Aprile

balavil_apr

 

Carciofaio e germinale

         

Il giorno

1

il sole si leva alle

5.43

e tramonta alle

18.26

11

5.26

18.37

21

5.10

18.48

Dal 1° al 30 la durata del giorno aumenta di 1 ora e 18 minuti.

 Alle 20.40 del giorno 19 il sole esce dalla costellazione dell’Ariete ed entra in quella del Toro.

Nei campi si approfitta dei giorni senza vento per diserbare il grano. Si diserbano anche bietole, patate, canapa. Si seminano  granoturco, soia, girasole, riso,  patate (in montagna), barbabietole da foraggio. Nel frutteto si esegue il trattamento con poltiglia bordolese al 2,5% per distruggere gli agenti infettivi che hanno svernato sulle piante. Si taglia l’erba sotto gli alberi e se ne imbiancano di calce i fusti. Nell’orto, a fine mese, vengono seminati basilico, cetrioli, fagioli, peperoni, pomodori, sedano, zucche, zucchini. Pomodori e fagioli, se piantati a file alterne, si proteggono a vicenda dalla mosca. Dopo la semina, si zappetta il terreno tra le file e si esegue poi la pacciamatura, ricoprendolo con paglia.

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Dal “Trattatello agrario-igienico ad uso delle scuole popolari d’Italia”
del sacerdote don Vincenzo Angelici
stampato presso la Tipo-litografia di Luigi Cardi di Ascoli Piceno nel 1885

DELLA RUGIADA (Capo quinto; § 2):

    250. La rugiada è vapore acqueo, condensato a mo’ di goccioline, che si mostra sulla superficie della terra e sulle foglie delle piante.

251. Il calore de’ corpi, dal tramonto al sorgere del sole, diminuisce per irradiazione verso gli spazi celesti; e l’umidità che da essi si evapora in tal tempo, si condensa sulla loro superficie in goccioline cui si dà il nome di rugiada.

256. La rugiada si mostra sempre in quantità maggiore sopra que’ corpi che più presto si raffreddano; e son tali quelli, in cui è più grande la proprietà di emettere il calore.

257. Tale proprietà è maggiore ne’ vegetali, che nella terra; nella sabbia, che nella terra compatta; nel vetro, che ne’ metalli; nelle vesti di lino e canapa, che in quelle di lana ecc.

258. E’ per questa ragione, che le foglie di alcune piante si veggono spesse irrorate d’una quantità maggiore di rugiada, e sopra quelle de’ cavoli, qualche volta la è tanta da scorrere a mo’ di rivoletto.

259. Si ha, d’ordinario, maggior copia di rugiada: 1° dopo una pioggia che ha prodotto molt’umido nella terra, se è seguita da calde giornate; 2° in estate e autunno, quando al molto calore del giorno tien dietro una notte calma e serena.

260. E’ la rugiada oltre modo vantaggiosa all’agricoltura, perchè, mediante il suo  umidore, favorisce la formazione della linfa e la nutrizione delle piante, e perchè accresce la fertilità del terreno col trasportarvi de’ gas ammoniacali e dell’acido azotico.

261. Torna però qualche volta nociva alle piante. In fatti le goccioline di rugiada, che sono sulle foglie del gelso, allorchè leva il sole, concentrano su di sè i raggi di quell’astro in modo, che i pezzettini di foglie, sottoposti, divengono giallo-rossigni: è desso il marino, malattia del gelso, tanto nocevole a’ filugelli.

266. La rugiada, in ispecie quella cui dà il vapore atmosferico, torna sovente insalubre e perniciosa agli uomini e alle bestie che si cibano de’ vegetali, mentre ne sono irrorati.

267. Nel formarsi della rugiada molti atomi  nocivi e, spesso, mortiferi, nuotanti per l’aria atmosferica, vengono attratti dalle nascenti goccioline e moltissimi trasportati da esse nella loro caduta sopra la terra: da qui la sua insalubrità.

269. […] la foglia dei gelsi e i frutti degli altri vegetali non dovrebbero esser colti al mattino, se non dopo  che l’azione calorifera del sole ne ha evaporata la rugiada e di nuovo volatilizzatine i corpuscoli; o pure converrebbe esporli per qualche tempo alla provvida azione dell’aria e del calore solare.

273. Tra i molti corpuscoli che trae seco la rugiada, v’ha de’ semi microscopici, di pianticelle ancor esse microscopiche, della specie de’ funghi, delle alghe ecc., sparsi per l’aria, i quali, nocevolissimi di lor natura, tornano funesti all’organismo animale nel momento della loro riproduzione.

274. Secondo il  chiarissimo A. Selmi detti semi, in ispecie, quelli dell’alga febbrifera o  virgiliana, da lui scoperta, i quali or più or meno abbondano nell’atmosfera de’ luoghi paludosi, formano i miasmi.

275. Possono essi semi vegetare, perchè vi trovano alimento, persino dentro il corpo dell’uomo, in cui poi  cagionano, nel tempo della loro riproduzione e vegetazione, febbri periodiche, perniciose e persino la cachessia palustre.

276. A’ miasmi in vicinanza di paludi, risaie acque stagnanti, letamai, gorghi maceratoi ecc., si aggiungono gli  effluvii di sostanze vegeto-animali, per lo più in putrefazione, e che pure son detti miasmi.

277. Quest’altra specie di miasmi rende anche per sua natura oltre modo malsana l’aria atmosferica; e però non è cosa che faccia alla salute il soggiornare e, molto meno, il dimorare là dove sono, o possono essere esalazioni tanto perniciose.

278. E’ un buon mezzo, per preservarne in qualche modo la salute, l’indossare camicie di lana sulla pelle, e coprire la persona con vesti di lino o canapa; perocchè queste sono poco assorbenti, e la lana, qual cattivo conduttore del calore, mantenendo una specie di eccitamento continuo sulla pelle, non permette al sudore d’essere riassorbito.

279. Perchè la rugiada sia di giovamento alle piante, un buon coltivatore deve usare dopo il tramonto del sole le zappature o triturazioni del terreno altrove ricordate; perocchè la terra, ridotta quasi in polvere, si mostra assai adatta ad assorbirla.

280. Tale espediente, usato nella coltivazione della vite, fa accrescere e, spesso, duplicare il ricolto del mosto. Da qui il proverbio: Chi zappa la vite d’agosto, la cantina riempie di mosto.

281. Non sono opera della rugiada que’ granellini fitti e di sapore dolcigno, appellati manna, che si vedono talvolta sopra le foglie di talune piante arboree come i tigli; ma vi sono lasciati da certi piccolissimi insetti, detti afidi o moscherini, durante la primavera o l’autunno.

282. Detta manna, di cui sono ghiottissime le api e le formiche che a grandi torme vi accorrono per cibarsene, nuocerebbe non poco alle piante, impedendone la respirazione e la nutrizione, se vi dovesse restare a lungo.

283. Oh quanto è grande la Sapienza e Bontà del nostro Dio! Que’ moscherini col lasciare sulle foglie degli alberi la loro manna operano secondo l’istinto di lor natura, e intanto apprestano un buon cibo ad altri animaluzzi senza numero, i quali cibandosene, liberano le piante da una pericolosa copertura.

 

DELLA BRINA (capo quinto; § 4):

    300. La brina è la rugiada stessa trasformata in ghiaccio per lo scemato calore de’ corpi, su cui essa si  mostra. Allo spuntare del giorno, bene spesso, copre le piante erbacee e i campi di un candidissimo strato.

301. La brina si ha nelle notti calme e serene, in cui la temperatura dell’atmosfera si raffredda tanto da far scendere a zero il mercurio nel termometro.

302. Dopo il tramonto del sole l’irradiamento del calore dalla terra e dalle piante non essendo compensato da’ raggi solari, cagiona un abbassamento di temperatura, che quando è sereno, fa trasformare in brina la rugiada.

303. Nelle notti nuvolose non si forma la brina, perché le nubi, a guisa di altrettanti specchi, rimandano verso terra il calore, e insieme impediscono che molto se ne irradi dalla superficie de’ corpi.

304. Gli stessi fiumi che nelle notti serene del verno gelano, quando il termometro segna due o tre gradi sotto dello zero, nelle nuvolose continuano a scorrere anche a quattro.

305. A prevenire i tristi effetti che le brine cagionano nelle parti tenerelle de’ vegetali gelandone i succhi, è mestiere coprirli di tela, foglie, paglia, giunchi ecc., perocché un riparo qualunque è sufficiente a impedire la irradiazione del calore e l’agghiacciamento de’ succhi.

306. Gli Africani del nord e i coltivatori di alcune contrade d’Italia, quando temono che la rugiada possa gelare, usano con grande vantaggio di formare una nuvola di fumo caldetto attorno alle piante bruciando in loro vicinanza della paglia o di checchessia altro, che faccia assai fumo.

307. L’aria atmosferica, resa per tal modo più calda della terra e delle piante circostanti, non sottrae da esse il calore; e però nè pure fa gelare la rugiada, di che sono cosperse.

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