La vigilia

La vigilia

La vigilia di Natale era un giorno che amavo. Un po’ come tutte le vigilie, a dire la verità. Pregustavo le cose buone che dovevano arrivare, e intanto vivevo l’intera giornata in una lieta aspettativa che di per sé era molto simile alla gioia. Lo diceva anche il proverbio, del resto: La festë cchiù grossë è la vëggëglië.
La mattina, rispettando la tradizione, andavo a fare gli auguri alla zia Antonina, una delle sorelle di papà. La trovavo sempre ai fornelli. Era una donna alta, con i capelli sempre a posto. Faceva ogni sei mesi la permanente nel negozio di Aurelio, l’unico parrucchiere che c’era in paese. Mentre la zia trafficava con le pentole, lo zio Giovannino se ne stava seduto al tavolo della cucina. Aveva i capelli tutti bianchi e il viso un po’ arrossato. Era intento a tagliare con le forbicine le sue Super senza filtro. Divideva ogni sigaretta in tre parti, e poi nell’arco della giornata fumava sei di quei pezzetti utilizzando un bocchino. Era l’accordo raggiunto col medico e con la zia dopo che aveva avuto un attacco di cuore.
A pranzo mamma preparava la tradizionale zuppa di ceci e castagne con il pane fritto. A cena invece ci serviva le linguine con il tonno, poi il baccalà al sugo con le prugne e le noci e infine i fritti di cavolfiore, finocchio, sedano, carciofi e cardone. Per dolce mangiavamo cargionetti, croccante di mandorle, sfogliatelle, pepatelli e mostaccioli.
A mezzanotte uscivamo per andare a messa in Duomo. Le strade erano ricoperte di neve e radi fiocchi volavano per l’aria. In chiesa c’era tutto il paese. Nel buio rischiarato solo dalla luce delle candele, una breve processione usciva dalla sacrestia. Sotto il baldacchino bianco, Don Pasquale rivestito di paramenti dorati portava in braccio la statuina del bambinello. La depositava nella mangiatoia del presepe, su in fondo alla navata di destra, mentre noi, accompagnati dalla voce dell’organo suonato dal maestro Santori, cantavamo:

«Tu scendi dalle stelle
o re del cielo
e vieni in una notte
al freddo e al gelo.

O Bambino mio divino,
io ti vedo qui a tremar.
O Dio beato,
ahi, quanto ti costò l’averci amato!»

Mi veniva sempre da piangere, e non mi trattenevo. Poi ci mettevamo tutti in fila per baciare il piede del bambinello, mentre Don Pasquale, in piedi lì accanto, lo puliva con una pezza di lino dopo ogni bacio.

(1999)

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