4 novembre 2001

Uscito di casa per sfuggire alla malinconia, stamattina ho potuto assistere al lento formarsi e al successivo passaggio del corteo che da Piazza Martiri, percorrendo il Corso e viale Mazzini, si è recato a rendere omaggio al monumento ai Caduti.
In precedenza, passando in auto per i Tigli, diretto a salutare la Madonnina bianca, avevo notato i carabinieri in alta uniforme accanto alla vasca del monumento e poi altra gente in divisa nei paraggi. M’ero ricordato allora della data, e dopo aver parcheggiato proprio sotto l’edicola con la piccola statua, ero risalito lungo via dei Cappuccini per andare a vedere. Ai Tigli avevo incrociato Vincenzo, che portava a spasso il cane. Quelli in divisa erano poliziotti, carabinieri, finanzieri e guardie carcerarie. Niente soldati. Gli alpini se ne sono andati, purtroppo.
Avevo una mezza idea di dare un’altra occhiata al Duomo, volevo farne il periplo e contare i passi necessari, così m’ero avviato verso la Piazza, scendendo per il Corso.
Alle dieci e mezzo la piazza era assolata, la gente sostava in crocchi e capannelli. Si intravedevano qua e là bandiere ancora ripiegate, e poi berretti da alpino e bustine militari, che i pensionati indossavano sopra gli abiti borghesi. I vecchi marinai portavano anche il solino bianco e blu. Alcune note suonate da un corno in lontananza segnalavano la presenza della banda. Costretto a un percorso alternativo per evitare il troppo sole, ho potuto notare il presidente della Provincia, che seduto al fianco del suo autista all’interno della Lancia Kappa azzurro metallizzato di rappresentanza, parcheggiata all’ombra al principio di Via Oberdan, leggeva il giornale. Era in maniche di camicia (bianca), in evidente attesa che arrivasse l’ora fissata per la cerimonia.
Mentre facevo i miei rilevamenti attorno al Duomo, in piazza arrivava altra gente.  Cresceva così l’animazione, e aumentava il brusio.
Ecco le crocerossine, quasi tutte di buona famiglia, quasi tutte alquanto stagionate, mogli sorelle e figlie di magistrati e alti burocrati: l’inossidabile zoccolo duro del potere, impermeabile e refrattario a ogni mutamento, perpetuatore solo di se stesso.  Ecco il presidente della Croce Rossa, carica che fu anche del principe di Lampedusa; arriva scortato da due delle più attempate crocerossine, nella divisa che apre le porte della più esclusiva mondanità, anche internazionale: mantellina azzurra, velo blu, in qualche caso un po’ stinto, calze bianche su caviglie cicciose, a tracolla una semplice borsa di plastica, ma con sopra il simbolo prestigioso. Ecco la perpetua del vescovado col labaro del Nastro Azzurro; intorno a lei, gli altri alfieri cominciano a spiegare le loro bandiere. Sono tutti molto compenetrati nel proprio ruolo.
Arriva gente in uniforme. Ma sono soltanto carabinieri, poliziotti (un commissario donna), finanzieri. Molti sembrano impiegati con la sciabola. C’è anche un ufficiale dell’aeronautica, però mi sembra un pensionato già visto più volte in borghese, riconosciuto dalle pieghe della nuca; possono mettersi ancora la divisa, se a riposo? Gran traffico di sorrisi, saluti militari e strette di mano; devono sentirsi bene e gasati e importanti nell’aria stuzzicosa e nel sole della bella giornata;
Comincia a radunarsi anche la banda. E’ composta da una ventina di elementi, quasi tutti giovani. Come divisa hanno un husky blu.
Da piazza Orsini si vede arrivare il logoro gonfalone bianco e rosso del Comune, portato da due vigili in divisa scura, con il casco bianco e gli alamari al braccio. Il Sindaco, sempre di bella presenza, raggiunge il gruppo di quelli in uniforme. Altri saluti, sorrisi e strette di mano. Le cerimonie si ripetono all’arrivo del presidente della Provincia, che ha indossato la giacca blu d’ordinanza, e del Vescovo col seguito.
Il Prefetto, in giaccone grigio scuro corto molto simile al mio, arriva a passo svelto, fiancheggiato sulla sinistra dal rugoso senatore S. in cappotto blu con cinta alla vita.
Dopo l’arrivo delle autorità, il corteo comincia a formarsi. Mentre si schierano i gonfaloni, risalgo a passo lento per il Corso, per assistere alla sfilata.
Arriva trafelato il signore che m’ha fatto da cicerone alla casa del mutilato, qualche giorno fa. Indossa un impermeabile chiaro; porta una bandiera, avvolta intorno a un’asta lunghissima che tiene parallela al terreno. Raggiunge il suo posto, svolge la bandiera e la alza tra le altre.
Un po’ di gente è ferma sui marciapiedi, in attesa che l’evento abbia inizio.
La banda attacca una marcia. Poche note bastano per capire che è troppo allegra e petulante, non intonata alla circostanza. Suonano benino, comunque: la tromba solista ha una bella voce chiara, l’accompagnamento è pieno, il suono equilibrato.
Il corteo si avvia; presto mi passa davanti. E’ tutto un po’ ridicolo, e insieme commovente. Sono rimaste così poche cose a tenerci insieme, in fondo. Anche questo ricordare un po’ retorico e pomposo, serve.
Accanto a me, un bambino guarda la banda con una straordinaria espressione sul viso: meraviglia; lieta sorpresa; gioia; incredulità per una cosa tanto bella, strana, rumorosa.
Non suonano l’Inno del Piave, mi dispiace, ero pronto a commuovermi.
Mi lascio superare dal corteo, compro il giornale, riprendo l’auto e mi avvio verso casa. Quando ripasso accanto al monumento, vedo che la cerimonia è già in corso.  Lo speaker ha una voce moscia e insieme mielosa; il latte scende rapidamente a inondarmi le ginocchia e arriva in breve alle caviglie; mi rianima una voce forte, rauca, militaresca (finalmente una cosa in tono) che ordina l’attenti e poi il presentat’arm.
Rifaccio il giro, ma stavolta un vigile mi dirotta per via Riccitelli, impedendomi di scendere ancora verso il monumento. Prendo per viale Crucioli e svolto per via Paolucci, che non è presidiata. Arrivo alla curva sopra i giardini nel momento in cui la tromba inizia a suonare il silenzio. Qui c’è un vigile donna che mi fa cenno di fermarmi, ma l’ho già fatto da solo.


Spengo il motore. Mentre la tromba suona, penso ai morti di quella guerra, di tutte le guerre. Sono, come sempre, combattuto fra l’orrore per la stupidità e la ferocia di chi li ha costretti a morire e il rispetto per il coraggio e la paura,  le sofferenze e le speranze di chi è morto e di chi dalle guerre è tornato vivo, ma segnato per sempre. Penso a mio padre, ragazzo del ’99 mandato in trincea a diciott’anni. Il mio papà, che mi manca sempre più man mano che invecchio. Piango, anche, ma poco poco.
Poi la tromba smette di suonare; la bella voce rauca da soldato ordina il riposo; la vigilessa mi fa cenno di passare. Riaccendo il motore, allora, e asciugandomi le lacrime me ne torno a casa.