Za5. (fine)

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Era ancora buio nella caverna. Martin Martynič, cieco, freddo, argilloso, sbatteva ottusamente contro gli oggetti della caverna, scompigliati dal diluvio. Sobbalzò: una voce, somigliava a quella di Maša, a quella di prima…

«Di che parlavi di là con Selichov? Cosa? Tessere di razionamento? Io invece sono stata tutto il tempo a letto e pensavo: e se ci facessimo forza, se andassimo da qualche parte, così il sole… Ah, che fracasso! Sembra che tu lo faccia apposta. Eppure lo sai che non lo sopporto, non lo sopporto, non lo sopporto!»

Un coltello sul vetro. Ma ormai fa lo stesso. Gambe e braccia meccaniche. Ci volevano delle catene, un argano, per alzarle e abbassarle, come i verricelli delle navi; e per girare l’argano non basta un uomo solo: ce ne vogliono tre. Martin Martynič, tendendo con fatica le catene, mise la teiera e la casseruola sul fuoco, e vi…

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