Triplo salto mortale

A Carnevale, la Società sportiva organizzava dei veglioni per raccogliere fondi in favore della  squadra di pallacanestro. La sala che ospitava il cinema, al primo piano del quattrocentesco palazzo comunale, veniva liberata dalle file di sedili in legno e addobbata con festoni e lampioncini di carta colorata. A noi ragazzi non era permesso partecipare. Ci volevano almeno sedici anni. Al fine di controllare meglio gli accessi, il gabbiotto mobile di masonite che serviva da botteghino per il cinema veniva spostato dal corridoio del piano nobile alla sommità della prima rampa di scale. Dentro, a fare i biglietti,  sedeva Svaldino; lo contornavano robusti giovanotti, incaricati del servizio d’ordine. Impedivano l’ingresso a portoghesi e minorenni, sedavano le risse, riducevano a più miti consigli qualche paesano che dava un po’ troppo fuori di matto, esaltato dalle abbondanti libagioni e dal clima di festa. Tenuti attentamente d’occhio dai forzuti, ce ne stavamo lungo lo scalone, e da lì ammiravamo i generosi decolté delle signore del paese, irriconoscibili nelle loro tolette e scortate da cavalieri irrigiditi nell’abito scuro delle grandi occasioni.
Una volta, però, qualcuno ebbe l’idea di riservare il pomeriggio del martedì grasso a una festa per noi  ragazzi. Fu un successone. Accorremmo in tanti. Ci sorrideva l’idea di poter dare un’occhiata da vicino a quella sala in cui immaginavamo si svolgessero, in nostra assenza,  chissà quali eventi straordinari. Come unico travestimento, avevamo quasi tutti semplici mascherine. Tonino non portava nemmeno quella. S’era messo, però, una benda nera su un occhio, convinto che bastasse a trasformarlo nel Corsaro Nero, il suo idolo. Solo Franco indossava una specie di domino viola, che gli aveva cucito la sorella. Purtroppo era uscito corto, e così dal fondo spuntavano i suoi inconfondibili piedoni piatti nelle solite scarpacce nere, per cui a ben poco serviva quel camicione dal colore orribile. Poi, però, arrivarono i figli di papà nei loro costumi rutilanti. Odalische; fatine; damigelle; due Robin Hood; tre o quattro Zorro; antichi romani, un maragià col turbante ornato di un lunghissimo asprì e, dulcis in fundo, il più odioso e spocchioso di tutti, uno spilungone con il collo da giraffa, figlio del possidente numero uno del paese, in un favoloso costume nero da ussaro, completo di stivali, sciabola, dòlman con gli alamari d’argento e colbacco. Restammo tutti a bocca aperta. Avremmo dato volentieri un braccio, per avere un costume come quello. Odalische, fatine e damigelle ronzavano tutte attorno a lui.
Ma non era finita. Ben altro dovevamo subire ancora. Le mascherine potevano esibirsi. Ai più bravi erano riservati bellissimi premi. Chiamati ad iscriversi alla gara,  i ragazzi in costume annunciavano quale sarebbe stato il loro numero. Quasi tutti avrebbero cantato, recitato poesie o suonato qualche strumento. Ma l’ussaro, con quel po’ po’ di sciabolone al fianco, non poteva certo cavarsela con qualcosa di così poco eroico. No, poffarre: lui disse che avrebbe eseguito nientepopodimenoche un triplo salto mortale, volando giù dal palco a tre metri da terra sul quale era appollaiata l’orchestra. Damigelle, fatine e odalische erano ormai in deliquio.
Col morale sotto i tacchi,  cominciammo a sorbirci la sequela di canzoncine, filastrocche e domeniche andando alla messa suonate su flauti  spaccaorecchie, in attesa che arrivasse il momento del salto. Il tempo passava, l’ora fatidica stava ormai per scoccare. Ben presto il babbeo in dolmen avrebbe compiuto quell’impresa strepitosa, seppellendoci per sempre nella nostra mediocrità.
Ecco che finisce anche l’ultima Vispa Teresa. Riceve la sua dose di applausi e viene giù dal palco. Tocca a lui, adesso. Un grande silenzio scende nel salone. Tutti gli occhi sono fissi sulla scala. Ma invece dell’ussaro, vediamo arrampicarsi faticosamente un panzone della Società sportiva. L’ussaro ha bisogno di qualche minuto per prepararsi, dice. Intanto l’orchestra suonerà qualcosa per noi.
Una canzone, due, tre ed ecco di nuovo il panzone arrancare su per  la scala. Il previsto triplo salto mortale non sarà eseguito, annuncia. L’ussaro non si trova più.
Un incontrollabile forsennato applauso sommerge le ultime parole del trippone. Gioia pura scorre per la sala. Tonino si toglie la benda nera dall’occhio e arremba la damigella più vicina. E’ il segnale: in un baleno le odalische e le fatine sono tutte nostre. 

(2001)