L’occhio magico

La radio di zia Antonina mi piaceva perché aveva l’occhio magico, una luce verde sul davanti che diventava stretta stretta quando la stazione era presa bene. Grande, con una bellissima cassa di radica lucida, la radio era posata sopra un mobile che in una specie di cassetto scorrevole ospitava il giradischi e i dischi. Erano in buona parte di Claudio Villa, di cui la zia era una grande ammiratrice. C’erano Serenata celeste; Corde della mia chitarra; Buongiorno tristezza; Granada e tante altre canzoni sue. Il vano di sotto era grande, rivestito di specchietti. Conteneva  le bottiglie di Stock 84, Anisetta Meletti, Cordial Campari e i bicchierini di cristallo intagliato. La zia mi seguiva con occhio sospettoso, quando mi avvicinavo all’apparecchio. Sapeva che avrei toccato le manopole e i tasti e temeva che rompessi qualcosa. Lei sentiva sempre la stessa stazione, ma io avevo scoperto che da quell’oggetto meraviglioso potevano arrivare voci e suoni da tutto il mondo, e non mi stancavo mai di girare e ascoltare. Era la manopola centrale, ad aprire il passaggio verso l’universo sconosciuto. Ci voleva un po’ di forza per spostarla verso destra, ma una volta compiuta la manovra uno schiocco secco seguito da un sibilo oscillante mi davano il benvenuto nell’altrove. La manopola di destra faceva muovere l’ago rosso sul quadrante giallo illuminato. Arrivavano suoni indistinti, ronzii, scariche, ma già facevano galoppare la fantasia. Erano suoni arrivati dallo spazio, quelli: provenivano da una sperduta galassia. Lassù qualcuno cercava di mettersi in contatto con noi, si trattava solo di interpretare il codice. Poi l’ago s’avvicinava a una casella trasparente con sopra il nome di una città lontana, e allora cominciavano ad arrivare la musica o le parole. Non le capivo, le parole, ma già sentirne in tante lingue diverse mi affascinava.  

Finalmente, qualche anno più tardi, ne comprammo una anche noi. Con mamma e papà, quando uscivamo a passeggio nelle sere d’estate, andavamo sempre a guardare le radio esposte nel negozio di Dindì, che stava sotto l’antico edificio poi buttato a terra per far posto alla nuova scuola elementare, ma quelle costavano troppo. La nostra la prendemmo da un  magliaro che per un certo tempo imperversò in paese. Per 5.000 lire, oltre alla radio, ci dette anche un taglio di stoffa e un orologio.  La stoffa non reggeva le cuciture  e l’orologio camminò solo per una settimana, ma la radio funzionò perfettamente per anni e anni, anche se prendeva due stazioni soltanto. Era più piccola di quelle che eravamo abituati a vedere, e il mobile non era di legno ma di plastica giallo chiaro. La tenevamo su una mensola alta, accanto al camino. La domenica, verso l’ora di pranzo, da lassù scendevano le note di Vola Vola e poi le notizie della nostra regione. A tavola, intanto, sopra la tovaglia bianca, fumava la zuppiera con il brodo di gallina e i quadrucci fatti a mano. In mezzo c’era la crosta del parmigiano, resa tenera dalla lunga cottura. Era mia per diritto acquisito. Dopo, mamma mi  preparava il lesso. Nel piatto, la carne morbida e succosa, sfilacciata in tranci sottili,   era affiancata dalla patata squagliata con la forchetta e condita con olio e sale, e dai sottaceti fatti in casa. Da un piatto a parte,  mandavano il loro irresistibile richiamo i peperoni arrosto rossi e verdi, affogati nell’olio d’oliva e ricoperti di prezzemolo.

Poi arrivarono le radioline portatili. Servivano per ascoltare passeggiando, la domenica pomeriggio, Tutto il calcio minuto per minuto. Palmiro, che seguiva il corso di elettronica per corrispondenza della Scuola Radio Elettra di Torino, la radiolina se l’era costruita da solo. Per alimentarla, al posto di quelle piccole e costose, usava due grosse pile piatte, attaccate al corpo dell’apparecchio con lo sparatrappo.