Sparare il carburo

Il carburo era una pietra grigiastra e puzzolente. Lo compravamo da Minella, che vendeva un po’ di tutto nella sua bottega sul Corso, e se lei non ne aveva da uno giù a Castelnuovo, oppure ce ne facevamo regalare qualche pezzetto dai nostri amici fabbri. Lo usavano per saldare all’acetilene, loro. Serviva anche agli ambulanti per le lampade con le quali illuminavano la sera le bancarelle, e a quelli che pescavano le anguille nei pantani e nelle gore dei mulini. Lo mettevano in un barattolo, facevano un buco nel coperchio e poi lo buttavano nell’acqua. Dopo qualche istante si sentiva un bel botto, e le anguille galleggiavano stordite pancia all’aria. Noi invece i barattoli li sparavamo in aria. Non ci serviva il coperchio, perciò era più facile trovarli. Andavano bene di tutti i tipi, i migliori però erano le latte grandi della conserva, rare perché si riempivano di terra e si usavano come vasi per le piantine di maggiorana, basilico, pipirella e mentuccia che tutti tenevano sui balconi, e i coperchi azzurri dei filtri dell’olio dei camion e dei trattori, che si potevano sparare più volte perché robustissimi, ma erano ancora più rari. Ci sarebbe voluto uno slargo senza case, ma in paese non ce n’erano e quindi sparavamo dietro la chiesa di San Paolo, all’inizio del sentiero che portava al torrente Siccagno. Riempivamo il barattolo o quel che era di trucioli sottili o di paglia, senza pressare, e dopo aver bucato il fondo con un chiodo lo posavamo con il buco verso l’alto sopra una pozzetta scavata nel terreno e riempita di saliva nella quale già si stava sciogliendo il carburo, provocando bolle e puzza. Circondato di terra l’orlo del barattolo per non farlo sfiatare, uno di noi teneva chiuso il buco con un dito per un po’, e dopo lo scopriva mentre un altro ci avvicinava rapidamente un fiammifero acceso o un tortiglione fatto con un pezzo di carta arrotolato più volte. Il gran botto faceva salire il barattolo in cielo per venti trenta metri, accompagnato da applausi e fischi e da una velocissima fuga perché subito arrivava gente.  Ogni tanto qualcuno dei fuochisti si faceva male perché non era abbastanza svelto a scostarsi oppure il barattolo non volava dritto e gli finiva addosso.

(3-4 gennaio 2015)

Neil LaBute o dell’amore per una ragazza grassa — Fabrizio Coscia

Quanto è ossessionata la nostra società dall’immagine esteriore? E fino a che punto ci lasciamo condizionare da questa ossessione? Sono domande che pone il drammaturgo americano Neil LaBute nella commedia «Fat Pig» (2004), messa in scena da Alfonso Postiglione al Ridotto del Mercadante, fino al 9 dicembre con una produzione dello Stabile di Napoli. Il […]

via Neil LaBute o dell’amore per una ragazza grassa — Fabrizio Coscia