Note di diario. 18 settembre 1982

– Se scrivessi, poi, solo del dolore varrebbe la pena di parlare. E’ l’unica cosa reale, infatti, e pur presentandosi sotto mutevoli forme conserva nel fondo il suo carattere distintivo findamentale: l’angoscia. Insoddisfatti, ansiosi, infelici. La sofferenza e il dolore nascono dalla tensione del desiderio inappagato e inappagabile. Condannati a una esistenza fondamentalmente meschina, ci aggiriamo come ciechi in un mondo irreale costruito da noi, che nulla ha da spartire con la realtà che noi non conosciamo perché non abbiamo il coraggio di guardarla in faccia. E anche se uno di noi ci riuscisse, non servirebbe a nulla, se con lui non pervenissero alla verità anche gli altri.
Felicità come assenza di dolore. Dunque felicità come “non infelicità”, come stato passivo e negativo.
Ma in che potrebbe consistere invece una felicità “attiva”? Penso che il suo tratto caratteristico dovrebbe essere l’assenza di paura (intesa come categoria, come paura della paura). E in ogni caso non credo possa assumere un carattere esclusivamente individuale. Per quanto indiretto e mediato, è innegabile l’influsso che hanno sui nostri stati d’animo gli altri (divisi in base alla loro maggiore o minore importanza “sentimentale”
– E se tenessi un diario? Ecco che, appena formulato il proposito (non nuovo peraltro) subito mi si affacciano alla mente deprimenti immagini di zitelle inglesi intente a confidare al my diary i loro pruriti. Ma a parte ciò, potrebbe essere utile?
Proust è contrario; Wright Mills, Thomas Mann, Brecht e altri decisamente a favore.
(Scrivo nello studio al pianterreno, ascoltando la sinfonia n. 6 di LvB. Suonano la NBC Simphony Orchestra e AT. Mi sono appena alzato per girare il disco. Passa ora il III movimento: Allegro – Allegra riunione di contadini)
Ma in fondo penso di sì, se lo si intende in un senso abbastanza ampio e cioè come:
. riflessioni,
. lavoro,
. sensazioni,
. archivio (anche collage per intenderci),
. propedeutica alla scrittura, ripresa di contatto con l’atto fisico del graphos,
. vantaggio derivante dall’unità di luogo per i vari scritti che da un po’ vado disseminando qua e là.
Qualcosa di vivo e informale, insomma. Il problema è che ho già fatto vari tentativi, in passato, con risultati avvilenti. In un vecchio quaderno ho trovato scritto: “20 gennaio 1979. Inizio oggi questo zibaldone. Vorrei essere capace di tenerlo regolarmente e di riuscire ad esprimervi ciò che sento e vedo”. E questa è l’unica annotazione che c’è lì sopra. In un altro ci sono solo poche note sparse, a distanza di mesi l’una dall’altra. Bah.
– Comprare colla stick.
– La mia vecchia idea di una ricerca sul commercio ambulante nel territorio del comune di Campli, in particolare sui Santari. Non sarebbe il caso di pensarci un po’ su? Come corollario della stessa, è senz’altro da praticare il recupero delle storie dei nostri vecchi. Registratore e chiacchiere libere (appena stimolate da domande discrete). Ci buttiamo?
– “Tutti noi scriviamo poesie; i poeti sono soltanto quelli che le scrivono con le parole” (John Fowles, La donna del tenente francese, p. 170).
– Sono uscito per comprare la colla stick, ma alla Standa non ce l’avevano. E’ sabato e le cartolerie sono chiuse.
– Ho preparato una bibliografia sui tarocchi. Non la trascrivo perché è ingombrante.

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