Storie sospese – 4

 

Una volta l’ho anche misurato, il Corso. L’ho fatto di notte, diversi anni fa. Uscivo dal Circolo, da solo, e anche se era molto tardi non avevo ancora voglia di andare a dormire. Decisi di fare quattro passi. In giro non c’era anima viva. Non so come mi venne in mente quell’idea balzana. Forse perché, camminando a capo chino, immerso nei miei pensieri, notai per la prima volta che le mattonelle d’asfalto grigio con cui è pavimentata la strada sono disposte a spina di pesce e formano un disegno geometrico incoerente e disordinato, di cui è difficile cogliere il ritmo. Il confine con la piazza grande, dove il Corso va a perdersi, è però marcato da due file parallele delle stesse mattonelle disposte in senso longitudinale rispetto ai marciapiedi. La spina di pesce, insomma, lì si interrompe bruscamente e se la si sta seguendo con gli occhi, come facevo io in quella camminata oziosa, incontrando quel confine si ha insieme un moto di sorpresa e di sollievo. Sì, perché quelle due linee rette, col loro andamento razionale e definito, riportano all’ordine e al comprensibile la mente che stava invece perdendosi nell’intreccio senza inizio e senza fine formato dal resto della pavimentazione. Spinto da un impulso indefinibile, andai allora a mettermi con i piedi uniti sopra quelle due file diritte, poi mossi il primo passo e cominciai contemporaneamente a contare. Mi sforzai di mantenere un’andatura costante e contai così quattrocento passi giusti prima di incontrare, all’altra estremità del rettifilo, una doppia fila di mattonelle in tutto simile a quella donde ero partito. Giacché c’ero, misurai anche la larghezza: dieci passi dal bordo di un marciapiede all’altro.

Da allora, quando lo percorro in compagnia di qualche amico, in quello struscio serotino che fa parte delle nostre più radicate tradizioni, mi servo sempre di quel lontano riferimento e mentalmente vengo annotando le “passate” che facciamo in su e in giù lungo i marciapiedi. Alla fine, magari mentre me ne torno a casa per la cena, moltiplico il totale per quattrocento e ottengo il numero dei miei “passi perduti”. Ho notato che mediamente ne faccio una decina a sera di quelle “calate”, come le chiamiamo noi, quattromila passi ogni volta, quindi, che sono poi tutto il moto che mi concedo nella giornata. Non è molto, ma è certo meglio di niente; almeno è fatto con regolarità, ché solo in casi eccezionali manco a questa che è una delle mie più care abitudini e serve a farmi mettere il naso fuori di casa in ogni stagione.

Una sera stavo camminando insieme col mio amico Vincenzo. Eravamo a metà del Corso, all’altezza del bar Aquila d’oro, 

(1998)