Flaubert, l’avvenire e la tetta.

La Nike dal sandalo, frammento dalla balaustra scolpita del tempio di Atena Nike sull’Acropoli di Atene.

Sulla via del ritorno dal lungo viaggio in Oriente iniziato il 4 novembre 1849, Gustave Flaubert arriva ad Atene il 19 dicembre 1850. Vorrebbe restarci diversi mesi, ma i fondi scarseggiano, gli rimangono solo 500 franchi, e così il 10 febbraio riprende la via di casa. Da Patrasso, in attesa di imbarcarsi sul vapore che lo porterà a Brindisi, Gustave scrive al suo grande amico Louis Bouilhet, e si interroga sull’avvenire: «Sì, invecchio; mi sembra che non posso combinare niente di buono. Ho paura di tutto in fatto di stile. Che scriverò al mio ritorno? Ecco ciò che mi domando senza tregua.» All’amico fraterno racconta ancora come tra i frammenti di scultura trovati sull’Acropoli sia stato colpito in particolare da un piccolo bassorilievo che rappresentava una donna nell’atto di riattaccarsi la scarpa, e una parte di torso, di cui restavano solo i due seni, «dalla base del collo fino a sopra l’ombelico. Uno dei due seni è velato, l’altro scoperto. Che tette! Dio santo! che tetta! È tondo-mela, piena, abbondante, staccata dall’altra e pesante nella mano. Ci sono lì maternità feconde e dolcezze d’amore da far morire. La pioggia e il sole hanno reso giallo biondo quel marmo bianco. È di un tono fulvo che lo fa assomigliare quasi alla carne. È così tranquillo e così nobile! Si direbbe che sta per gonfiarsi e che i polmoni che ha sotto vogliono riempirsi e respirare.  Come porta bene il suo drappeggio a pieghe fitte, come ci si sarebbe rotolati là sopra piangendo, come si sarebbe caduti dinanzi, in ginocchio, incrociando le mani! Ho sentito là davanti la bellezza dell’espressione “stupet aeris (1)”. Un po’ più avrei pianto. È che ci sono, signore, tante specie di tette differenti. C’è la tetta mela, la tetta pera, la tetta lubrica, la tetta pudica, e quant’altro. C’è quella che è creata per i conducenti di diligenza, la grossa e schietta tetta rotonda che si tira fuori da dentro una maglia grigia, dove si tiene là bene al caldo, gagliarda e dura. C’è la tetta del boulevard, stanca, flaccida e tiepida, ballonzolante nella crinolina, tetta che si mostra alle candele, che appare tra il nero del satin, sulla quale si strofina il cazzo, e che sparisce presto. Ci sono due terzi di tetta visti alla luce dei lampadari sull’orlo dei palchi di teatro, tette bianche e il cui arco sembra smisurato come il desiderio che ti mandano. Hanno un buon profumo, quelle; scaldano la guancia e fanno battere il cuore. Sullo splendore della loro pelle risplende l’orgoglio, sono ricche e sembrano dirti con disdegno: “Fatti una sega, povero diavolo, fatti una sega, fatti una sega”. C’è ancora la tetta mammella, appuntita, orgiastica, canaglia, fatta come una zucca da giardiniere per mettere semi, sottile di base, allungata, grossa in cima. È quella della donna che si scopa alla pecorina, tutta nuda, davanti a una vecchia psiche (2) impiallacciata in acagiù. C’è la tetta rinsecchita della negra che pende come un sacco. È asciutta come il deserto e vuota come lui. C’è la tetta della ragazza che arriva dal suo paese, né mela, né pera, ma carina, perbene, fatta per ispirare desideri e come una tetta deve essere. C’è anche la tetta della signora, considerata solamente come parte sensibile, quella riceve gomitate nei tafferugli, e travi, in pieno, in mezzo alle vie. Contribuisce unicamente all’abbellimento della persona e accerta il sesso.» (Traduzione mia)

  1. Orazio, libro I, satira IV: “stupet Albius aere” (Albio va in estasi davanti ai bronzi).
  2. (Specchio inclinabile.

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