Prefazione a Nuovi versi

 

 

 

 

 

di Paola Valpreda

 

Non è ottimista l’universo poetico di Michilli: ha il fascino melanconico di ciò che abbiamo perduto o che sarebbe potuto essere e non è stato, della «strada non presa» alla Robert Frost.
Ma, nel nostro frusto e quotidiano qui e ora, attraverso la bellezza, un senso a volte traluce irriducibile, attraverso un montaliano «anello che non tiene» della troppo umana catena da cui siamo legati. È «l’infinito/ dietro la faccia opaca delle cose», che sono «specchi dell’invisibile», in un altro componimento.
Una fanciulla dai capelli di lino irrompe nelle nostre ore banali ed è tutta lì, l’esistenza, nella bellezza che le parole ricreano, nella capacità di comunicarci l’amore per una vita spesso matrigna, banale, eppure densa di incanti ascosi che si rivelano: agli occhi non tanto di chi sa vedere, ma di chi sa descrivere (o raccontare, in altre prove del Michilli prosatore), quindi ricreare – o forse creare del tutto dal nulla.
Certo, c’è la dimensione del sogno, ma, ad esempio in «Distendermi vorrei con te sul ciglio/ erboso di un ruscello», è molto più bello il locus amoenus a cui l’autore conduce idealmente noi, non solo la sua donzella, che il sogno in sé.
Il dire il vero e l’importante deve per forza essere pudico e l’autore trova una misura in cui la letterarietà è una eco familiare della memoria, non un soverchio lavorare i testi fino a estenuarli. «Tutto l’affanno dello scrittore che precede la scrittura e l’accompagna non deve lasciare traccia nella pagina che lo scrittore, infine, de-libera», per dirlo con Aldo Busi.
Un gesto di una passante, una lunga ombra del tramonto, diventano piccole magie che ridonano senso ai «pomeriggi/ e lunghi, interminabili tramonti» di cui ci pare a volte composta la nostra vita, ma non attraverso una poesia banalmente consolatoria.
Né si dimentica, in questo raccontare un altrove intuito e immaginato, magari un fatato Oriente verso cui navigare, di godersi la dolcezza dell’oggi, come il «tepore di braci» del fuoco di un tempo che è diventato sì un’abitudine, ma una «cara abitudine».
La mancanza di senso e la bellezza stanno lì a fianco a alternarsi secondo una logica che non comprendiamo. Eppure, per chi sa guardare, basta una «ragazza dai capelli di lino» (l’ultimo, splendido, componimento), parente del «pallido e soave psicagogo» Tadzio di Morte a Venezia, per pensare che sì, alla fine vale la pena vivere. E scrivere.