La più bella del reame – L’incipit

10 Ottobre 1999, domenica.

  Mi chiamo Viviana e sto per morire. Due anni fa mi hanno trovato un tumore a una mammella. Me l’hanno tolta. Poi ho fatto la radioterapia e la chemio. Ho sofferto tanto e perso tutti i capelli. Sembrava che ce l’avessi fatta, ma il male è tornato. Adesso è dovunque. I medici mi curano ancora, ma di guarire non c’è più speranza. Si può solo rallentare un poco l’inevitabile e attenuare il dolore. Bisogna morire, dunque. Ma ho solo trentanove anni e non è facile rassegnarsi. E io non mi rassegno, infatti. No, non mi arrendo. Gli specialisti del Centro si meravigliano nel vedermi così combattiva, ancora così piena di vita. Ma io sono viva, e vivrò. Finché potrò, vivrò. Vivrò ogni giorno ogni ora ogni minuto che mi resta, vivrò fino a un istante prima di morire.
  Finora non ho avuto tanto dolore. Una crisi acuta ogni tanto, che riuscivo a superare con le pasticche e le iniezioni. Adesso però gli attacchi cominciano a incalzare e presto ci vorrà la morfina. Ma intanto sono lucida, sono ancora io, e questa per me è la cosa più importante. Se mi guardo allo specchio, all’inizio faccio fatica a riconoscermi, ma poi alla fine ci riesco, e mi ritrovo, anche così, con un dito di capelli fini fini, la faccia gialla e la pelle secca. È un brutto ceffo, quello che mi guarda dal vetro, ma una volta non ero così. No davvero. Ero bella, io, molto bella. L’uomo che sta con me adesso, Luca, il mio amore dolce, mi prende tra le sue braccia forti e mi dice che lo sono ancora, che sono bella anche così magra, con la protesi al seno e questi quattro peli in testa. So che non è vero, anche se mi fa piacere sentirmelo dire. Ma un tempo ero bella davvero, bellissima anzi, forse la più bella del reame.
  Sono le tre del pomeriggio. Luca è partito per Trento mezz’ora fa. Starà fuori tutta la prossima settimana per un corso di aggiornamento. È un infermiere specializzato in rianimazione e pronto soccorso. Lavora al 118. È bravissimo. In ospedale ho sentito dire da diverse persone che se facendo le corna ti dovesse capitare qualcosa è molto meglio se ti soccorre lui invece di tanti medici.
  Ho pulito un poco la casa e poi sono venuta a stendermi sul letto. Mi stanco subito. Mi fa male tanto la schiena e le gambe mi diventano di piombo. Luca non vuole che mi affatichi. Alla spesa adesso ci pensa lui, ma dice anche che vuole fare le pulizie e cucinare. Ai fornelli se la cava, è vero, ma a me stare in cucina è sempre piaciuto e sono brava, e poi voglio prendermi cura di lui. Per quello che posso e finché posso, certo. E quanto alle pulizie, non sono cose da uomini. Non mi è mai pesato fare le faccende di casa. Trovo sia giusto che tocchino a noi donne. Avessi potuto scegliere, me ne sarei stata volentieri a casa, a curare la famiglia, mentre il mio uomo sarebbe andato a guadagnarsi la pagnotta. Ma non è andata così.
  Non voleva partire l’amore mio, non mi voleva lasciare. Ma io l’ho convinto. Deve seguirlo questo corso. È giovane, deve pensare al suo avvenire. Io presto passerò e diventerò solo un ricordo, ma lui continuerà a vivere e deve essere felice.
  M’ha riempito la casa di roba. Con quello che mangio adesso, ci potrei campare sette mesi, non sette giorni. E poi ha organizzato tutto con i suoi amici dell’assistenza domiciliare. Verranno ogni pomeriggio a vedere come sto e se mi serve qualcosa.
  Ora mi sento meglio. Me ne sto seduta, con le spalle appoggiate a una pila di cuscini. Scrivo col quaderno appoggiato alle ginocchia. In sottofondo va la musica che tanto mi piace, la Traviata cantata dalla Callas. Accanto a me, sulla coperta, è posato il mio micio di latta, un vecchio giocattolo che mi tengo sempre accanto, l’unico oggetto sopravvissuto alla mia infanzia e alla casa dove sono nata.
  Ci pensavo da un po’ a raccontare la mia vita, la mia vita così breve… Tanto che diversi mesi fa, quando ancora uscivo, al supermercato presi una scatola intera di penne Bic e tre di questi grossi quadernoni a righe con la copertina gialla e la spirale da un lato. Oggi mi sono decisa a cominciare e in questi giorni che lui non c’è voglio finire. Preferisco essere sola, mentre faccio questo viaggio. Lui mi lascerebbe in pace se mi vedesse scrivere, ma la sua presenza mi distrarrebbe, e non riuscirei a immergermi completamente nel passato. E poi devo sbrigarmi. Adesso me ne sento la voglia e la forza, ma già tra qualche giorno potrei non essere più in grado di farlo.
  Non so poi per chi la voglio scrivere. Per le mie figlie? No, Francesca e Laura la conoscono già la mia vita. È stata per buona parte anche la loro. Per l’uomo che mi sta accanto? Neanche. Gli ho raccontato ogni cosa di me. Sa già tutto. E per chi allora? Non so di preciso, ma mi piace l’idea di lasciare una traccia dietro di me. Per quelli che verranno. Magari nessuno la leggerà questa mia storia, ma importa già che ce ne sia la possibilità. Tutti dovrebbero raccontare con sincerità e onestà la loro vita e metterla a disposizione degli altri. Sarebbe la memoria vera dell’umanità. Molto meglio dei romanzi. E poi è un modo per sopravvivere, per restare presenti anche quando saremo scomparsi.
  Ero bella, dicevo, però la bellezza non m’ha portato la felicità. Sono arrivata a pensare che anche la bellezza è una malattia mortale.
  Da bambina mi guardavo allo specchio e sognavo. Non volevo diventare un’attrice o una cantante. No, magari. Quelli sono sogni innocui. Io volevo il principe azzurro, e quello arriva sempre, purtroppo. E prima di scoprire che non era azzurro e tanto meno principe, hai fatto in tempo a rovinarti la vita.