Fabio Brotto su Desideri

Pubblicato il 22 settembre 2005 su www.brotture.net

Desideri

Un romanzo articolato in modo sapiente è Desideri di Roberto Michilli (Fernandel 2005). Quattro diverse storie, con un debole punto di intersezione, dicono quattro desideri di quattro personaggi (cui si dovrebbero aggiungere desideri di figure secondarie). Si tratta di desideri fondamentali, in quanto fondano il senso della vita dei quattro, e il loro soddisfacimento appare loro necessario, nella forma di un aut-aut: o l’oggetto o la morte. Gli oggetti sono differenti, ma esercitano su ciascuno dei desideranti un fascino irresistibile. Un uomo vuole assolutamente riavere la donna amata che gli è stata sottratta: per lei è disposto ad uccidere, e uccide; un altro vuole assolutamente possedere carnalmente una parte bellissima di sua cognata, e per averla è disposto a ricorrere alle arti di una vecchia maga ripugnante, e finisce per accettare la propria morte; un altro ancora vuole assolutamente una casa in campagna, anche se è una casa maledetta, e per essa è disposto ad uccidere, e uccide; una donna vuole assolutamente un uomo che è innamorato di un’altra, e finisce per portare suo marito ad ucciderlo perché lei non soffra più. Tutti i desideri qui portano alla morte, evidenziando una radice metafisica di cui forse lo stesso scrittore non ha piena coscienza. E si tratta di morte per violenza, della quale a loro volta i personaggi non avvertono alcun senso di colpa. Sembra dunque che il desiderio scatenato, sciolto da ogni condizionamento, ab-solutus, annulli ogni residua coscienza del bene e del male. In questo, il romanzo di Michilli è totalmente postmoderno, anche se il suo linguaggio appare abbastanza tradizionale e medio (nel senso di un’aurea, elaborata mediocritas): i suoi personaggi vivono in un quadro di pensiero debole socialmente incarnato, rivelando come la violenza covi sotto ogni relazione umana anche quando non viene tematizzata ed esorcizzata dalle forme sociali della metafisica e della religione.  

Fabio Brotto su Fate il vostro gioco

Pubblicato il 30 luglio 2008 su www.brotture.net

Quel che mi piace in Roberto Michilli, e avevo già apprezzato in Desideri, è la maturità disincantata del suo sguardo sul mondo, e il controllo della scrittura che rivela una profonda assimilazione della lettura dei classici. Qualcosa di simile a quello che trovo nel grande e misconosciuto Alessandro Spina.

 
 

Il breve ma intenso romanzo Fate il vostro gioco, che nel titolo evoca subito la figura del croupier e il casinó con tutto ciò che portano con sé nella letteratura occidentale degli ultimi due secoli, è anzitutto un’esercitazione di scrittura come una variazione musicale sul tema, in secondo luogo un libro di agevole lettura che ti prende nella voglia di sapere come andrà a finire la vicenda, ma infine è anche una espansione della tematica del desiderio già sviluppata appunto in Desideri.

La struttura è semplice. Durante un viaggio in treno un uomo narra ad un altro viaggiatore, che non parla mai, la sua vita, dominata prima da una passione distruttiva per il gioco d’azzardo, e poi, dopo una apparente conversione che porta l’uomo ad esercitare la professione di “avversario del giocatore” ovvero di croupier, dominata da un altro desiderio assoluto, quello di trovare un sistema scientifico per vincere alla roulette. Un sistema scientifico per individuare i numeri che usciranno, non un marchingegno truffaldino. Per raggiungere questo obiettivo, egli impiega tutte le sue risorse monetarie, fisiche e mentali, servendosi dell’informatica nascente, e dei primi PC (siamo intorno al 1980). La bravura di Michilli sta nel trasformare le elucubrazioni matematico-statistiche e i problemi di programmazione del computer in una vicenda appassionante. Ma quello che a me interessa, è come, sempre, il risvolto antropologico. Il desiderio illimitato si rivela in realtà senza oggetto. Il protagonista che in gioventù ha sperperato nel gioco un ingente patrimonio, non muta radicalmente l’oggetto del suo desiderare, che rimane fondamentalmente vuoto. Il guadagno di milioni che gli potrebbe consentire la sua scoperta non è finalizzato a nulla di reale, e la soddisfazione di battere il meccanismo del casinò, il Sistema, è in sé cosa misera e vuota. In questo senso, anche il protagonista di Fate il vostro gioco si rivela essere un uomo vuoto, ed è in ciò eminentemente novecentesco, mentre l’associazione dell’informatica al mondo del gioco d’azzardo si pone come una metafora del nostro destino.