Simone Gambacorta su Fate il vostro gioco (2)

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Roberto Michilli torna nelle librerie col romanzo “Fate il vostro gioco”, che come il precedente “Desideri” appare per la scuderia Fernandel, la casa editrice di Giorgio Pozzi che ha regalato più di una sorpresa alla narrativa italiana degli ultimi anni.
Con questo libro Michilli torna ad esplorare il territorio dello “sconfinamento”, quello provocato dalla spinta incontrollabile del desiderio. Per lo scrittore teramano il desiderio è una forza motrice, un proiettile interno e invisibile che trascina i personaggi in uno stato liminare ed extrasistolico, “altro” rispetto ai canoni della normalità e della consuetudine. Il desiderio è un sogno che lascia intravedere un cambiamento decisivo, un’inversione di rotta: ma, al di là del fatto che questo e quella si realizzino (le sorti di un romanzo e di chi lo abita riservano sorprese), la narrativa di Michilli pare anzitutto coagularsi attorno a degli interrogativi: il desiderio, la speranza, il sogno, possono davvero tradursi in realtà? Oppure sono destinati a naufragare dopo una più o meno provvisoria (illusoria?) esistenza? È tutto scritto o tutto è affidato al caso?

“Fate il vostro gioco” prende le mosse nello scompartimento di un treno, dove siede un uomo di nome Alberto (l’io-narrante) che racconta di sé a un altro passeggero. Come nella tradizione archetipica del racconto orale, quando ci si riuniva attorno al fuoco per ascoltare storie, Alberto prende a svelare se stesso a quell’interlocutore occasionale e sconosciuto, gli parla della sua giovinezza, delle sue illusioni, di ciò che fu e non fu, e soprattutto della rovinosa ossessione per il gioco d’azzardo, una maledizione che lo ha scagliato nel baratro e che lo ha costretto a vivere una vita diversa da quella che sperava di avere. Il treno prosegue nel cammino e il racconto procede di pari passo (l’attraversamento della memoria), con le parole di Alberto che plasmano una storia sempre più avvitata e complessa, tutta incentrata sullo sviluppo di un sistema matematico escogitato per sconfiggere la roulette e realizzare l’agognata rivalsa contro il Casinò. Mentre fluisce, la voce di Alberto disegna le altre figure-cardine del romanzo, il giovane informatico Sandro e l’ex fidanzata Franca, presenze che vanno ben al di là della trama (non si tratta di semplici complici) e che consentono a Michilli di tracciare un affresco dove i sentimenti sopiti tornano a galla insieme con quelli sconosciuti. “Fate il vostro gioco” è una confessione laica, dove il treno/confessionale è il mezzo dell’evocazione e dove tutto riflette l’andamento sinusoidale dell’avventura che vi si narra (è appena il caso di sottolineare come “Desideri” e “Fate il vostro gioco” siano accomunati da due ordini di elementi: quello formale, cioè la fluidità della scrittura; quello tematico, cioè la normalità che “impazzisce” sulla spinta del desiderio).

Anche questa volta Michilli ha scritto una storia che si legge come se si bevesse un bicchier d’acqua. Tutto fila e va liscio, tutto torna, tutto si tiene, di sbavature e schegge che inceppino gli ingranaggi neppure l’ombra. Da esperto narratore, da “raccontatore” di razza, Michilli sa affascinare il lettore e sa catturarlo, grazie a un’abilità affabulatoria che rende i suoi romanzi pulsanti, sincopati, incalzanti (col climax che è parte della miscela che alimenta la narrazione). Del resto all’origine della sua scrittura c’è una sorta di congiuntura tra etica ed estetica: a suo parere il lettore non va truffato, non si può rubargli tempo, al contrario è necessario ripagarlo di quello che dedica a un romanzo. L’imperativo di chi scrive è uno: porsi al servizio di chi legge. Una visione delle cose in cui si scorge un riflesso della lezione dell’amico e maestro Pontiggia, quel Peppo (così voleva essere chiamato dagli intimi) che anni fa lo incoraggiò a proseguire nella strada della scrittura e che gli fu vicino dal punto di vista umano prima ancora che letterario, come peraltro testimonia un carteggio tuttora inedito. A ben guardare, però, le affinità col magistero pontiggiano non finiscono qui. Michilli ha fatto suo un altro importante comandamento (di cui Pontiggia parla in un saggio del “Giardino delle Esperidi”): se infatti è vero che «un testo è una stratificazione di significati di cui quello più superficiale deve essere comunque intelligibile», altrettanto certo è che ciascuno strato della torta debba avere un proprio sapore: sta poi a chi legge scegliere sino a quale profondità spingere il palato. Non è un caso, allora, che i romanzi di Michilli nascondano un’addizione di livelli, né che le sue parole rivelino un’aura centrifuga, un “raggio d’ombra” perpendicolare alla criticità e che, quasi di nascosto, come a non voler disturbare il lettore, o meglio, come a non volerlo obbligare al percorrimento di un’unica via, adotta per angoli gli estuari della complessità, con la sospensione del giudizio morale (si veda Kundera) e con gli epiloghi refrattari a emettere una risposta univoca e polivalente. In questo aspetto della narrativa di Michilli si può cogliere anche una testimonianza della sua intensa e porosissima vita di lettore, non foss’altro per la prossimità con le idee e le tecniche di altri maestri, per esempio Checov ed Hemingway, Chiara e Simenon. Certo, i modelli sono tali perché rimangono inarrivabili, ma resta il fatto che con la sua felicità fabulatoria, e con la naturalezza d’andamento delle sue partiture narrative (“Desideri” era impostato secondo un andamento musicale), Roberto Michilli conferma d’essere uno scrittore che pone le proprie storie davanti a se stesso, persuaso che un libro sia un organismo capace di vivere solo grazie al cortocircuito tra autore e lettore, nel momento in cui si realizza quella circolarità necessaria e perfetta che rappresenta la più severa verifica delle ragioni d’una storia.

(Roberto Michilli, “fate il vostro gioco, Fernandel, pp. 128, Euro 12).
Simone Gambacorta

Pubblicato su Roseto.com il 17 luglio 2008

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