Musica classica

Ebbi  il primo contatto con la musica classica quando avevo  una  decina d’anni. Ogni tanto andavo, di pomeriggio,    a  casa   di  un  mio compagno. Suo  padre  era  il  medico   condotto del paese, e s’adattava anche a  fare  da cavadenti.  La  casa  era piena di  oggetti  misteriosi   e interessanti.  Il  mio amico, però, vigilava a che  non  ne toccassi nessuno. Mi mostrava le cose, ma non mi permetteva di  maneggiarle.  Un  giorno, in sala da  pranzo,  aprì  un grosso mobile di legno chiaro. Rimasi senza fiato. Sembrava avesse acceso un lampadario dalle mille luci. L’interno del mobile   risplendeva come uno scrigno di pietre preziose  e la  sala  era tutta  rischiarata  da   quel  luccichio.  Mi accostai e vidi che la luce di alcune lampade  nascoste era riflessa  e moltiplicata dagli specchietti rettangolari  di cui era rivestito l’interno. L’ampio vano era diviso in due ripiani. Su  quello superiore, c’erano la radio e il  giradischi;  in basso, tante bottiglie  di liquore e  bicchieri di cristallo d’ogni foggia e  dimensione.
Quando s’è goduto sino in fondo il mio stupore,  l’amico, maneggiandolo con estrema cura,  toglie dalla sua fodera di carta  col  buco  al centro  questo grosso disco nero e  lo mette  sul piatto. Ecco,  le  prime note:  ta-ta-ta-taaaaa; ta-ta-ta-taaaaaa…  Il  figlio del medico  mi  guarda  con un’espressione che dice: Senti  che roba! Io sto  immobile, folgorato.  La   musica è un’onda che mi viene  addosso  mi  travolge   e quasi  mi  toglie il respiro.

Le valvole

La luce andava via spesso, anche quando non c’era il temporale. Accesa una candela, la prima cosa da fare era assicurarsi che non se ne fosse andata solo da noi. Se affacciandosi sul terrazzo intorno era tutto buio, si rientrava, si accendevano altre candele e si aspettava. A me piaceva la luce delle candele. Diventava tutto più bello e più misterioso. Soprattutto mi piaceva leggere e scrivere, con la candela.  Se invece fuori si vedevano luci accese, bisognava scendere sotto al portone a controllare le valvole. Erano delle scatolette di ceramica bianca attaccate al muro, accanto ai contatori. Ogni famiglia aveva il suo contatore e la sua scatoletta. Dentro c’era un filo di rame stretto tra due viti. Se era rotto, la corrente non passava. Diventai presto bravissimo a cambiarlo Mi insegnò Sandrino l’elettricista. Abitava accanto a noi.  Aveva lavorato quarant’anni all’Unes e adesso era in pensione. Avevo sempre qualche pezzo di filo da parte. Il rame era il materiale più pregiato, tra quelli che raccoglievamo per il cenciaro, e me ne conservavo sempre un po’ per le valvole. Quando la luce tornava, dopo che avevo cambiato il filo, mamma mi sorrideva in un certo modo, e io mi sentivo quasi un eroe. Se la luce andava via quando eravamo a scuola, nel momento in cui le lampadine poi si riaccendevano facevamo sempre “Ooooohhhhh” tutti insieme.

L’occhio magico

La radio di zia Antonina mi piaceva perché aveva l’occhio magico, una luce verde sul davanti che diventava stretta stretta quando la stazione era presa bene. Grande, con una bellissima cassa di radica lucida, la radio era posata sopra un mobile che in una specie di cassetto scorrevole ospitava il giradischi e i dischi. Erano in buona parte di Claudio Villa, di cui la zia era una grande ammiratrice. C’erano Serenata celeste; Corde della mia chitarra; Buongiorno tristezza; Granada e tante altre canzoni sue. Il vano di sotto era grande, rivestito di specchietti. Conteneva  le bottiglie di Stock 84, Anisetta Meletti, Cordial Campari e i bicchierini di cristallo intagliato. La zia mi seguiva con occhio sospettoso, quando mi avvicinavo all’apparecchio. Sapeva che avrei toccato le manopole e i tasti e temeva che rompessi qualcosa. Lei sentiva sempre la stessa stazione, ma io avevo scoperto che da quell’oggetto meraviglioso potevano arrivare voci e suoni da tutto il mondo, e non mi stancavo mai di girare e ascoltare. Era la manopola centrale, ad aprire il passaggio verso l’universo sconosciuto. Ci voleva un po’ di forza per spostarla verso destra, ma una volta compiuta la manovra uno schiocco secco seguito da un sibilo oscillante mi davano il benvenuto nell’altrove. La manopola di destra faceva muovere l’ago rosso sul quadrante giallo illuminato. Arrivavano suoni indistinti, ronzii, scariche, ma già facevano galoppare la fantasia. Erano suoni arrivati dallo spazio, quelli: provenivano da una sperduta galassia. Lassù qualcuno cercava di mettersi in contatto con noi, si trattava solo di interpretare il codice. Poi l’ago s’avvicinava a una casella trasparente con sopra il nome di una città lontana, e allora cominciavano ad arrivare la musica o le parole. Non le capivo, le parole, ma già sentirne in tante lingue diverse mi affascinava.  

Finalmente, qualche anno più tardi, ne comprammo una anche noi. Con mamma e papà, quando uscivamo a passeggio nelle sere d’estate, andavamo sempre a guardare le radio esposte nel negozio di Dindì, che stava sotto l’antico edificio poi buttato a terra per far posto alla nuova scuola elementare, ma quelle costavano troppo. La nostra la prendemmo da un  magliaro che per un certo tempo imperversò in paese. Per 5.000 lire, oltre alla radio, ci dette anche un taglio di stoffa e un orologio.  La stoffa non reggeva le cuciture  e l’orologio camminò solo per una settimana, ma la radio funzionò perfettamente per anni e anni, anche se prendeva due stazioni soltanto. Era più piccola di quelle che eravamo abituati a vedere, e il mobile non era di legno ma di plastica giallo chiaro. La tenevamo su una mensola alta, accanto al camino. La domenica, verso l’ora di pranzo, da lassù scendevano le note di Vola Vola e poi le notizie della nostra regione. A tavola, intanto, sopra la tovaglia bianca, fumava la zuppiera con il brodo di gallina e i quadrucci fatti a mano. In mezzo c’era la crosta del parmigiano, resa tenera dalla lunga cottura. Era mia per diritto acquisito. Dopo, mamma mi  preparava il lesso. Nel piatto, la carne morbida e succosa, sfilacciata in tranci sottili,   era affiancata dalla patata squagliata con la forchetta e condita con olio e sale, e dai sottaceti fatti in casa. Da un piatto a parte,  mandavano il loro irresistibile richiamo i peperoni arrosto rossi e verdi, affogati nell’olio d’oliva e ricoperti di prezzemolo.

Poi arrivarono le radioline portatili. Servivano per ascoltare passeggiando, la domenica pomeriggio, Tutto il calcio minuto per minuto. Palmiro, che seguiva il corso di elettronica per corrispondenza della Scuola Radio Elettra di Torino, la radiolina se l’era costruita da solo. Per alimentarla, al posto di quelle piccole e costose, usava due grosse pile piatte, attaccate al corpo dell’apparecchio con lo sparatrappo.

La Singer

Ogni tre mesi, il tecnico veniva a fare la manutenzione alla Singer nera della mamma. Era un uomo sulla cinquantina, alto e magro, con i capelli brizzolati tagliati alla Umberto. Era serio, silenzioso. Indossava sempre una giacca grigia, la camicia bianca e una cravatta scura. Aveva con sé una borsa nera che conteneva i suoi piccoli arnesi. Smontava la macchina, toglieva la polvere dai vari pezzi servendosi di un pennellino,  poi li ungeva con l’olio che usciva da una scatoletta tonda d’ottone munita di un lungo becco. Premeva le guance della scatoletta, e l’olio schizzava fuori.  Rimontati i pezzi, infilava la punta della pompetta anche in certi buchini quasi invisibili sparsi qua e là nel corpo nero della macchina.  Alla fine asciugava con un panno l’eccesso di olio. Mamma assisteva, attenta. Con quella macchina cuciva le tomaie per papà e tante altre cose. Era preziosa. Per ultimo,  il tecnico cambiava il cordone che univa la pedaliera alla ruota scanalata sul lato destro della macchina. Lo tagliava della misura giusta da un rotolo che si portava appresso e poi lo univa in un cerchio fissando le due estremità con un gancio, che infilava nei buchi fatti con la subbia e poi ripiegava col martelletto.
Alla fine provava a cucire qualcosa, per assicurarsi che tutto funzionasse a dovere. Era bravo quasi come mamma, a far andare veloce la pedaliera. A me s’imballavano i piedi quando ci provavo.  Il pedale era rettangolare, largo e piatto, forato come una griglia, e ruotava avanti e indietro su due perni infilati a metà dei lati corti. La punta di un piede spingeva sul bordo del lato lungo superiore; la punta dell’altro su quella inferiore. Il difficile era sincronizzare le spinte, e conservare il ritmo.

La stufa

La stufa si chiamava anche cucina economica. Stava al centro della parete di sinistra, entrando. Era tutta di ferro, smaltata di bianco. Il piano di ghisa era fatto di tanti cerchi via via più larghi. Quello centrale era un disco largo una decina di centimetri, con un buco al centro che serviva per infilarci il gancio dell’arnese usato per togliere i cerchi quando si doveva cucinare qualcosa. Era una specie di corta spada, con la lama fatta da un tondino d’acciaio e il manico a spirale. Si toglievano più o meno cerchi a seconda di quanto era grande la pentola. Sulla destra c’era il contenitore per l’acqua calda, una specie di pentola rettangolare, tutta cromata. Il coperchio aveva una maniglia che restava sempre fredda. La pentola sembrava posata sul piano, ma in realtà aveva una parte nascosta che sprofondava nel corpo della stufa. Quando mamma la tirava fuori, era tutta nera di fuliggine. La legna si infilava da uno sportello sul davanti. Quella per la stufa si comprava a parte. Erano sempre ciocchi di quercia e faggio mischiati, ma tagliati più piccoli. Di fianco allo sportello per la legna c’era quello del forno, e sotto il raccoglitore per la cenere, che serviva per il bucato e per concimare i vasi di fiori sulla terrazza. Il tubo che portava via il fumo, dipinto di grigio argento, all’inizio era verticale, e puntava deciso verso il soffitto. A circa un metro d’altezza era circondato da un collare dal quale pendevano sottili asticciole cromate. Si potevano alzare e una volta fermate negli appositi incavi servivano per appendere i panni ad asciugarsi. Un po’ più su il tubo piegava verso destra e proseguiva orizzontale fino a infilarsi nella grande cappa del camino. Attraversando mezza cucina, aiutava a riscaldarla.

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