Per Beniamino Procaccini

Prefazione scritta per Civitella del Tronto “Fidelissima”, il nuovo libro fotografico di Beniamino Procaccini

Alla metà degli anni cinquanta a Civitella ci andavamo per la gita di Pasquetta. Il trucpul di Romanelli, rosso e celeste, aveva il muso lungo lungo e grossi fari rotondi montati sopra gli altissimi parafanghi neri. Ci lasciava in piazza e noi bambini ci arrampicavamo di corsa su per la grande rampa seminando per strada genitori e nonni. La fortezza allora era una spianata di rovine, ma restava un luogo di incanti e di misteri. Ci immaginavamo sentinelle in armi dentro il corpo di guardia; rabbrividivamo entrando nella cupa e fredda segreta; respingevamo gli assalitori sparando dalle feritoie dei cannoni e infine, dopo esserci rincorsi a lungo tra i resti delle costruzioni, stanchi e felici consumavamo la nostra pizzacola seduti tra gli alberi che stavano su in cima, in quella punta protesa verso la vicina montagna dei Fiori.
Cresciuti di qualche anno, Civitella diventò meta preferita delle nostre camminate. Scendevamo al fiume e da li per una erta costa salivamo sopra la grande collina tonda che la separa da Campli.
Camminando lassù, all’inizio si vedevano solo il prato e il cielo. Poi, piano piano, tra i fili d’erba e i fiori gialli e azzurri cominciava a spuntare una linea scura, troppo diritta e regolare per essere la cima di un’altra collina. Ancora qualche passo e si cominciavano a distinguere le mura della rocca e poi le prime case e infine tutto l’abitato. A quel punto ogni volta ci fermavamo a guardare. Poteva essere la centesima volta che la vedevamo, ma non importava. Era troppo speciale Civitella per non ammirarla ancora.
Per un orgoglioso camplese era difficile ammetterlo, ma quello strano paese arrampicato sul fianco di un costone, con quelle possenti mura in cima e le case che avevano lo stesso colore della roccia, così simile a un’astronave di pietra che riempiva la valle e si  protendeva verso le montagne, era un posto straordinario, diverso da tutti gli altri, bello da togliere il fiato.
A distanza di tanti anni ritrovo lo stesso senso di meraviglia e provo l’identica emozione guardando una fotografia di Beniamino scattata dalla sommità di quella collina. Qui si aggiungono il fascino dell’inverno e della neve, ma è così che Civitella si presentava ogni volta ai nostri occhi ammirati.
Meraviglia ed emozione. Credo siano queste le chiavi per affrontare questo viaggio per immagini. Beniamino ha fotografato Civitella come un innamorato fedele farebbe con la donna che ama da tutta una vita. Conosce ogni centimetro quadrato del corpo di lei, eppure la guarda ancora col senso di meraviglia della prima volta, emozionato come allora. Così le gira intorno da ogni lato, con ogni tempo e in ogni stagione, di giorno e di notte, e ne esplora le strade, ne osserva i portoni e le finestre, entra nelle case per mostrarne i tesori, si arrampica sui tetti per guardarla dall’alto e sulle montagne che la circondano per testimoniarne la signoria sulla valle e l’immenso spazio che è abituata a dominare da secoli. E pazienza se durante un appostamento notturno sulle Casermette arrivano i cinghiali a far visita a lui e a Luciana, la sua compagna di vita, di gioco e d’avventura. 
Come ha scritto qualcuno, l’importante per noi esseri umani è lasciar tracce del nostro passaggio su questa terra. Beniamino Procaccini fotografo ne ha già disseminate di profonde dietro di sé, ma questa dichiarazione d’amore al paese dov’è nato e nel quale affondano  le sue radici brillerà per sempre come una lucentissima stella,  illuminando il suo cammino di uomo e di artista.

Aprile 2011