In the morning you always come back

Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950)

Lo spiraglio dell’alba
respira con la tua bocca
in fondo alle vie vuote.
Luce grigia i tuoi occhi,
dolci gocce dell’alba
sulle colline scure.
Il tuo passo e il tuo fiato
come il vento dell’alba
sommergono le case.
La città abbrividisce,
odorano le pietre –
sei la vita, il risveglio.

Stella sperduta
nella luce dell’alba,
cigolio della brezza,
tepore, respiro –
è finita la notte.

Sei la luce e il mattino.

Micronote 58

Brotture

gufin

  1. La ragione ha le sue illusioni, e l’illusione le sue ragioni.
  2. E così dopo decenni di letture
    le stesse verità restano, dure,
    e da quella selva di vicende
    una risposta belva su noi scende
    con un indecifrabile ruggito
    che scioglie ogni fede e ogni mito.
    E io che non conosco rito
    contemplo la mia luna e il mio dito
  3. Il progressivo che invocava l’educazione sessuale nelle scuole ora invoca l’educazione sentimentale. Si scivola nello sdolcinato, ma l’idea è sempre quella: che esista un codice salvifico da inculcare, un codice progressivo oggettivamente vero, e il cui rifiuto è indice di disinformazione, ignoranza, malvagità e bassezza morale.
  4. Poiché gli islamisti jihadisti ripetono in continuazione che la loro guerra totale è contro gli infedeli (noi) e gli apostati (i musulmani non jihadisti), gli infedeli e gli apostati devono allearsi e resistere insieme. Non esiste un’alternativa che non sia folle e perdente.
  5. A ogni…

View original post 709 altre parole

Poesiola in dialetto camplese – 3 (con tentativo di traduzione)

Dəmmə la vərətà,
si jətə da na maghə
a fattə fa na spəciə də fatturə?
Comə pəccà?
Mbè cchiù passə lu tembə e cchiù si bbellə!
Quandə sə dəciə la scarogna nərə:
tə vinghə arretə da trend’annə ormajə,
e nən mi sə vulutə majə səntə’.
L’unəca cosə chə m’arcunzulevə
erə chə tə tənəvə d’avvəcchiə’,
e purə tu nghə ssu culə ajjacchətə
tənəvə arvəndà bruttə e šdəlluffitə
coma succedə a ttuttə li crəštjənə
ch’arcurdatə parecchiə prəmaverə.
E invecə, nghə ssa bbella faccia fraschə,
ssi hammə lunghə su li tacchə a spəllə,
si bbonə comə e forsə cchiù d’allorə.

Chə tənga fa? Michə tə pozzə accədə!
Vuol dire chə mə levə la pangərə
e mə t’affələ n’andra voddə arretə,
ca la spəranzə è l’uddəmə a murə’.

(1992)

Il carattere ə indica il suono della e francese nell’articolo determinativo le; il carattere š, che si incontra solo davanti a t o d, il suono di sc nella parola scena.

Dimmi la verità,
sei stata da una maga
che ti ha fatto una specie di fattura?
Come perché?
Ma se più passa il tempo e più sei bella!
Quando si dice la scalogna nera:
ti vengo dietro da trent’anni ormai,
e non mi hai voluto mai sentire.
L’unica cosa che mi consolava
era che anche a te toccava invecchiare,
e pure tu con quel tuo culo alzato
brutta dovevi farti e sconocchiata
come succede a tutti i cristiani
che han ricordato molte primavere.
E invece, con la bella faccia fresca,
le gambe lunghe sopra i tacchi a spillo,
sei bona come e forse più d’allora.

Che devo fa’? Mica ti posso uccidere?
Vuol dire che mi tolgo la panciera
e mi ti metto un’altra volta dietro,
che la speranza è l’ultima a morire!

Vedi il Soratte

Quinto Orazio Flacco (65 a.C. – 8 a.C.), traduzione di Enzo Mandruzzato.

Vedi il Soratte splendere di nevi
profonde. Ogni boscaglia, affaticata,
non regge il peso. Ogni corso d’acqua
s’indurisce nel gelo penetrante.

Dissipa il freddo con copiosa legna
nel focolare, e generosamente
cola il vino dal coccio a doppia ansa,
sabino, di quattr’anni, o mio Taliarco.

E tutto il resto affidalo agli dei.
Come abbattono i venti in grande guerra
sulle acque che smaniano di febbre,
torna pace ai cipressi e ai vecchi frassini.

Sàlvati dal sapere il tuo domani.
Ogni giornata che la sorte aggiunge
abbila come un dono. Non sdegnare,
ragazzo, il dolce amore e danze e musiche,

finché manca al tuo fiore la vecchiezza
lamentosa. E ora tutto si ripeta,
il Campo, le piazzette, e quando annotta
il bisbigliare degli appuntamenti,

e la ragazza che l’amato riso
tradisce nel segreto nascondiglio,
un pegno che le strappi dalle braccia,
dalle dita che lottano per perdere.

Vides ut alta stet nive candidum
Soracte nec iam sustineant onus
silvae laborantes geluque
flumina constiterint acuto?

Dissolve frigus ligna super foco
large reponens atque benignius
deprome quadrimum Sabina,
o Thaliarche, merum diota.

Permitte divis cetera, qui simul
stravere ventos aequore fervido
deproeliantis, nec cupressi
nec veteres agitantur orni.

Quid sit futurum cras, fuge quaerere, et
quem fors dierum cumque dabit, lucro
adpone nec dulcis amores
sperne, puer, neque tu choreas,

donec virenti canities abest
morosa. Nunc et Campus et areae
lenesque sub noctem susurri
composita repetantur hora,

nunc et latentis proditor intumo
gratus puellae risus ab angulo
pignusque dereptum lacertis
aut digito male pertinaci.