2013 in review

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Here’s an excerpt:

The concert hall at the Sydney Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 15,000 times in 2013. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 6 sold-out performances for that many people to see it.

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Pranzo di Natale

Il giorno di Natale andavamo a pranzo dalla zia Antonina. C’erano tutti i parenti e molti amici. La zia Amelia e lo zio Raffaello abitavano a Castelnuovo come noi e come noi si facevano una bella passeggiata, mentre alla zia Nadina bastava attraversare il corridoio perché lei, lo zio Vincenzo e mio cugino Marcello abitavano invece di fronte alla zia Antonina, nel vecchio convento di Sant’Onofrio a metà del fosso di Manzo. Della zia Nadina, che era la più giovane delle quattro sorelle di papà, ci divertiva il fatto che quando doveva chiamare qualcuno diceva sempre almeno tre o quattro nomi tra quelli di marito, figlio, fratelli, sorelle, cognati e nipoti, prima di imbroccare quello giusto. Lo zio Umberto era morto nel ’60. Adesso dalla città venivano suo figlio, mio cugino Novarro, e la zia Giulia. Certi nostri amici arrivavano apposta da Chieti.
Per quel pranzo speciale, Zia Antonina preparava gli agnolotti, il suo piatto forte. Tutte le mie zie erano cuoche straordinarie, cosi come lo era mia madre, e ognuna di loro aveva la sua specialità, ma gli agnolotti della zia Antonina erano il vertice assoluto delle prelibatezze.
Era una faccenda lunga, che richiedeva due giorni di lavoro. La pasta sottilissima, stesa col mattarello sul piano di marmo del tavolo di cucina, veniva tagliata in tanti dischi usando il bordo di un bicchiere di cristallo. Il ripieno, intanto, cuoceva lentamente nel tegame. Alcuni ingredienti erano segreti. Si sapeva che ci andavano anche dosi generose di cognac, ma solo perché una volta allo zio Giovanni scappò detto che aveva trovato mezza vuota la sua preziosa bottiglia di Curvoisier. Nel sugo destinato a condire gli agnolotti c’erano diverse qualità di carne, compresa la cacciagione catturata dallo zio. Quando il ripieno era pronto, la zia ne metteva una generosa dose al centro d’un disco di massa e poi lo ripiegava in due, ribattendo i bordi con la punta delle dita. Ripeteva l’operazione centinaia di volte, perché a degustare il frutto di tanta fatica e perizia eravamo in tanti.
L’appartamento della zia era ricavato da alcune vecchie celle dei monaci, ed era formato da una successione di stanze, senza corridoio. La porta d’ingresso s’apriva direttamente sulla cucina. A destra c’erano la dispensa e il fondaco; a sinistra, il salotto con la radio, poi la sala da pranzo e le due stanze da letto. I letti avevano le coperte di raso celeste e grosse bambole vestite di tulle rosa appoggiate ai cuscini. I tavoli necessari per accogliere gli ospiti attraversavano tutte le stanze, passando per i vani delle porte spalancate. Anche dopo tanti anni, quella sistemazione era fonte di risate. Ci salutavamo alla voce, agitando poi i fazzoletti come gente che si vede da lontano.
Nel camino ardeva tranquillo il ciocco di quercia che lo zio Giovanni aveva messo sul fuoco la sera della vigilia, quando le campane avevano suonato l’Ave Maria. La zia l’aveva tenuto acceso per tutta la notte e l’avrebbe spento solo la mattina di Santo Stefano, per riaccenderlo poi a Capodanno e ancora all’Epifania. Rappresentava l’anno vecchio, che bruciava con tutto quanto di male s’era portato dietro. Grazie al camino e alle stufe la casa era calda calda.
Finito il pranzo cominciavamo a giocare a tombola. Sul retro delle vecchie cartelle ritrovavo nomi di persone scomparse, date più o meno recenti, parole scherzose, disegni. Per segnare i numeri usciti usavamo fagioli bianchi. Qualche perfezionista usava tagliarli a mezzo, per il lungo, servendosi degli incisivi. In questo modo, posati sulla cartella col lato piatto, non sarebbero rotolati, causando confusione.
Accarezzavo con lo sguardo i volti di mamma e papà, degli zii e degli amici e anche la stanza e gli oggetti che conteneva. Ero felice, ma avevo addosso anche un po’ malinconia. Pensavo allo zio Umberto che non c’era più e mi rendevo conto che tutto quanto mi era caro era destinato prima o poi a scomparire.
Dopo la tombola facevamo un paio di giri a Mercante in Fiera e poi veniva apparecchiata di nuovo la tavola per la cena. Era più uno spuntino, per la verità, visto quello che ci eravamo mangiati a pranzo. Quando venivano tolte le tovaglie, lo zio Giovanni tirava fuori le carte del Cucù con quelle andavamo avanti fino a notte inoltrata.
Al momento di andare via mamma e papà mi facevano aspettare per qualche minuto nel lungo corridoio. Serviva per abituarmi pian piano al freddo e poter così affrontare senza pericolo il gelo della notte.

(2000)

 

Una poesiola sul Natale in dialetto camplese

Ddò štatuattə purə ‘mbò sbrəccitə,
nu ccò də carpənellə, nu spəcchiattə,
pə fa lu laghə nghə li paparellə,
li pašturə, li pecurə e lu ‘gnillə,
lu zampugnarə nghə li ciarammellə,
Giuseppə, la Madonnə e su la pajə,
dəštesə tra lu vovə e l’asənellə,
lu Bambənellə nghə li vraccə apirtə.
Arvè Natalə. È nu məšterə antəchə,
mə ve’ da piagnə eppurə so’ fələcə.

 

(1982)

(Il carattere ə indica il suono della e francese nell’articolo determinativo le; il carattere š, il suono di sc nella parola scena.)

 

 

 

 

La vigilia

La vigilia

La vigilia di Natale era un giorno che amavo. Un po’ come tutte le vigilie, a dire la verità. Pregustavo le cose buone che dovevano arrivare, e intanto vivevo l’intera giornata in una lieta aspettativa che di per sé era molto simile alla gioia. Lo diceva anche il proverbio, del resto: La festë cchiù grossë è la vëggëglië.
La mattina, rispettando la tradizione, andavo a fare gli auguri alla zia Antonina, una delle sorelle di papà. La trovavo sempre ai fornelli. Era una donna alta, con i capelli sempre a posto. Faceva ogni sei mesi la permanente nel negozio di Aurelio, l’unico parrucchiere che c’era in paese. Mentre la zia trafficava con le pentole, lo zio Giovannino se ne stava seduto al tavolo della cucina. Aveva i capelli tutti bianchi e il viso un po’ arrossato. Era intento a tagliare con le forbicine le sue Super senza filtro. Divideva ogni sigaretta in tre parti, e poi nell’arco della giornata fumava sei di quei pezzetti utilizzando un bocchino. Era l’accordo raggiunto col medico e con la zia dopo che aveva avuto un attacco di cuore.
A pranzo mamma preparava la tradizionale zuppa di ceci e castagne con il pane fritto. A cena invece ci serviva le linguine con il tonno, poi il baccalà al sugo con le prugne e le noci e infine i fritti di cavolfiore, finocchio, sedano, carciofi e cardone. Per dolce mangiavamo cargionetti, croccante di mandorle, sfogliatelle, pepatelli e mostaccioli.
A mezzanotte uscivamo per andare a messa in Duomo. Le strade erano ricoperte di neve e radi fiocchi volavano per l’aria. In chiesa c’era tutto il paese. Nel buio rischiarato solo dalla luce delle candele, una breve processione usciva dalla sacrestia. Sotto il baldacchino bianco, Don Pasquale rivestito di paramenti dorati portava in braccio la statuina del bambinello. La depositava nella mangiatoia del presepe, su in fondo alla navata di destra, mentre noi, accompagnati dalla voce dell’organo suonato dal maestro Santori, cantavamo:

«Tu scendi dalle stelle
o re del cielo
e vieni in una notte
al freddo e al gelo.

O Bambino mio divino,
io ti vedo qui a tremar.
O Dio beato,
ahi, quanto ti costò l’averci amato!»

Mi veniva sempre da piangere, e non mi trattenevo. Poi ci mettevamo tutti in fila per baciare il piede del bambinello, mentre Don Pasquale, in piedi lì accanto, lo puliva con una pezza di lino dopo ogni bacio.

(1999)