I potenti

Lev Nikolàevič Tolstòj, dal capitolo espunto in Chadži-Murat. Traduzione di Agostino Villa.

 

Una volta che un popolo si trova in condizioni tali, che per la sua vita associata gli sono indispensabili dei potenti, disposti a tormentare, depredare, uccidere i loro simili, debbono esserci anche uomini siffatti. Perché, poi, degli uomini possano compiere queste azioni orribili, debbono essere talmente pervertiti di mente e di cuore, da non scorgere tutto il male che essi compiono, e da considerare buone azioni quelle orribili, crudeli azioni ch’è necessario compiere sugli altri, per governare su loro.
La spiegazione di questo sorprendente fenomeno è una sola: ciò che è grande di fronte agli uomini, è abiezione di fronte a Dio. E la cosa va intesa non nel senso che avvenga per caso, se coloro che stanno ai fastigi del potere (ossia ciò ch’è grande di fronte agli uomini) sono spesso i peggiori uomini fra tutti; ma nel senso che si tratti d’una eterna, indubbia legge, a norma della quale chi sta ai fastigi della grandezza mondana debba essere un uomo pervertito a fondo, e altrimenti non possa avvenire.
Quest’uomini, i potenti, che governano i loro simili, vengono raffigurati per solito, da coloro che ne sono governati, come uomini che emergono per qualità singolari, come grand’uomini insomma. Deriva, questo, sia dall’adulazione che sempre circonda quest’uomini, e che si prolunga anche dopo la loro morte a beneficio dei successori, sia dalla naturale tendenza che hanno i sottoposti (per diminuire la loro umiliazione) a innalzare coloro a cui si sottopongono. In realtà, invece – come appunto è detto nel Vangelo, che ciò ch’è grande davanti agli uomini, è abiezione di fronte a Dio, – gli uomini che detengono il potere sugli altri non solo, spesso, non sono gli uomini migliori, ma, al contrario, è forza che siano i peggiori, i più pervertiti, i più perduti uomini della società in cui vivono, e quanto più in alto stanno, di tanto peggiori. E infatti non può avvenire altrimenti.

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