Raymond André un anno dopo

di Simone Gambacorta.

Seppi che Raymond André era morto da una telefonata di Roberto Michilli. La telefonata arrivò in tarda mattinata e durò poco, pochi minuti: Roberto mi raccontò per sommi capi come era successo quel che era successo.
Non andai al funerale di Raymond. Ai funerali mi riesce difficile partecipare: lo dissi ad Antonio Alleva, e mi ero anche preparato a spiegargli il perché, ma non ce ne fu bisogno: Antonio capì subito, forse capì “prima”; resta il fatto che non fece domande e riuscì a farmi sentire la sua comprensione con uno sguardo che ho ancora davanti agli occhi.
Stranamente, nel periodo della scomparsa di Raymond, tutto fu semplice e tutto fu silenzioso. Sembrava che le cose andassero a posto da sole, come se non volessero far rumore, come se volessero impedire che qualcosa potesse distoglierci dalla brutta sorpresa che ci aveva colpiti: nessuno sapeva che la salute di Raymond non fosse ottimale semplicemente perché Raymond non l’aveva detto a nessuno.
Non potrei giurarlo, ma ho l’impressione, e naturalmente è un’impressione che appartiene solo a me, come un sogno o come un’allucinazione, che anche il dolore sia arrivato un poco dopo, non appena cessato il contraccolpo della notizia. Ma non fu un dolore ritardatario, fu puntualissimo: fu un dolore che rispettò i tempi. Fu anche molto asciutto e molto austero. Fu soltanto un dolore e fu soltanto vero.
Adesso non si fa vedere spesso, non si mette in mostra, non fa baccano, ma dura ancora. È un dolore paziente e tenace, non so dire se somigli più a una sentinella o a un predatore, ma so che è concreto, tangibile, e ha un modo tutto suo di giocare a nascondino. Fa come fanno certi oggetti che a intervalli lunghi o lunghissimi scompaiono e riappaiono nei cassetti.
Da quale regola, da quale metrica dipenda una simile intermittenza, non so immaginarlo: penso che, come nello scivolare dell’ombra – questa compagna di cui sempre ci accorgiamo e sempre ci dimentichiamo – vi sia un po’ di dispetto e un po’ di fedeltà.
Sarà opportuno io mi domandi, a questo punto, come mai un’assenza possa essere così insolitamente presente. Me lo domando. E mi rispondo che mai, probabilmente, mi è capitato quel che mi è capitato quando conobbi Raymond: mai mi è capitato come con lui che un uomo riuscisse a trasemettermi tanto autenticamente il suo essere uomo; mai mi è capitato come con lui che un uomo mi apparisse come un sentimento di pace e di pacificazione con sé e col mondo. Nella sensibilità, nell’intelligenza, nella cultura di Raymond non c’era nulla di insidioso, nulla che non rispondesse a un naturale modo di essere, nulla che non fosse accogliente e rassicurante, innocuo e profondo.
Quando lo conobbi, Raymond mi diede l’idea di essersi guadagnato uno straordinario equilibrio – un modo diverso, diversamente consapevole, di stare in bilico nella vita – tra il suo mondo poetico, cioè tra quello che scriveva senz’altra rivendicazione che poterlo scrivere, e il suo mondo affettivo, scandito da una quotidianità raccolta nel tondo della realtà familiare. Questo senso di tranquillo innamoramento non mancò di trasmettermelo nemmeno quando parlò del suo lavoro di insegnante: era professore di Lettere al Liceo Artistico di Teramo, e i suoi alunni, dopo la sua scomparsa, si sono spesi in maniera inusuale per saldare il debito emotivo che li legava a lui in un sodalizio insolito nella vita scolastica.
Tutto questo l’ho capito il giorno in cui lo incontrai per la prima volta a casa sua, a Torricella Sicura, e sono sicuro di averlo capito perché me ne convinsi come ci si convince del bianco quando si sta seduti nella neve.
Alcuni giorni dopo la morte di Raymond, ho ripensato alla nostra amicizia e sono rimasto senza parole. Mi sono accorto, me ne sono accorto solo allora, che Raymond l’ho visto di persona, da vivo, due volte: a casa sua, quando ci conoscemmo, e alla presentazione che feci di un suo libro di poesia, “Le vetrate di Saint Denis”. Due volte e basta. Tre, se si considera quel pomeriggio in cui, dalla mia auto, non visto, lo vidi camminare su un marciapiede poco più in là. Ma insomma, due volte. Per il resto mail, telefonate, credo molti reciproci pensieri. Però ecco, due volte. A lungo, ma due volte.
Per consolarmi mi dico che il due è anche il numero dell’amcizia, e sono sicuro che di Raymond sono stato amico e che lui lo è stato di me. Se non avessi fatto i conti, avrei continuato a credere di averlo visto chissà quante volte. Ma sono bastate quelle due: sarà perché il tempo che si condivide con un poeta è un tempo dilatato, un tempo che induce a una sincerità diversa, o forse sarà perché certi caratteri, quando s’incontrano, consuonano subito, non lo so. So solo che ho stentato a credere che fossero state solo due volte.
Pochi giorni fa mi è tornato alla mente un frammento del primo incontro con Raymond. Eravamo nel suo salotto, col camino acceso, e parlavamo già da qualche ora. Quel pomeriggio parlammo tanto e di tanto. A un certo punto lui mi disse una cosa che là per là mi parve strana: mi disse che da un po’ si stava interessando ai salmoni. Immagino che sul mio volto lesse dello stupore, perché subito aggiunse che questi pesci lo affascinavano: lo disse sorridendo, come a farmi capire che la cosa, per quanto a tutta prima bizzarra, per lui era tutt’altro che futile. Quella dei salmoni era una metafora cara anche a Carver, autore amato da Raymond non meno che da Antonio Alleva, che di Raymond si è sempre sentito e detto fratello: e fratelli, i due, lo sono stati davvero.
Raymond era affascinato dal destino dei salmoni, da quel loro risalire i fiumi fino alle sorgenti per depositare le uova. Disse che stava riflettendo a fondo su questa prova di resistenza, su quella corsa contro il tempo fatta di salti, di spinte, di sforzi, incerta fino alla fine e costellata da mille difficoltà.
Mentre lo ascoltavo, man mano che il suo discorso mi si andava chiarendo grazie alle parole con cui me ne metteva a parte, provai imbarazzo per averlo considerato, sulle prime, una stranezza. Era invece un discorso molto serio, serio e non serioso. Lui lo punteggiava di notazioni e chiose che restituivano per intero, e con tutte le implicazioni e le astrazioni simboliche, la “necessità” e la “crudeltà”, ma anche la poesia, della sorte dei salmoni: risalire la corrente, andarle contro, opporsi a essa per obbedire alle leggi della vita.
Raymond è morto a Bologna il 23 febbraio 2010, appena arrivato in un ospedale dove avrebbero potuto curarlo, dopo una corsa contro il tempo cominciata in un’ambulanza partita da Teramo: risalire la corrente, andarle contro, opporsi a essa per obbedire alle leggi della vita e della morte. Raymond Andrè si chiamava Remo Di Vitantonio e forse aveva avuto un presagio.

Pubblicato per gentile concessione dell’autore.
Già apparso su altrimenti.wordpress.com, il blog di Antonella Gaita.

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