Perché i poeti

Scritto per la prima edizione della rassegna internazionale di poesia “Perché i poeti…”. Teramo, 26-30 giugno 2007.

 

Perché i poeti…, il nome dato a questa serie di incontri, è preso da un verso di Friedrich Hölderlin, che in una sua elegia del 1801 intitolata Pane e vino (Brot und Wein) si chiedeva appunto: perché i poeti in tempo di povertà?

Perché i poeti… è anche il titolo di una conferenza del 1946 in cui  Martin Heidegger commentò  Pane e vino e altre liriche di Hölderlin insieme ad alcune di Rilke,  chiedendosi la stessa cosa: perché i poeti in tempo di povertà?

E’ una domanda ancora attuale perché anche il nostro è un tempo di povertà. Povertà spirituale, e per molti abitanti della terra, anche materiale.

Viviamo nell’incertezza, immersi in una realtà che ci appare frammentaria e spesso incomprensibile, in cui i significati si perdono e tutto appare confuso e disgregato. Risorgono forme di barbarie che in una visione troppo ottimistica credevamo superate; i diritti umani sono spesso calpestati;  le divisioni tra ricchi e poveri diventano sempre più marcate; la violenza e la guerra sono l’unico mezzo per risolvere i conflitti; l’interesse economico è l’unico criterio di scelta dei gruppi di potere.

A che servono i poeti in tempi come questi? Qual è il senso della parola poetica in questo nostro mondo veloce e pieno di rumore, stordito dal continuo accavallarsi delle immagini, appiattito sul presente e sulla superficie delle cose? In questo mondo che scorre e si trasforma incessantemente e rischia anche di distruggere se stesso?

E’ un tempo, il nostro, che attribuisce valore solo a ciò che è di immediata utilità, e le parole della poesia, lente, appartate, quasi timorose, certo non lo sono. Perché dunque la poesia? Qual è il suo posto, ammesso che ne abbia ancora uno, nell’era di Internet, del mercato globale e della comunicazione massificata?

In Buonaparte Hölderlin scrive che i poeti sono vasi sacri / dove si serba il vino della vita e, ancora in Pane e vino, che sono simili ai sacri sacerdoti del dio del vino / che migrarono di terra in terra in una sacra notte. Custodiscono quindi in se stessi qualcosa di sacro,  e hanno  il compito di portarlo agli altri uomini.

E Heidegger in un celebre passaggio della Lettera sull’umanismo scrive:  «Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora».

Ma il pensatore Heidegger a un certo punto si ferma, non riesce ad andare oltre un certo limite, e allora si mette a interrogare i poeti, i quali invece sanno arrischiarsi con il linguaggio in territori che il pensiero non può raggiungere. Anche in tempi di povertà interiore quali sono quelli in cui viviamo, sono così in grado di ritrovare il senso del Sacro e di rimettere gli uomini sulla traccia degli dei fuggiti.

Solo la poesia ha la forza necessaria per ristabilire un rapporto con la verità, intesa  come orizzonte all’interno del quale ognuno può diventare consapevole di se stesso.

Per Heidegger la parola poetica diventa in questo modo il luogo in cui l’Essere accade, la sola regione in cui può aver luogo quel ribaltamento, quella “svolta” che deve condurci sulla via della salvezza. Ecco perché nel tempo della notte del mondo, il poeta canta il Sacro.

Rainer Maria Rilke in uno dei Sonetti a Orfeo dice:

Se anche rapido il mondo,
come forma di nuvola si muta,
ritorna alla sua origine
ogni cosa compiuta.

Alto su ciò che passa,
è più vasto, più libero,
rimane il tuo canto,
Dio della lira.

Non si spiega la pena,
l’amore non s’impara,
e ciò che nella morte ci allontana

non si rivela.
Solo il canto che vola sulla terra
consacra e onora.

Commentando il testo Heidegger scrive: «La morte si ritrae nell’enigmatico. Il mistero del dolore resta velato. Non si impara ad amare. Ma i mortali sono: e sono in quanto c’è la parola. Il canto si leva ancora sulla loro povera Terra. La parola del cantore conserva la traccia del Sacro».

Hölderlin, Rilke e Heidegger le riservano un compito altissimo, ma nella realtà la poesia non è mai stata il centro del mondo e sicuramente non ha mai cambiato il corso della storia.

Però, ieri come oggi, quando gli ideali muoiono, il divino è lontano e si è perso il contatto con la Natura, in attesa che la lunga notte finisca e arrivi l’alba di un nuovo tempo, la poesia raccoglie, custodisce, testimonia i battiti del tempo umano, «la calda fuggitiva onda del cuore», come scrive Rilke nelle Elegie Duinesi.

Ecco allora il senso di questa iniziativa: abbiamo pensato fosse bello e giusto che i poeti, come gli antichi sacerdoti di Dioniso, continuassero a migrare di terra in terra, e nel momento in cui la nostra Teramo si apre al mondo arrivassero fino a noi, accompagnando con i  loro versi, e quanto di prezioso  essi custodiscono, i Paesi che di anno in anno sono nostri ospiti.

Acolteremo voci lontane nel tempo e nello spazio, in questi incontri, e avremo l’occasione per scoprire attraverso il canto dei poeti l’anima più autentica di altri  popoli e altre civiltà.

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