navata e si inginocchia su un banco verso il fondo, sulla fila di destra. Un altro sacerdote esce dalla stessa porta. Indossa una lunga veste bianca. Va a sedersi a destra dell’altare. Intona un canto antico, che non sentivo più da una vita: “T’adoriam ostia divina, t’adoriam ostia d’amor”. Il coro delle donne gli fa eco. Io canto le parole dentro di me, in quel luogo protetto dove si agitano i ricordi più remoti. Il canto si spegne, il sacerdote in veste bianca inizia a recitare il rosario. E’ straniero. Dice: “E benedettiffrutto dittuoseno Gesùù”, allungando melodiosamente la u finale. Il suo collega inginocchiato guida con voce decisa il coro di risposta. Non posso muovermi, resto confinato sul fondo. Sono in piedi da troppo, la schiena comincia a farsi sentire. Provo a piegare le ginocchia, ma dopo un po’ nemmeno questa misura estrema ha più effetto. C’è una sedia accostata al muro, sulla sinistra. Appare fragile. Mi ci lascio cadere con cautela. E meno scomoda di quanto temessi. Il prete inginocchiato si alza ed entra nel confessionale che è sul fondo della prima cappella, dall’altro lato dell’ingresso. Sulla cornice superiore s’accende allora una luce rossa. Il prete lascia la porta del confessionale aperta e continua a pregare con voce ben alta, innestando la sua risposta sull’ultima eco della lunga “u” melodiosa del suo collega accanto all’altare. Mi alzo e vado via. Nel chiudermi la porticina alle spalle, senza volere la faccio sbattere forte.