Io sono ardente, io sono bruna

Gustavo Adolfo Bécquer (1836-1870); traduzione di Oreste Macrì

«Io sono ardente, io sono bruna,
io sono il simbolo della passione;
di gioie ansiose l’anima ho piena;
è me che cerchi?» «Non cerco te.»

«La fronte ho pallida; le trecce d’oro;
posso donarti gaudi infiniti;
di tenerezza serbo un tesoro;
è me che chiami?» «Non chiamo te.»

«Io sono un sogno, un irreale,
vano fantasma di nebbia e luce;
sono incorporea, sono intangibile;
non posso amarti.» «Oh, vieni tu!»

L’ultima lezione

Il maestro ha passato tre quarti della sua lunghissima vita a studiare e l’ultimo a meditare. Non ha scritto nulla né ha confidato ad alcuno il risultato di tanta applicazione, nemmeno al suo fedele discepolo, che gli è stato vicino e lo ha assistito per più di cinquant’anni. Il vegliardo è  ormai sul letto di morte. L’anziano discepolo lo vede muovere le labbra. Accosta l’orecchio, allora, convinto di sentire, finalmente, il  distillato di tanta scienza e sapienza. E il maestro sussurra: «

(1998)