Belomor5.

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Sono arrivati a Samara. Le barriere sono state posizionate contro gli slittamenti. Il ponte sulla Volga, la sbarra macchiata dai passeri, il carro coperto di una kolchoziana tedesca. La figlia dello scambista, con una piccola pelliccia rovesciata, agita le mani dietro al treno che passa.
Ad una delle stazioni Musaev e Kurdov vanno con la scorta a prendere l’acqua calda. Il vento piega il filo di vapore che esce dal bollitore.
È cominciato il bosco. Passa un tagliaboschi dai grandi occhi chiari, quasi bianchicci, con un’ascia ficcata nel gambale. Si ferma e, allargando le braccia, lascia che il treno gli passi vicino.

Il bosco è finito. È iniziata la steppa.

Nel vagone per i detenuti parlavano i tadžiki. Erano cinque persone.

– Che tempi disgraziati. Giusto! La notte è senza luna. Viviamo nelle tenebre, come dice Piri – Šo – Nasyr.

– Che altro dice?

– Dice che bisogna aspettare…

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