Leandro Di Donato su Il sogno di ogni uomo

 

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Il nuovo romanzo di Roberto Michilli, Il sogno di ogni uomo, pubblicato dalle Edizioni Galaad, presenta per un verso una novità nel percorso dell’Autore e per l’altro si colloca su una linea di continuità con i suoi precedenti lavori.
La novità è che questo romanzo è un giallo, un romanzo giallo in cui la vicenda narrata si dipana attraverso lo sviluppo delle indagini. Sottolineo il fatto che si tratta di un romanzo e non semplicemente di un giallo perché non c’è nessuna concessione gratuita al genere, non è un esercizio di scrittura o la prova, fine a sé stessa, della padronanza di tecniche e registri narrativi.
Al contrario, questa scelta consente all’Autore di svolgere, in un contesto narrativo certo diverso dai suoi precedenti romanzi e connotato dagli elementi tipici di un giallo, quello che a me pare il suo discorso di fondo, la sua idea di mondo e di umanità che, romanzo dopo romanzo, viene precisando e definendo la sua particolare ed originale cifra di scrittore.
La vicenda, scandita dalle date e dagli orari posti in apertura dei capitoli, inizia martedì 30 luglio 2002, dalle ore 23.50, e ha un incipit davvero molto bello che crea subito una situazione di attesa e di suspense, e termina domenica primo settembre dalle ore 12.40. Il ritrovamento casuale di due cadaveri, un uomo e una donna, uno sull’altro quasi a formare una croce, segna l’entrata in scena del commissario capo Ettore Ricci che svolgerà le indagini e che sarà il protagonista, quasi la voce narrante, del romanzo. Ci sono due cadaveri che devono essere identificati, storie e contesti da ricostruire, movente o moventi da scoprire, colpevole o colpevoli da smascherare, indizi e prove da raccogliere e ordinare in modo da realizzare un impianto credibile e solido, tale da reggere alle verifiche logiche ed empiriche, accuse circostanziate da definire, profili di responsabilità da attribuire; ecco in questo lavoro di investigazione Michilli non introduce effetti speciali, non ci sono squadre di superpoliziotti, tecnologie all’avanguardia, strumenti sofisticati, criminologi o anatomopatologi geniali, psichiatri dotati di straordinario acume o brillanti scienziati che, chiusi nei loro laboratori, sciolgono enigmi e risolvono intricati problemi. No, qui l’indagine è affidata al paziente lavoro di scavo, al collegamento tra elementi che sembrano assolutamente slegati ed autonomi, alla ricostruzione di mondi, emozioni, vite che hanno incrociato eventi che le hanno portate fuori dal cammino fin lì tracciato e che hanno determinato risposte che hanno infranto ordini, valori e limiti.
Questo modo di procedere, senza forzature, conferisce al libro un ritmo particolare che dona alla vicenda narrata la forza della credibilità e il piacere della lettura che, pagina dopo pagina, viene dispensato da una scrittura capace di tratteggiare personaggi, evocare atmosfere, definire ambienti e reggere, con mano sicura, lo svolgimento della storia. Così i colpi di scena, numerosi e ben distribuiti lungo tutto l’arco narrativo, fino a quello finale, davvero straordinario, scaturiscono dalle diverse configurazioni che gli elementi raccolti di volta in volta delineano.
La mancanza di ogni espediente narrativo e l’assenza di improvvisi salti narrativi, non ancorati al dispiegarsi del racconto, regalano autentiche sorprese e lasciano assaporare il gusto della scoperta ad ogni svolta delle indagini.
Anzi, ad un certo punto sembra che la storia sia finita e che il lavoro svolto, al di là dei nodi non ancora sciolti e di interrogativi non del tutto risolti, delinei un quadro definitivo. E invece, proprio quando sembra che l’attività investigativa debba prendere atto di quanto fin lì scoperto e chiudere, come usa dire, il caso, un fatto casuale, un dettaglio che si precisa e illumina il viluppo di perché rimasti oscuri, avvia il lettore verso la parte finale del romanzo, facendo emergere nuovi e straordinari scenari.
I personaggi, a cominciare dal commissario capo Ettore Ricci e dall’ispettore Luigi Straffi, sono tratteggiati con cura e precisione e trovano con naturalezza il loro posto nella storia, con la propria persona, (l’aspetto fisico e il profilo psicologico), e il proprio ambiente familiare e professionale, concorrendo a comporre il mosaico generale del racconto. Ognuno di questi meriterebbe un commento, una notazione per la cura con cui sono definiti, per l’attenzione ai dettagli e per come vengono via via inseriti nella trama e fatti agire. Mi limiterò qui a sottolineare alcuni aspetti del protagonista, il commissario capo Ettore Ricci, una figura lontanissima dai modelli propostici da tanta letteratura contemporanea, di genere e non, e dalle fiction televisive. Un uomo colto, amante della musica – ha perfino un diploma in pianoforte – che si confronta non solo con i versanti più problematici dell’animo umano, esplorazioni queste proprie del suo lavoro, ma che riesce a guardare dentro le sue inquietudini senza nascondersi limiti e fragilità. Non si raggiunge sempre nella vita ciò che si insegue – ricorderà ad un certo punto a sé stesso in una occasione in cui le sue riflessioni incontrano le emozioni profonde, fino alla commozione e al pianto – ma è bello e giusto provarci. Il suo tratto caratteristico è l’ironia, quella lieve e profonda, che deriva non solo dalla formazione culturale ma, forse in maggior misura, dall’accettazione consapevole e non rassegnata dell’insieme, anche contraddittorio, delle scelte compiute e delle coordinate che ne sono scaturite.
Un personaggio che esce fuori con forza dalle pagine, che ci prende per mano e che risulta, nella sua lontananza dai cliché dominanti, o forse proprio per questo, non solo assolutamente credibile, ma dotato di quella necessità che solo la prova –impietosa – della lettura riesce a decretare. Una notazione particolare merita quella che potremmo definire la geografia di Michilli e cioè i luoghi, gli ambienti, che costituiscono il paesaggio fisico ed umano entro cui si svolgono le sue storie. Qui c’è una linea di continuità del suo lavoro; l’Autore continua ad esplorare e raccontare il suo mondo, i borghi, i paesi, le città, quella dimensione un po’ sospesa e un po’ appartata che definiamo provincia, in cui è possibile ascoltare, con maggior nitidezza rispetto ai contesti metropolitani, il respiro della natura e l’affanno delle culture e, a volte, il battito di vite che s’inarcano per un carico fattosi improvvisamente troppo pesante.
Luoghi quindi che, lungi dall’essere i fondali inerti delle storie, costituiscono uno degli elementi fondamentali di questo, come degli altri romanzi, di Roberto Michilli. Anche la descrizione, puntuale e appassionata, dei piatti della nostra cucina contribuisce a definire quell’affresco sociale e naturale che rappresenta uno dei tratti connotativi della tematica di Michilli. Altro dato importante da mettere in rilievo è che, in questo come in verità nei precedenti romanzi, vi è il filo di una narrazione che scorre nelle pagine in modo un po’ carsico e che potremmo definire “sociale”.
Uso questa definizione, resa ambigua e scivolosa dall’abuso che se ne è fatto, avvertendo che in questo caso essa va intesa come l’insieme di valori, codici, mentalità diffusa, rappresentazioni culturali e regole che tengono insieme una società e la definiscono. Michilli indaga ed analizza questi elementi non guardando alla costruzione sociale nella sua generalità, ma rinvenendo i suoi tratti costitutivi nei comportamenti, nelle psicologie, nelle aspettative e nei desideri dei suoi personaggi, facendone il filo sottile che caratterizza atmosfere e accadimenti del mondo che percorre e che racconta. Romanzo sociale quindi, come rivelazione di un mondo che si manifesta nell’uso individuale e collettivo di regole e codici di comportamento quando eventi improvvisi ed imprevisti mettono di fronte a scelte che possono cambiare la vita propria e quella degli altri.
I personaggi che Michilli mette al centro di questo romanzo non sono delinquenti abituali, membri di organizzazioni criminali, serial killer o disperati che vivono ai margini della società e che hanno quindi diversi e codificati modi e procedure per affrontare e risolvere i problemi che si presentano. Anche questa volta l’umanità raccontata è quella che scorre con noi, simile a noi per la condivisione di culture, codici, ambienti e stili di vita, nelle vie delle nostre città e dei nostri paesi; sono uomini e donne che incontriamo nei bar o nei ristoranti seduti a qualche tavolo di distanza, persone che entrano negli stessi negozi e centri commerciali che frequentiamo. Notazione questa che vale per tutti i personaggi del romanzo, dalle vittime ai sospettati, agli investigatori e ai loro mondi familiari e professionali. Ne viene fuori una rappresentazione compatta e fluida che, senza sbavature, conduce il lettore dentro una vicenda che alla fine racconterà, attraverso il filo delle indagini, molto di più di un delitto, di un movente, di vittime e colpevoli.
Anche in questo romanzo – e qui c’è secondo me il filo della continuità della sua ricerca e della tematica che ha scelto d’indagare e raccontare – Michilli continua a proporci lo spaccato di vite che, ad un certo punto, mosse da desideri o travolte da eventi, saltano quel sottile confine che corre con noi, al nostro fianco, e separa la dimensione ordinaria del mondo e delle costruzioni che lo reggono da quella straordinaria, che risponde ad altre gerarchie per soddisfare altre urgenze. Il tentativo di ripristinare una condizione, di salvare gli affetti o la spinta a cambiare la propria vita, dettano le scelte che cambiano radicalmente gli assetti precedenti. Questa dinamica, che nel suo sviluppo svela gli aspetti più profondi e reconditi delle persone, è il nucleo centrale della tematica di Michilli, il suo punto di osservazione che gli permette di cogliere, nei nodi e nelle connessioni delle vite raccontate, le verità della nostra condizione e del nostro tempo.
Con Il sogno di ogni uomo Michilli costruisce un altro tassello del suo mosaico, arricchendo e approfondendo il suo racconto generale, anzi mi viene da dire il suo canto generale, di scrittore che ha trovato il suo specifico e personale punto d’osservazione da cui cogliere il farsi delle vite e rivelare il disegno nascosto nelle danze segrete dei sogni, degli uomini e delle donne, dei desideri e delle corse sul filo di quel confine, che a volte, taglia i fili delle vite.
Vite che la letteratura raccoglie e consegna alle nostre, perpetuando quell’incontro di mondi e tempi che solo un buon libro, un libro vero come questo di Roberto Michilli può realizzare.

Leandro Di Donato.

Agosto 2013.

 

 

Il canto dell’ultimo incontro

Anna Achmatova (1889-1966). Traduzione di Roberto Michilli.

 

Così indifeso il petto gelava,
però i miei passi erano leggeri.
Sulla mano destra infilai
il guanto della sinistra.

Sembravano molti i gradini,
ma io sapevo, erano solo tre!
Tra gli aceri un sussurro d’autunno
pregava: «Muori con me!

Sono ingannato dal mio triste
volubile, maligno destino».
Gli risposi: «Caro, caro!
Anch’io. Morirò con te…»

Questo è il canto dell’ultimo incontro.
Gettai uno sguardo alla casa buia.
Soltanto nella camera le candele ardevano
con una gialla indifferente fiamma.

(1911)

 

Песня последней встречи

Так беспомощно грудь холодела,
Но шаги мои были легки.
Я на правую руку надела
Перчатку с левой руки.

Показалось, что много ступеней,
А я знала – их только три!
Между кленов шепот осенний
Попросил: «Со мною умри!

Я обманут моей унылой,
Переменчивой, злой судьбой».
Я ответила: «Милый, милый!
И я тоже. Умру с тобой…»

Это песня последней встречи.
Я взглянула на темный дом.
Только в спальне горели свечи
Равнодушно-желтым огнем.

(1911)

Mottetti

Eugenio Montale (1896-1981).
Da Le occasioni (1939).

 
.                                                                                             Sobre el volcán la flor.
.                                                                                                     G. A. BÉCQUER

 

 

Lo sai: debbo riperderti e non posso.
Come un tiro aggiustato mi sommuove
ogni opera, ogni grido e anche lo spiro
salino che straripa
dai moli e fa l’oscura primavera
di Sottoripa.

Paese di ferrame e alberature
a selva nella polvere del vespro.
Un ronzìo lungo viene dall’aperto,
strazia com’unghia ai vetri. Cerco il segno
smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia
da te.
.            E l’inferno è certo.

***

Molti anni, e uno più duro sopra il lago
straniero su cui ardono i tramonti.
Poi scendesti dai monti a riportarmi
San Giorgio e il Drago.

Imprimerli potessi sul palvese
che s’agita alla frusta del grecale
in cuore… e per te scendere in un gorgo
di fedeltà, immortale.

***

Brina sui vetri; uniti
sempre e sempre in disparte
gl’infermi; e sopra i tavoli
i lunghi soliloqui sulle carte.

Fu il tuo esilio. Ripenso
anche al mio, alla mattina
quando udii tra gli scogli crepitare
la bomba ballerina.

E durarono a lungo i notturni giuochi
di Bengala: come in una festa.

È scorsa un’ala rude, t’ha sfiorato le mani,
ma invano: la tua carta non è questa.

***

Lontano, ero con te quando tuo padre
entrò nell’ombra e ti lasciò il suo addio.
Che seppi fino allora? Il logorìo
di prima mi salvò solo per questo:

che t’ignoravo e non dovevo: ai colpi
d’oggi lo so, se di laggiù s’inflette
un’ora e mi riporta Cumerlotti
o Anghébeni – tra scoppi di spolette
e i lamenti e l’accorrer delle squadre.

***

Addii, fischi nel buio, cenni, tosse
e sportelli abbassati. È l’ora. Forse
gli automi hanno ragione. Come appaiono
dai corridoi, murati!

……………………………………………

– Presti anche tu alla fioca
litania del tuo rapido quest’orrida
e fedele cadenza di carioca? –

***

La speranza di pure rivederti
m’abbandonava;

e mi chiesi se questo che mi chiude
ogni senso di te, schermo d’immagini,
ha i segni della morte o dal passato
è in esso, ma distorto e fatto labile,
un tuo barbaglio:

(a Modena, tra i portici,
un servo gallonato trascinava
due sciacalli al guinzaglio).

***

Il saliscendi bianco e nero dei
balestrucci dal palo
del telegrafo al mare
non conforta i tuoi crucci su lo scalo
né ti riporta dove più non sei.

Già profuma il sambuco fitto su
lo sterrato; il piovasco si dilegua.
Se il chiarore è una tregua,
la tua cara minaccia la consuma.

***

Ecco il segno; s’innerva
sul muro che s’indora:
un frastaglio di palma
bruciato dai barbagli dell’aurora.

Il passo che proviene
dalla serra sì lieve,
non è felpato dalla neve, è ancora
tua vita, sangue tuo nelle mie vene.

***

Il ramarro, se scocca
sotto la grande fersa
dalle stoppie –

la vela, quando fiotta
e s’inabissa al salto
della rocca –

il cannone di mezzodì
più fioco del tuo cuore
e il cronometro se
scatta senza rumore –

……………………….

e poi? Luce di lampo
invano può mutarvi in alcunché
di ricco e strano. Altro era il tuo stampo.

***

Perché tardi? Nel pino lo scoiattolo
batte la coda a torcia sulla scorza.
La mezzaluna scende col suo picco
nel sole che la smorza. È giorno fatto.

A un soffio il pigro fumo trasalisce,
si difende nel punto che ti chiude.
Nulla finisce, o tutto, se tu fólgore
lasci la nube.

***

L’anima che dispensa
furlana e rigodone ad ogni nuova
stagione della strada, s’alimenta
della chiusa passione, la ritrova
a ogni angolo più intensa.

La tua voce è quest’anima diffusa.
Su fili, su ali, al vento, a caso, col
favore della musa o d’un ordegno,
ritorna lieta o triste. Parlo d’altro,
ad altri che t’ignora e il suo disegno
è là che insiste do re la sol sol

***

Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.

Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
freddoloso; e l’altre ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui.

***

La gondola che scivola in un forte
bagliore di catrame e di papaveri,
la subdola canzone che s’alzava
da masse di cordame, l’alte porte
rinchiuse su di te e risa di maschere
che fuggivano a frotte –

una sera tra mille e la mia notte
è più profonda! S’agita laggiù
uno smorto groviglio che m’avviva
a stratti e mi fa eguale a quell’assorto
pescatore d’anguille dalla riva.

***

Infuria sale o grandine? Fa strage
di campanule, svelle la cedrina.
Un rintocco subacqueo s’avvicina,
quale tu lo destavi, e s’allontana.

La pianola degl’inferi da sé
accelera i registri, sale nelle
sfere del gelo… – brilla come te
quando fingevi col tuo trillo d’aria
Lakmé nell’Aria delle Campanelle.

***

Al primo chiaro, quando
subitaneo un rumore
di ferrovia mi parla
di chiusi uomini in corsa
nel traforo del sasso
illuminato a tagli
da cieli ed acque misti;

al primo buio, quando
il bulino che tarla
la scrivanìa rafforza
il suo fervore e il passo
del guardiano s’accosta:
al chiaro e al buio, soste ancora umane
se tu a intrecciarle col tuo refe insisti.

***

Il fiore che ripete
dall’orlo del burrato
non scordarti di me,
non ha tinte più liete né più chiare
dello spazio gettato tra me e te.

Un cigolìo si sferra, ci discosta,
l’azzurro pervicace non ricompare.
Nell’afa quasi visibile mi riporta all’opposta
tappa, già buia, la funicolare.

***

La rana, prima a ritentar la corda
dallo stagno che affossa
giunchi e nubi, stormire dei carrubi
conserti dove spenge le sue fiaccole
un sole senza caldo, tardo ai fiori
ronzìo di coleotteri che suggono
ancora linfe, ultimi suoni, avara
vita della campagna. Con un soffio
l’ora s’estingue: un cielo di lavagna
si prepara a un irrompere di scarni
cavalli, alle scintille degli zoccoli.

***

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala… Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

***

La canna che dispiuma
mollemente il suo rosso
flabello a primavera;
la rèdola nel fosso, su la nera
correntìa sorvolata di libellule;
e il cane trafelato che rincasa
col suo fardello in bocca,

oggi qui non mi tocca riconoscere;
ma là dove il riverbero più cuoce
e il nuvolo s’abbassa, oltre le sue
pupille ormai remote, solo due
fasci di luce in croce.
.                               E il tempo passa.

***

… ma così sia. Un suono di cornetta
dialoga con gli sciami del querceto.
Nella valva che il vespero riflette
un vulcano dipinto fuma lieto.

La moneta incassata nella lava
brilla anch’essa sul tavolo e trattiene
pochi fogli. La vita che sembrava
vasta è più breve del tuo fazzoletto.