Fabio Brotto su Il sogno di ogni uomo

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I libri di Roberto Michilli hanno questo carattere, che me li fa piacere: una scrittura facile e piana, che senza apparenti pretese stilistiche ma con un suo rigoreeconomico affronta temi rilevanti anche dal punto di vista sociale ed antropologico. L’ambientazione periferica e provinciale attua lo stesso piano della scrittura: una umiltà sostanziosa. Così questo poliziesco Il sogno di ogni uomo (Galaad Edizioni 2013) è un’opera più complessa di quanto possa sembrare ad una lettura affrettata. Esamino qui un paio di punti, anzi tre.

Prima questione. È questo un romanzo poliziesco, nel senso che vi sono omicidi, indagini, e poliziotti come protagonisti: l’amabile e colto commissario Ricci e il suo braccio destro, il calmissimo e metodico Straffi. La coppia di investigatori, qui in una delle tante declinazioni, si presta a virtuosismi e variazioni, come i temi musicali, ad es. la Follia di Spagna. Ma si tratta in questo caso di un giallo o di unnoir? Il discorso sul noir l’ho già affrontato anni fa, giungendo a questa conclusione: mentre il giallo classico sembra assumere come presupposto l’esistenza di una società fondamentalmente sana, di cui i criminali sono la parte malata—curabile o da eliminare chirurgicamente—, così che in fondo l’investigatore appare come una sorta di diagnosta, non coinvolto nella condizione patologica di quella specifica parte della umanità sopra la quale esercita la propria arte, il noir contemporaneo tratteggia una società che nel suo insieme è malata, ovvero pencola sull’orlo di unacrisi mimetica, cioè della sua dissoluzione. Ora, su questo punto il romanzo di Michilli non è di immediata collocazione: l’ambiente sociale in cui si muove il commissario Ricci presenta infatti sì aspetti di degrado morale, di decadenza, di difficoltà nei rapporti umani, di inadeguatezza delle classi alte, ma non pare affatto trovarsi sull’orlo di una possibile dissoluzione. Sembra infatti tuttavia ben salda la vita provinciale, coi suoi luoghi ameni, la sua vita ancora legata a consuetudini antiche, la sua gastronomia, il piacere della vita. Si può dunque inizialmente propendere per il giallo, un giallo che mantiene fino alla fine viva nel lettore la curiosità e l’interesse per l’identità e il movente dell’assassino, ma che non ha l’intreccio come suo interesse di fondo.

Seconda questione. La violenza che compare all’inizio, con la spietata uccisione di due persone, è sovrabbondante rispetto a quella che si rivelerà esserne il movente, e in aggiunta è perpetrata da un personaggio che non sembrerebbe avere in sé alcuna delle caratteristiche che vengono normalmente associate a chi si macchia di crimini così orrendi: le due vittime sono abbattute con un violento colpo sul cranio e sgozzate con un rasoio mentre giacciono a terra. Che cosa significa questa sovrabbondanza di violenza in quel contesto, ed entro il quadro culturale della borghesia colta e raffinata da cui proviene la mano omicida? Ecco che il sospetto delnoir si riaccende. E qui Michilli sembra però voler dire che per quanto relativamente sereno sia il quadro sociale (siamo nel 2002, la grande Crisi non c’è ancora), sono ancora forti i vecchi dislivelli di classe e nello stesso tempo è anche forte in chi sta alla base della piramide la voglia di fuoriuscire dai limiti di una esistenza segnata dal lavoro manuale duro e poco gratificante, la spinta all’ascesa sociale. Conflitti, ma non crisi mimetica generalizzata e dissoluzione. In mancanza di un forte ethos condiviso, la brama di conquistarsi un posto al sole con ogni mezzo, e la contrapposta difesa a tutti i costi del valore italico supremo, la famiglia, possono causare un’esplosione di violenza. Si tratta di quella violenza che si configura come risposta ad una minaccia di sovvertimento dell’ordine, e porta all’espulsione e all’annientamento di chi è portatore di quel sovvertimento. Il fatto che le due vittime siano un maschio ed una femmina, poi, introduce un ulteriore elemento di indifferenziazione mimetica, che sarà confermata dalla soluzione del caso. Ma questi processi di indifferenziazione violenta appaiono qui ancora limitati, non universalmente dilaganti.

Terza questione: il sesso. La vittima, Marisa, la cui storia emerge nel corso del romanzo dai vari racconti dei testimoni e degli inquisiti, è una donna che fa la cameriera e la colf, coltivando il sogno di poter aprire un giorno una sua attività. Come colf frequenta varie famiglie, e in ogni ambiente manifesta una docile disponibilità al sesso. È bella e docile, non può rimanere incinta a seguito di un aborto, non è impegnativa perché non accampa pretese: per questo viene definita il sogno di ogni uomo. E qui appare in tutta evidenza quella miseria della sessualitàridotta a pura immediatezza, che segna la nostra epoca. Marisa però non è un mero simbolo, né una pura ombra sebbene emerga filtrata dai racconti di altri. Da un lato appare quasi una incarnazione della donna-oggetto, della bambola, dall’altro ha invece un suo progetto, che porta avanti con determinazione, possiede quindi il pieno carattere del personaggio.

Concludo con una piccola annotazione sul commissario Ricci, e una più lunga citazione. Uomo colto, ironico, buongustaio e scapolo di ferro, amante della musica e della letteratura, Ricci ha in sé una nota elegiaca, che ben emerge in un bel passo, non privo di aperture metafisiche e che si configura come una variazione sul tema dela vita vera è altrove, con un sedendo e guardando che evoca il grande Recanatese :

«In certe giornate luminose d’autunno, i piccoli ventagli gialli appesi ai rami dei ginkgo, mossi appena dalla brezza, splendevano al sole come tante monete d’oro: al tramonto, quelle larghe dei liriodendri s’accendevano di caldi riflessi color rame. D’inverno il commissario si consolava dei tanti rami spogli col verde cupo dei cedri e delle siepi, ed era bello, a primavera, spiare i primi germogli sui rami e gioire della gloriosa fioritura dei mandorli e dei peschi. Nel caldo delle sere di luglio arrivava poi il profumo struggente dei tigli, a ricordargli che non avrebbe mai raggiunto ciò che inseguiva, ma che era bello e giusto continuare a provarci. A volte, sedendo e guardando, se non aveva né freddo né caldo, né dolori acuti a trafiggerlo, rumori a disturbarlo, riflessi ad accecarlo, tutte le ansie cadevano, dimenticava le paure, non desiderava essere diverso né trovarsi altrove, e riusciva a sentirsi in pace con se stesso e con il mondo. Altre volte, invece, l’assaliva la commozione, e piangeva. Quelle lacrime celebravano quietamente nostalgie e rimpianti, ricordi e sogni, speranze e desideri svaniti, ma erano anche un modo per esprimere quello che sentiva in quei momenti, e che nessuna parola avrebbe mai potuto raccontare. Ciò che la vita potrebbe e dovrebbe essere, e tutto ciò che a noi manca; quella fitta che ogni tanto fa dolere il cuore e scombina i conti della nostra esistenza, facendoci sentire come i bambini delle favole sperduti nel bosco. Ma quelle lacrime esprimevano anche il desiderio di essere libero e presente a se stesso, come un animale marino sopra gli scogli, beato tra il cielo e le onde, al di là o al di qua del bene e del male, ignaro di nostalgie e appagato dal bagliore della luce e delle spume. Sì, quelle lacrime dicevano queste e molte altre cose. Come tutti gli uomini, anche Ricci a volte sentiva che la vita poteva essere più vasta, ricca e completa, ma non sapeva come fare per raggiungerla e viverla.» (pp. 119-120)

Pubblicato da Fabio Brotto su Brotture il 29 ottobre 2013.

Doutz braitz e critz

Arnaut Daniel (1150/1160–intorno al 1220). Traduzione di Costanzo Di Girolamo.

I
Doutz braitz e critz
e chans e sos e voutas
aug dels auzelhs qu’en lur lati fan precx
quecx ab sa par, atressi cum nos fam
ab las amiguas en cui entendem:
e doncas ieu, qu’en la gensor entendi,
dei far chanso sobre totz de tal obra
que no·i aia mot fals ni rim’estrampa.

II
No fui marritz
ni no prezi destoutas
al prim qu’intrei el chastel dins los decx
lai on estai midonz, don ai gran fam
qu’anc non ac tal lo neps de sanh Guillelm:
mil vetz lo jorn en badail e·m n’estendi
per la bella que totas autras sobra
tan cum val mais gran gaug que no fai rampa.

III
Ben fui grazitz
e mas paraulas coutas,
per so que ges al chauzir no fui pecx,
ans volgui mais penre fin aur qu’eram
lo jorn que ieu e midons nos baizem
e·m fetz escut de son bel mantelh endi,
que lauzengier fals, lengua de colobra,
non o visson, don tan mals motz escampa.

IV
Ges rams floritz
de floretas envoutas
cui fan tremblar auzelho ab lurs becx
non es plus fresc, per qu’ieu no vuelh Roam
aver ses lieis ni tot Iheruzalem:
pero totz fis mas juntas a li·m rendi,
qu’en lieis amar agr’ondra·l reis de Dobra
o selh cui es l’Estel’e Luna-Pampa.

V
Dieus lo cauzitz
per cui furon assoutas
las fallidas que fe Longis lo cecx,
voilla qu’ensems eu e midons jagam
en la cambra on amdui nos mandem
uns rics covens don tan gran joi atendi
que·l sieu bel cors baisan, rizen descobra
e que·l remir contra·l lum de la lampa.

VI
Boca que ditz?
Eu cug que m’auras toutas
tals promessas que l’emperaire grecx
en for’onratz e·l senher de Roam
o·l reis que ten Sur e mais Besleem:
doncs ben sui fols que tan quier que·m rependi,
que gens Amors non a poder que·l cobra,
ni san Geneis, nuill om que joi acampa.

VII
Los deschauzitz
ab las lenguas esmoutas
non dupt’ieu ges si·l senhor dels Galecx
an fait falhir, per qu’es dreg si·l blasmam,
que son paren pres romieu, so sabem,
Raimon lo fil al comte, e apprendi
que greu fara·l reis Ferran de pretz cobra
si mantenen no·l solv e no l’escampa.

VIII
Eu l’agra vist, mas restei per tal obra
qu’al coronar fui del bon rei d’Estampa.

 
I
Dolci cinguettii e gridi e canti e melodie e gorgheggi odo degli uccelli che nel loro linguaggio rivolgono preghiere ciascuno alla sua compagna, così come noi facciamo alle amiche che amiamo; e dunque io, che amo la più gentile, devo fare più di tutti una canzone di tale struttura che non ci sia parola falsa né rima spaiata.

II
Non mi smarrii né seguii vie tortuose la prima volta che entrai nei confini del castello dov’è la mia dama, di cui ho una fame così grande che non ne ebbe mai una simile il nipote di san Guglielmo: mille volte al giorno sbadiglio e mi stiro per la bella che è superiore a tutte le altre, così come è meglio un grande piacere che un crampo.

III
Ben fui gradito e le mie parole accolte, perché non fui stupido nello scegliere, anzi volli prendere oro fino piuttosto che rame il giorno che io e la mia dama ci baciammo, e lei mi fece scudo con il suo bel mantello color indaco, in modo che non lo vedessero i falsi maldicenti con le lingue biforcute, da cui tante voci infamanti vengono divulgate.

IV
Un ramo fiorito di fiorellini in boccio che gli uccellini fanno tremare con i loro becchi non è più fresco, sicché io non vorrei avere Aleppo né tutta Gerusalemme senza di lei: perciò interamente sincero a mani giunte mi rendo a lei, perché ad amarla avrebbero onore il re di Dover e colui che possiede Estella e Pamplona.

V
Dio misericordioso, dal quale furono assolti i peccati che commise Longino il cieco, voglia che insieme io e la mia signora giacciamo nella camera in cui entrambi ci scambiammo delle belle promesse, da cui attendo una gioia così grande, di scoprire baciando e ridendo il suo bel corpo e di ammirarlo contro la luce della lampada.

VI
Bocca che dici? Io credo che mi avrai tolto tali promesse che l’imperatore greco o il signore di Aleppo o il re che possiede Tiro e in più Betlemme ne sarebbero onorati: dunque sono veramente folle da chiedere tanto da pentirmi, perché né Amore né san Genesio hanno il potere di proteggere chi caccia la gioia.

VII
Non temo affatto i vili dalle lingue affilate, anche se hanno spinto in errore il signore dei Galiziani, sicché è giusto che lo biasimiamo, perché, come sappiamo, imprigionò un suo parente mentre era pellegrino, Raimondo il figlio del conte, e ho sentito che re Fernando difficilmente recupererà il suo prestigio se non lo libera e non lo salva subito.

VIII
Io l’avrei visto, ma restai perché sono andato all’incoronazione del valoroso re di Etampes.