Tomas Tranströmer – Crisìde dorata

Tomas Tranströmer (1931); traduzione di Gianna Chiesa Isnardi.

Crisìde dorata

Il serpentello, lucertola senza zampe striscia lungo
la scala esterna
quieto e maestoso come un anaconda, solo le dimensioni li distinguono.

Il cielo è coperto di nubi ma il sole si spinge nel mezzo.
Così è il giorno.

Questa mattina la mia amata ha scacciato gli spiriti maligni.
Come quando nel sud si apre la porta di un magazzino buio
e la luce irrompe
e gli scarafaggi svelti svelti sfrecciano negli angoli e
sulle pareti
e scompaiono – li hai visti e non li hai visti –
così la sua nudità ha fatto fuggire i demoni.

Come se non ci fossero mai stati.
Ma tornano.
Con mille mani che connettono in modo sbagliato l’antiquato sistema di terminazioni
telefoniche dei nervi.

E’ il cinque luglio. I lupini si sporgono come se
volessero vedere il mare.
Noi siamo nella chiesa del silenzio, nella devozione illetterata.
Come se i volti degli irremovibili patriarchi non ci fossero
né l’errore di ortografia nel nome di Dio sulla pietra.

Ho visto un predicatore televisivo fedele alla lettera che aveva raccolto mucchi  di denaro.
Ma era debole ora e doveva essere sorretto da un bodyguard
che era un giovane elegante con un sorriso tirato
come una museruola.
Un sorriso che soffocava un grido.
Il grido di un bambino che resta in un letto d’ospedale
mentre i genitori vanno via.

Il divino sfiora un essere umano e accende una fiamma
ma poi si ritrae.
Perché?
La fiamma attira a sé le ombre, esse volano lì crepitando e
si uniscono alla fiamma
che sale e si fa nera. E il fumo si diffonde nero e
soffocante.
Infine solo il fumo nero, infine solo il boia
devoto.

Il boia devoto si china in avanti
verso la piazza e la folla che disegna uno specchio deformato
in cui può vedere se stesso.

Il più grande dei fanatici è il più grande dubitatore. Non
lo sa.
E’ un patto tra due
in cui l’uno deve essere visibile al cento per cento e
l’altro invisibile.
Quanto mi ripugna l’espressione “cento per cento”!

Quelli che non sanno stare in nessun altro posto se non sulla loro facciata
quelli che non sono mai distratti
quelli che non aprono mai la porta sbagliata dove possano vedere un barlume
dell’Inidentificato –
passa oltre costoro!

E’ il cinque liglio. Il cielo è coperto di nubi ma il sole
si spinge nel mezzo.
Il serpentello striscia lungo la scala esterna quieto e
maestoso come un anaconda.
Il serpentello come se non ci fossero ministeri.
La crisìde dorata come se non ci fosse idolatria.
I lupini come se non ci fosse “cento per cento”.

Io sento l’abisso in cui si è insieme prigioniero e dominatore come
Persefone.
Spesso sono rimasto coricato giù nell’erba secca
e ho visto la terra inarcarsi sopra di me.
La volta della terra.
Spesso, per metà della vita.

Ma oggi il mio sguardo mi ha lasciato.
La mia cecità si è arresa.
Lo scuro pipistrello ha lasciato il volto e sforbicia in
giro nello spazio luminoso dell’estate.

Dalla raccolta För levande och döda (Per vivi e morti), 1989.

La Crisìde dorata, comunemente nota come Vespa dorata, è un insetto degli Imenotteri, sottordine degli Apocriti. Lungo da 3 fino a 8 millimetri, ha un dermascheletro coriaceo che presenta colorazioni vivaci (azzurre, verdi, rosse, dorate ecc.) con riflessi metallici intensi e cangianti.

Gianni Paris su Desideri

«Abruzzo Oggi», 10 aprile 2005

Allegro vivace (Valeria e Angelo). Adagio (Elio). Allegro ma non troppo (Claudia). Allegro con brio (Deborah). No, non sto scrivendo una recensione sbagliata o fuorviante. Non ho assistito ad alcun concerto di musica classica. Sto scrivendo la mia solita recensione-diario e per la prima volta, da quando “L’odore dei libri” è apparso su questo quotidiano, parlo di un esordiente abruzzese, Roberto Michilli (nato a Campli, ma residente a Teramo), che ha pubblicato con un editore di qualità qual è la Fernandel di Giorgio Pozzi. Quel Roberto che deve aver lasciato un poster di Milan Kundera nella cameretta dei suoi ricordi. Michilli infatti deve aver letto attentamente «L’arte del romanzo» (di Kundera), con la scrittura che diventa spartito, vocali e consonanti che si trasformano in note musicali, il ticchettio sulla tastiera che diventa violino o pianoforte. Roberto Michilli ha scritto quattro storie che sommate fanno un romanzo corale. Inizialmente, la voce di Michilli, mi è parsa solo di piacevole lettura.

Nient’altro. Per il tipo di intreccio (l’autore fa cominciare il primo racconto e poi lo intervalla con il primo di un altro racconto, e ancora con il primo del terzo racconto, per poi farci conoscere – alla fine del secondo giro – la quarta storia) non credevo che potessi mai considerare il libro del cinquantacinquenne Michilli avvincente, denso e lineare. Invece, una volta tanto, mi sono dovuto ricredere. Certo, ho dovuto prestare maggiore attenzione per tenere il filo dello schema madrigale (ABC ABC DD), ripetuto per tre volte, adottato da Michilli, tuttavia la sua scrittura “polifonica” mi ha reso partecipe dei problemi di Elio Santi, che vuole a tutti i costi acquistare la casa dei suoi sogni. Una casa in campagna (forse piena di fantasmi e proprietari morti malamente). Mi ha fatto condividere l’ostinazione di Claudia, che insegue un uomo (Matteo) che non la vuole. Insieme a Roberto, amico di Angelo, ho letto la lettera con la quale quest’ultimo spiega i perché del suo gesto estremo (nei confronti della moglie Valeria e di se stesso). Mi sono pure eccitato sullo stesso divano di Zenith, che desidera Deborah, la sorella di sua moglie, e che va oltre il ribrezzo nel leccare le parti intime di una vecchiaccia con il titolo di maga pur di raggiungere lo scopo.

Un particolare: il sesso raccontato da Michilli è il migliore che abbia letto negli ultimi dodici mesi. E forse, quando descriverò fra dieci anni una scena di sesso, chiederò al suo cuore di uomo e scrittore le direttive per capire meglio l’anima e le emozioni… Tra le quattro storie, due mi hanno conquistato: sono quella di Zenith e di Elio Santi; scritte con un polso da autore navigato, che forse Michilli ha, se penso alle sue opere inedite. Ah, stavo scordando qual è il tema comune che unisce i quattro romanzi (brevi): i personaggi vogliono qualcosa con tutte le loro forze e sono disposti a tutto per averla. Be’, mi fermo qui. Vi lascio al testo musicale-letterario di Michilli, che oltre al poster di Milan Kundera, ha letto l’opera omnia di Italo Calvino…

 

Teo Lorini su Desideri

«Pulp» n. 55, maggio-giugno 2005

Il corpo di una donna, il possesso di una casa, un amore perduto e uno che non c’è mai stato. I quattro racconti che, dilatati e rimontati, compongono l’esordio in prosa di Roberto Michilli (56 anni, teramano) esplorano con fluviale abbondanza di dettagli varie sfumature della brama e dell’ossessione. Dopo una vita al fianco di un uomo che le è indifferente, Claudia scopre all’improvviso l’amore, il turbamento e l’amarezza del rifiuto. Angelo non sa rassegnarsi all’abisso scavato fra lui e la moglie da un incidente e da un incontro nefasto. Elio sfiderà le sue paure e le sue convinzioni per difendere il sogno che coltiva da una vita. Zenith, infine, pagherà il prezzo più caro per soddisfare la propria “passione furiosa” per Deborah.

Il desiderio, per Michilli, è una forza inarrestabile che travolge qualsiasi cosa e che confina con due territori altrettanto pericolosi: la follia e il sovrannaturale. È questa l’intuizione più felice del libro che funziona benissimo quando resta concentrato sugli aspetti patologici e magici dell’ossessione, ma a cui nuocciono alcuni difetti tecnici e strutturali su cui forse sarebbe stato opportuno lavorare. L’eccessiva abbondanza di dettagli superflui aggiunge meno in completezza di quanto tolga in efficacia. Certi snodi narrativi risultano meccanici e forzati (il finale, prevedibile e pasticciato, di Deborah, indebolisce il racconto più potente della raccolta), mentre la lingua volutamente dimessa e lineare, produce ottimi risultati quando descrive con tratti misurati e insinuanti l’inizio dell’inquietudine, ma quando deve raccontare il culmine della frenesia, risulta spesso inadeguata e talvolta involontariamente comica, (“avevo strusciato la punta infuocata del mio passerotto sulla retina bianca [dello slip] che lo proteggeva dagli spurghi della sua passerina adorata”). Ma il rimpianto per queste debolezze non inficia il giudizio su un testo capace di porre domande sottilmente inquietanti sulla vera natura dei nostri bisogni e delle nostre aspirazioni.

 

 

Rosa Polacco su Desideri

«Il Foglio», 19 novembre 2005

Un romanzo polifonico, questo “Desideri”: quattro storie, distanti tra loro, s’intrecciano in una solida architettura: storie di buona borghesia di provincia, dove tutti sono ricchi, belli e infelici. Il filo conduttore, il pretesto e insieme la tesi, è il desiderio, vero protagonista che sposta la trama apparentemente leggera sul confine del giallo psicologico. Il desiderio è definito nel suo senso etimologico e desueto: è ciò che manca ed è perduto, assente e struggente. Angelo desidera Valeria, plagiata e rapita da uno psicoterapeuta da salotto televisivo; Elio cerca la casa dei suoi sogni, una villa di campagna abitata dagli spettri del pettegolezzo; Claudia ha semplicemente bisogno di un amante e Debora, o il suo fondo schiena, è l’oggetto irrinunciabile della bramosia boccaccesca di un uomo. Piccola città, bastardo posto, di pellicce e fuoristrada, di persone per bene che hanno risolto i momenti cruciali della vita: lavoro, matrimonio, figli. Ora, liberi dai banali nodi dell’esistenza, possono concedersi il lusso di un desiderio, di qualche futile necessità che è in sostanza simbolo di una noia e nemesi di scelte sbagliate. Conoscere il proprio desiderio significa riconoscerne la qualità e il limite, spiega Michilli, ma il desiderio esaudito è sempre punizione e vergogna, e in tre storie su quattro addirittura morte. D’altra parte, su queste pagine che si fanno via via più inquietanti, aleggiano sempre la presenza dell’irrazionale, della superstizione contadina e della magia, affatto gotica ma piuttosto retaggio di un piccolo mondo antico. Ogni racconto, interrotto e intersecato agli altri, ha un suo stile e un suo linguaggio: come spiega l’autore nella deliziosa nota finale, lo schema secondo cui le storie si intrecciano è quello del madrigale e il legame più seducente è quello musicale per cui le quattro parti “hanno ciascuna un diverso tempo interno, dato dal numero delle pagine ma anche dalla diversa velocità del racconto e si succedono in modo da richiamare i movimenti di una sinfonia classica”. Così la storia dei due sfortunati amanti ricorda un Allegro Vivace, la ricerca della casa in campagna un Adagio, il desiderio sessuale un Allegro ma non troppo. Alla fine torna in mente l’aforisma da maglietta di Oscar Wilde: a questo mondo vi sono solo due tragedie: una è non ottenere ciò che si vuole, l’altra è ottenerlo.

 

Amico porco

Intorno all’otto dicembre, festa dell’Immacolata, nelle campagne e in molti cortili del paese incominciava la strage, che andava poi avanti fin oltre l’Epifania. Coccolati e nutriti per un anno intero, i maiali ora si immolavano per assicurare alla famiglia che li aveva allevati una insostituibile riserva di carne per i lunghi mesi a venire.
Lo portavano nel cortile, il porco, e mentre alcuni uomini lo tenevano fermo, Ennio, che nel resto dell’anno faceva il falegname, gli cercava la carotide con un coltello lungo e stretto. Il sangue scorreva, rosso e fumante, e si raccoglieva in un grande catino tenuto sotto la ferita. Lo buttavano subito nell’acqua fredda, per farlo coagulare. Lavorato con le mani, diventava simile a una morbida spugna color vinaccia. L’agonia della povera bestia era lunga, segnata da grida strazianti che si facevano via via più flebili. Alla fine bagnavano la carcassa con acqua bollente, e dopo aver rasato tutti i peli, la legavano per le zampe posteriori e la sollevavano sospendendola allo stipite di una porta. Ennio allora la spaccava per toglierle le interiora. Le budella, necessarie per insaccare la carne, venivano subito lavate. Sul fuoco, intanto, tagliato a piccoli tocchi e insaporito con cipolla, rosmarino, alloro, peperoncino, aglio e buccia d’arancio cuoceva il sangue. Sarebbe servito per la cena, insieme alle spuntarelle, pezzi di carne recuperati dalla carcassa, che abbrustolivano sulla graticola. Spesso il maiale era diviso tra due famiglie. A noi, che eravamo solo tre, una metà bastava e avanzava. Il mezzo porco veniva lasciato a sfreddare per ventiquattr’ore in un luogo fresco e aerato, pregando che non ci fosse levante. Il tempo umido l’avrebbe infatti mantenuto molle. Quando la carne s’era fermata, Ennio veniva per la spezzatura e la salatura. Operando con rapidità e precisione, divideva la carcassa nei tagli regolamentari. Da mezzo porco si ricavavano un prosciutto; una spalletta; tre lonze, tra cui un filetto; sei salsicciotti; una grande pacca di lardo; mezza costatella e carne per le salsicce. Con il mezzo guanciale, i due piedini, l’orecchia, e la coda, se era toccata in sorte, oltre a vari piccoli pezzi di carne e di cotica recuperati dalla lavorazione, si preparava la ‘ndocca ‘ndocca. Bolliti in pentola per un tempo interminabile insieme ad aglio, rosmarino, alloro, peperoncino, buccia d’arancio, pepe e un pizzico di noce moscata, gli ingredienti diventavano tenerissimi ed eccezionalmente saporiti. Nella grossa caldaia nera sospesa sulla fiamma vivace del camino si scioglieva la sugna, il grasso che avvolgeva gli intestini. Se ne ricavava lo strutto bianchissimo necessario per conservare le salsicce. Mischiato a sale, buccia d’arancio, pepe, saittino e rosmarino diventava anche ventricina e veniva conservato in palloni di budello. Ciò che avanzava della sugna si friggeva, e con gli sfricoli si preparava una pizza saporita. Per assicurarne la conservazione, le carni venivano massaggiate a lungo perché perdessero tutto il sangue, e quindi salate. Particolare cura Ennio dedicava al prosciutto, il pezzo più pregiato. Lo premeva lungo il percorso delle vene per vuotarle anche del più piccolo residuo di sangue e scavava intorno all’osso del femore per lasciarlo libero. Alla fine il prosciutto quasi scompariva sotto un cumulo di sale grosso. Quello di spalla, la cui carne era più dura e nervosa, spesso veniva sfasciato per farne altre salsicce e salsicciotti. La decisione era sempre sofferta, e occorrevano diverse riunioni di famiglia per prenderla. Le donne macinavano quindi la carne e ne facevano salsicce, riempiendo le budella del maiale, conservate a questo scopo. Non solo non si buttava niente di lui, ma lo straordinario animale provvedeva da sé anche al necessario per la propria conservazione nel tempo. Il fegato, tritato, aromatizzato con spezie e buccia d’arancio e mischiato a una parte della carne, permetteva di ottenere salsicce più scure, profumate e dal sapore intenso. A me non piacevano perché in bocca allappavano: legavano un po’ la lingua, come facevano i cachi quando non erano ancora maturi. I salsicciotti si ottenevano con carne magra. Anche questa veniva tritata nella macchinetta girata a mano e poi insaccata in un budello più grande. Il budello proteggeva pure i lunghi e spessi lombi, che alla fine venivano legati con lo spago. Tutto questo ben di Dio veniva quindi sospeso a canne infisse negli appositi cerchi di ferro che si trovavano nei soffitti di tutte le case. Lì si asciugavano per più di un mese al calore del camino, e prendevano anche quel tanto di fumo che serviva ad assicurare la nota di sapore apprezzata dai buongustai. Nei primi tempi il grasso colava, ed era necessario mettere della carta sul pavimento. Dopo otto, dieci giorni, si potevano mangiare le prime salsicce. Si cuocevano alla graticola, insieme a succulenti pezzi di costatella, e si mangiavano con le foglie, le verze ripassate in padella. Quando il budello si staccava dalla carne lasciandola intatta nella forma, le salsicce erano pronte per essere riposte. Si conservavano sott’olio in vasi di vetro, oppure nei palloni, tondi budelli riempiti di candido strutto. Dai vasi e dai palloni le salsicce sorgevano al principio dell’estate, per regalarci incomparabili merende. A me piaceva assai anche il pane con sopra il lardo. Lo grattavo con il coltello dalla grande pacca che pendeva in cucina, a portata di mano per il battuto da mettere nel sugo. Il prosciutto restava sotto sale per più di quaranta giorni. Alla fine veniva lavato, asciugato amorevolmente con un panno morbido e pulito e infine cosparso d’un miscuglio odoroso fatto di pepe, peperoncino e molti altri aromi. Cominciava così un lungo processo di stagionatura, amorevolmente sorvegliato nel suo svolgersi da papà, che ogni tanto scendeva nel fondaco ad accarezzare il tesoro di famiglia. Annusava poi la mano che l’aveva toccato, e dal profumo traeva auspici sul suo gusto futuro.

(2002)