Omaggio a Hone Tuwhare – 2

Hone Tuwhare (1922-2008). Traduzione di Marinella Rocca Longo.

 

FRIEND

Friend,
Do you remember that wild stretch of land
with the lone tree guarding the point from the sharp-tongued sea?

The boat we built out of branches wrenched from the tree, is dead wood now.
The air that was thick with the whir of toetoe spears succumbs at last to the grey gull’s wheel.

Oyster-studded roots of the mangrove yield
no finer feast of silver-bellied eels, and sea-snails steaming in a rusty can.

Friend, allow me to mend the broken ends
of shared days:
but I wanted to say
that the tree we climbed
that gave food and drink
to youthful dreams, is no more.
Pursed to the lips her fine-edged
leaves made whistle—now stamp
no silken tracery on the cracked
clay floor.

Friend,
in this grim time
of dark unrest I press your hand
if only for reassurance that all
our jewelled fantasies were real
and wore splendid garb.
Perhaps the tree
will strike fresh roots again:
give soothing shade to a hurt
and troubled world.

 
AMICO

Amico,
Ti ricordi
quella lingua selvaggia di terra
con l’albero solitario che faceva da sentinella alla punta
contro il mare dalla lingua tagliente?

Il fortino che costruimmo con i rami
strappati dall’albero, è legno morto ora.
L’aria che era densa per il frullio di
frecce di toetoe si sottomette finalmente al
vortice del gabbiano grigio.

Radici costellate-di-ostriche
della mangrovia non producono una più bella festa
delle anguille dalla-pancia-argentata e delle lumache-marine
cotte in una latta arrugginita.

Permettimi
di riunire le estremità rotte
di giorni condivisi:
ma volevo dire
che l’albero su cui ci arrampicavamo
che dava cibo e bevanda
ai sogni giovanili, non c’è più.
Compresse alle labbra le sue foglie
ben orlate producevano fischi — ora non stampano
alcuna traccia serica sul suolo
d’argilla arido.

Amico,
in questo malinconico
tempo senza sogni mi aggrappo
alla tua mano anche se solo per rassicurarmi
che tutte le nostre fantasie ingioiellate erano
vere e vestivano splendidi cenci.
Forse l’albero
affonderà di nuovo fresche radici:
darà ombra alleviante a un mondo ferito e
tribolato.

L’Orma lieve

Nota critica di Ubaldo Giacomucci

Libro suggestivo e coinvolgente, questo edito da “Le Voci della Luna”, non solo per la qualità dei testi poetici di quattro autori di evidente forza espressiva e notevole efficacia formale, ma anche per la perfetta interazione con la grafica dell’artista Fausto Cheng, che attraversa e valorizza la scrittura poetica di questi autori.

La prefazione di Loredana Magazzeni inquadra perfettamente la dimensione stilistica dei nostri quattro poeti, il cui riferimento al territorio (della provincia di Teramo) è senz’altro casuale, dato che questi testi potrebbero essere tranquillamente proposti come emblematici delle tendenze espressive della ricerca poetica contemporanea nazionale e internazionale.

Antonio Alleva, nella sua sezione “Altri congedi nel moto perpetuo”, delinea la possibilità di far interagire le tematiche esistenziali con quella dimensione linguistica massmediologica con cui si è quasi da sempre confrontato nella propria ricerca poetica, e con esiti sempre felicissimi.
In quest’ultima silloge sembra trovar spazio in particolare una ricerca filosofico-esistenziale sulle domande “ultime”, quelle sul senso della vita e dell’essere, quella del confronto dell’essere umano con una dimensione ontologico-religiosa che sembra essere a tratti quasi deludente più che sfuggente o assente, o addirittura quasi inquietante nella sua lontananza dalla dimensione umana e terrena. Ne emerge una scrittura espressionistica e di grande attualità stilistico-espressiva.

La scrittura poetica di Raymond André si proietta lungo le diverse traiettorie psicologiche dell’introspezione per recuperare uno spazio simbolico ancor più esteso che nella lirica tradizionale. Da questo punto di vista la ricerca poetica non prevale sul testo, secondo un’impostazione moderna, libera da rigidi schemi formali e basata su un lessico quotidiano ricontestualizzato ai fini della dimensione espressiva e della struttura simbolica. La poetica dell’Autore punta anche sull’icasticità dell’espressione e sulla concettualizzazione del messaggio, per assumere pienamente la finalità esistenziale del testo, nell’esigenza di andare oltre gli idoli di un mondo dominato dalla dimensione materiale e consumistica e recuperare una dimensione di autenticità. In questo senso la fenomenologia delle emozioni definisce una poesia dal linguaggio vivo e palpitante, che si confronta con una forma comunicativa ma personale.

Leandro Di Donato ci offre una silloge di poesie incisiva e dal ritmo cadenzato, che concede al lettore versi misurati ma ricchi di senso e di significati. I contenuti legati all’impegno civile si integrano sempre più con una lirica che, pur cercando l’essenzialità del dettato, ha una sua autonomia dall’ormai inflazionato filone ermetico e postermetico, e suggerisce al lettore squarci surreali e motivi di riflessione, simboli intensi e scritture aperte all’interpretazione del lettore. Una poesia, dunque, di particolare maturità espressiva, grazie soprattutto a una cifra stilistica originale, in cui prevale la densità metaforica del testo e i riferimenti a un paesaggio inquieto e alla dimensione sociologica.

Roberto Michilli, in questa sezione “La fine degli incanti”, concilia la lirica con la narrazione in versi, per una forma poetica originale e ricca di sfumature espressive, che sfocia in riflessioni acute e spesso argute (“L’esistenza è una forma / di ostinato cinismo.”) L’autore suggerisce, grazie a questa novità espressiva, la possibilità di ricorrere a una sorta di dimensione concettuale della scrittura poetica, quella Logopea di cui scriveva Ezra Pound in relazione alle forme di poesia (la Melopea, legata alla musicalità, la Fanopea, legata all’immagine, e la Logopea, la più rara, legata alla concettualità, alla riflessione). Così la narrazione in versi si concede alla forza dell’idea e si fa riflessione attiva, al di là del mondo delle opinioni, nella ricerca di una verità parziale ma autentica, garantita dalla ricerca poetica.

I potenti

Lev Nikolàevič Tolstòj, dal capitolo espunto in Chadži-Murat. Traduzione di Agostino Villa.

 

Una volta che un popolo si trova in condizioni tali, che per la sua vita associata gli sono indispensabili dei potenti, disposti a tormentare, depredare, uccidere i loro simili, debbono esserci anche uomini siffatti. Perché, poi, degli uomini possano compiere queste azioni orribili, debbono essere talmente pervertiti di mente e di cuore, da non scorgere tutto il male che essi compiono, e da considerare buone azioni quelle orribili, crudeli azioni ch’è necessario compiere sugli altri, per governare su loro.
La spiegazione di questo sorprendente fenomeno è una sola: ciò che è grande di fronte agli uomini, è abiezione di fronte a Dio. E la cosa va intesa non nel senso che avvenga per caso, se coloro che stanno ai fastigi del potere (ossia ciò ch’è grande di fronte agli uomini) sono spesso i peggiori uomini fra tutti; ma nel senso che si tratti d’una eterna, indubbia legge, a norma della quale chi sta ai fastigi della grandezza mondana debba essere un uomo pervertito a fondo, e altrimenti non possa avvenire.
Quest’uomini, i potenti, che governano i loro simili, vengono raffigurati per solito, da coloro che ne sono governati, come uomini che emergono per qualità singolari, come grand’uomini insomma. Deriva, questo, sia dall’adulazione che sempre circonda quest’uomini, e che si prolunga anche dopo la loro morte a beneficio dei successori, sia dalla naturale tendenza che hanno i sottoposti (per diminuire la loro umiliazione) a innalzare coloro a cui si sottopongono. In realtà, invece – come appunto è detto nel Vangelo, che ciò ch’è grande davanti agli uomini, è abiezione di fronte a Dio, – gli uomini che detengono il potere sugli altri non solo, spesso, non sono gli uomini migliori, ma, al contrario, è forza che siano i peggiori, i più pervertiti, i più perduti uomini della società in cui vivono, e quanto più in alto stanno, di tanto peggiori. E infatti non può avvenire altrimenti.

Che serà, serà

Passava per la strada di casa mia tutte le sere. Noi eravamo lì a giocare, ma ci fermavamo subito appena la vedevamo apparire dalla strada di Perlina. Era andata a prendere il vino per suo padre; la bottiglia, appesa alla mano, oscillava al ritmo del suo passo danzante. Ballava, infatti, avanzando: saltava da un piede all’altro sulle sue basse scarpe di vernice nera con il bottoncino e ogni tanto faceva anche una piroetta. La gonna blu a pieghe, allora, si alzava e le formava una ruota attorno alla vita. Anche le sue trecce si sollevavano. Quand’era più vicina, potevamo sentirla cantare. Era sempre la stessa canzone, e ogni volta ci muoveva qualcosa nel petto. Rosanna cantava: “Che serà, serà, che cosa succederà”; noi guardavamo su, verso il cielo  azzurro cupo dove cominciavano ad apparire le prime stelle, e cercavamo di leggervi il nostro futuro.

 

Perché i poeti… 2012. Omaggio a Hone Tuwhare 1

Teramo, 6 luglio 2012. L’intervento della Dottoressa Simona Nati:

Hone Tuwhare, una voce per la Nuova Zelanda

Hone Tuwhare, nato nel 1922 e scomparso nel 2008, è stato senza dubbio il poeta più importante della tradizione neozelandese. Nel 1999 fu il secondo poeta neozelandese ad essere insignito del titolo di poeta laureato, nel 2003 partecipò alla Arts Foundation of New Zealand Icon Artists in qualità di uno dei dieci più grandi artisti neozelandesi viventi; nello stesso anno fu insignito del Prime Minister’s Awards for Literary Achievement per il suo imponente contributo alla letteratura del suo Paese. Nel 2005 ricevette un’ulteriore riconoscimento dall’Università di Auckland, che lo descrisse come New Zealand’s most distinguished Maori writer. La poesia Friend, appena letta e tradotta, fu pubblicata nel 1958 nella raccolta No ordinary sun, di cui parleremo più avanti. Il tono è fortemente evocativo, e c’è un fortissimo richiamo alla natura, centrale nella cultura neozelandese; l’albero è fortemente personalizzato, e quest’immagine non è casuale: Tane Mahuta, il dio albero, era rappresentato proprio come un albero con la testa a terra e le gambe verso l’alto: con la forza inarrestabile della crescita è l’unico che è riuscito a staccare Rangi (ranginui il cielo) da Papa (Papatuanuku, la madre terra).
La Nuova Zelanda, per la sua storia e per le vicende passate, rappresenta una realtà particolarissima, difficile da comprendere pienamente, e Hone Tuwhare, con il suo linguaggio semplice, immediato ma ricco di significati, e con la sua identità profondamente māori, è riuscito a descrivere alla perfezione; le sue poesie furono caratterizzate dalla varietà di tono, dalla naturalezza nel passaggio dal registro formale a quello informale e viceversa, dal continuo spostamento dall’humour al pathos.
Partiamo dall’inizio.
Fino alla metà del ‘700, la Nuova Zelanda era una terra incontaminata, lontana – non solo a livello spaziale – anni luce dal già frenetico mondo europeo.
Nel 1769 il Capitano inglese James Cook arrivò in Nuova Zelanda – non fu il primo, dato che nel 1642 ci era già stato il navigatore olandese Abel Tasman – e una nuova colonia si aggiunse così al dominio inglese. L’impatto che i nativi ebbero con i pakeha (1) all’inizio non fu poi così drammatico (2), ma la convivenza si dimostrò presto impossibile a causa dell’assoluta differenza di mentalità tra i māori e i pakeha: i primi appartenevano a un mondo rurale, regolato da superstizioni e antiche tradizioni, mentre i secondi erano già immersi nella nuova mentalità portata dalla Rivoluzione Industriale ed erano di religione cristiana. Soprattutto, però, si sentivano superiori rispetto ai nativi e per questo cercarono in tutti i modi di “civilizzarli”. Questo sarà uno dei temi principali della poesia di Tuwhare, che si identificherà completamente con la definizione di māori.
Ma la cosa che più li distanziava era senz’altro la concezione della natura. I māori ne avevano, e ne hanno tuttora, un assoluto rispetto: è la loro fonte di sostentamento, la loro Madre, non un qualcosa di inanimato da sfruttare per arricchirsi.
Nonostante gli ingenti danni causati a tutto il territorio, il problema più grande fu quello dell’alienazione della terra, che fu letteralmente strappata dalle mani dei māori con l’inganno. Il 6 febbraio 1840 fu infatti siglato il Trattato di Waitangi: per un errore di traduzione i māori, firmando nella convinzione di dare semplicemente in prestito i loro possedimenti, cedettero tutta la terra ai coloni. I māori si ritrovarono così senza patria nella loro stessa nazione, e furono continuamente vittime di soprusi e violenze. Non persero infatti solo la loro terra, ma anche la loro lingua e la loro cultura. I māori identificavano se stessi e gli altri mediante il legame con la propria tribù e il territorio: per questo con l’alienazione della terra tutto il loro mondo scomparve. Nel 1860, nel tentativo di riavere ciò che era stato tolto loro ingiustamente, iniziarono le Land Wars. Il popolo si unì per combattere la causa; molti di loro morirono e lo spirito nazionalista si fece sempre più forte.
Abituati a una tradizione orale, furono costretti all’uso della scrittura – principalmente per scopi di conversione – e per competere con i coloni dovettero iniziare a esprimersi in inglese. Inoltre, a causa dell’introduzione della scrittura, furono obbligati ad approcciarsi ad una nuova visione del sapere. Per i māori, infatti, il sapere – tapu in lingua māori – era qualcosa da custodire gelosamente – solo alcuni capi potevano detenerlo – e non certo qualcosa da diffondere deliberatamente.
Spesso si dice che silence was the inevitabile reaction by Māori to colonization (3): per questo motivo per anni la loro cultura scomparve, e solo dal 1970 in poi si è potuto assistere al loro riscatto – il movimento, fondato dai più importanti esponenti della cultura neozelandese, tra cui lo stesso Tuwhare, prese il nome di The māori Renaissance e aveva come scopo la denuncia delle ingiustizie subite e il recupero di un’identità strappata via con violenza. Nel 1987 la lingua māori è stata riconosciuta come lingua ufficiale della Nuova Zelanda a fianco dell’inglese, ricostruendo così un altro aspetto della loro vita che era stato cancellato.
Oggi la Nuova Zelanda, il luogo più lontano dall’Europa – la distanza tra Roma e la Nuova Zelanda è di ben 18.389 chilometri – ha riacquistato la sua dignità, è famosa in tutto il mondo per la bellezza dei suoi paesaggi e per gli All Blacks, la sua squadra di rugby – che ha avuto il merito di far conoscere al mondo l’haka, la tipica danza māori erroneamente considerata di guerra – e rimane fortemente ancorata alle proprie tradizioni, che così a lungo le sono state negate.
Hone Tuwhare ha iniziato la sua attività di poeta nel 1954, anno in cui la rinascita māori doveva ancora avere inizio. Nel 1958 viene pubblicata No ordinary sun, senza dubbio la sua opera più importante. Il successo fu tale da garantire dieci ristampe nei successivi trent’anni, e questo l’ha fatta di diritto comparire in tutte le antologie di letteratura neozelandese. Universalmente riconosciuta come un’allegoria dell’apocalisse atomica, quest’opera utilizza gli elementi naturali, come ad esempio il sole, la luna, il vento e il mare, per fare una critica alla realtà moderna, sempre meno attenta al rispetto della natura. Questa concezione è tipica della cultura neozelandese, e allo stesso tempo lontanissima dal modo di comportarsi del resto del mondo. C’è un chiaro riferimento al bombardamento di Hiroshima del 1945 e alle terribili conseguenze che esso portò, prima tra tutte la desolazione e lo sconforto di vivere in un mondo in grado di autodistruggersi. Lo stesso Tuwhare affermò che the main theme is […] the horror and desolation that an H-bomb would bring, something I feel very strongly[ …] I am aware all the time of the threat that is hanging over our world. Le bombe lanciate contro Hiroshima non furono l’unico evento a turbare il poeta: nel 1959 infatti furono fatte esplodere più di 250 bombe nell’Oceano Pacifico.
Il suo ruolo nella rinascita māori fu fondamentale, divenne una figura chiave per il riscatto politico-sociale per il suo popolo. Dagli anni ’70 in poi la sua fama crebbe notevolmente; per la prima volta lasciò il Paese per visitare, tra gli altri luoghi, anche la Cina e la Germania. La sua fama in quest’ultimo Paese fu tale da portarlo, nel 1985, alla pubblicazione dell’opera Was wirklicher ist als Sterben, integralmente in tedesco.
Gli anni ’90 segnano un’ulteriore svolta nella carriera di Tuwhare; nel 1991 esce infatti In the Wilderness Without a Hat, nel 1992 Short Back and Sideways: Poems & Prose e nel 1997 Shape-Shifter. Questa nuova svolta fu dovuta in parte anche al suo trasferimento, nel 1992, nel South Otago; qui, il poeta si concentrò sul problema del cibo proveniente dal mare nella zona delle Catlins.
Tra qualche minuto leggeremo e tradurremo la poesia The old place, che parla di una casa che used to be loved and cared for but it has now lost all the life it once had, ma che ora non ha più nessuno che se ne prenda cura. Questa casa è abbandonata perché tutti si sono trasferiti in città, lasciandosi alle spalle anche il passato e le tradizioni che li avevano accompagnati. Il senso di abbandono e solitudine è rimarcato dalla ripetizione di no one; questo senso di abbandono può essere applicato a tutta la società circostante, che sembra non interessarsi più alle tradizioni del passato. Secondo il poeta, è proprio questo distacco che porterà alla rovina del mondo.
Hone Tuwhare è morto nel 2008, lasciando una grande eredità: far conoscere al mondo la vera identità della Nuova Zelanda, ancora oggi sconosciuta alla maggior parte delle persone, e l’importanza del rispetto della natura, oggi così sottovalutato. Forse, la generazione dei nuovi poeti riuscirà a raccogliere questi messaggi.

(1) Questo termine inizialmente indicava i coloni bianchi, mentre oggi identifica i neozelandesi di origine europea.
(2) Marinella Rocca Longo, Maori e Pakeha, due culture nella narrativa neozelandese, Pàtron, Bologna 1975 pp. 19-22.
(3) Ibid, cap.1.

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Ringrazio Simona Nati per avermi permesso di pubblicare il testo del suo intervento.

«Spesso, circondato da una folla eterogenea…»

Michail Jur’evič Lermontov (1814-1841). Traduzione di Roberto Michilli (versione del 13 aprile 2014).

 

Spesso, circondato da una folla eterogenea,
quando davanti a me, come in un sogno,
al suono della musica e della danza,
nel furioso mormorio di frasi fatte,
tremolano immagini di persone senz’anima,
maschere contratte dalla distinzione,

quando toccano le mie mani fredde
con audacia incurante di bellezze cittadine
mani da tempo intrepide, –
esteriormente immerso nella loro brillantezza e vanità,
accarezzo nell’anima un vecchio sogno,
e di morti anni il sacro suono.

E se in qualche modo riesco per un attimo
a perdermi in un sogno,
volo con la memoria a un recente passato,
come un libero uccello;
e mi vedo di nuovo bambino,
e intorno a me sono luoghi familiari:
la grande villa e il giardino
con la serra dissestata,

lo stagno addormentato avvolto
in una verde rete d’erba,
e oltre lo stagno il villaggio fuma e la nebbia
in lontananza sale dai campi.
Entro nel viale buio; tra i cespugli
guarda un raggio serale, e le foglie ingiallite
fanno rumore sotto i timidi passi.

E una strana nostalgia mi stringe il petto:
ci penso, piango e amo,
amo questa creatura dei miei sogni
con gli occhi pieni di fuoco azzurro
e un sorriso rosa, come il primo splendore
di un giovane giorno tra le siepi.

Così di questo magico reame signore onnipotente –
me ne stavo seduto per ore da solo,
e il loro ricordo vive ancora oggi
sotto una tempesta di dubbi e di passioni strazianti,
come una fresca isoletta innocente in mezzo al mare,
fiore sbocciato nel loro umido deserto.

Quando poi comprendo l’errore dei miei sensi,
e il rumore della folla spaventa il sogno mio,
ospite intruso nella festa,
oh, come vorrei turbare la loro allegria
e gettargli con coraggio negli occhi un verso di ferro,
temprato dall’amarezza e dalla collera!

(1840)

 

Как часто, пестрою толпою окружен,
Когда передо мной, как будто бы сквозь сон,
При шуме музыки и пляски,
При диком шепоте затверженных речей,
Мелькают образы бездушные людей,
Приличьем стянутые маски,

Когда касаются холодных рук моих
С небрежной смелостью красавиц городских
Давно бестрепетные руки, —
Наружно погружась в их блеск и суету,
Ласкаю я в душе старинную мечту,
Погибших лет святые звуки.

И если как-нибудь на миг удастся мне
Забыться, — памятью к недавней старине
Лечу я вольной, вольной птицей;
И вижу я себя ребенком; и кругом
Родные всё места: высокий барский дом
И сад с разрушенной теплицей;

Зеленой сетью трав подернут спящий пруд,
А за прудом село дымится — и встают
Вдали туманы над полями.
В аллею темную вхожу я; сквозь кусты
Глядит вечерний луч, и желтые листы
Шумят под робкими шагами.

И странная тоска теснит уж грудь мою:
Я думаю об ней, я плачу и люблю,
Люблю мечты моей созданье
С глазами, полными лазурного огня,
С улыбкой розовой, как молодого дня
За рощей первое сиянье.

Так царства дивного всесильный господин —
Я долгие часы просиживал один,
И память их жива поныне
Под бурей тягостных сомнений и страстей,
Как свежий островок безвредно средь морей
Цветет на влажной их пустыне.

Когда ж, опомнившись, обман я узнаю,
И шум толпы людской спугнет мечту мою,
На праздник нéзванную гостью,
О, как мне хочется смутить веселость их
И дерзко бросить им в глаза железный стих,
Облитый горечью и злостью!..

(1840)