La speranza è nell’opera. /
Io sono un cinico a cui rimane /
per la sua fede questo al di là. /
Io sono un cinico che ha fede in quel che fa.
Vincenzo Cardarelli
La speranza è nell’opera. /
Io sono un cinico a cui rimane /
per la sua fede questo al di là. /
Io sono un cinico che ha fede in quel che fa.
Vincenzo Cardarelli
Vincenzo Cardarelli (1887-1959).
Lenta e rosata sale su dal mare
la sera di Liguria, perdizione
di cuori amanti e di cose lontane.
Indugiano le coppie nei giardini,
s’accendon le finestre ad una ad una
come tanti teatri.
Sepolto nella bruma il mare odora.
Le chiese sulla riva paion navi
che stanno per salpare.
Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d’agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti,
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora passa e declina,
in quest’autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.
(Vincenzo Cardarelli, 1887-1959)
Eugenio Montale (1896-1981)
Piccolo testamento
da La bufera e altro (1940-1954).
Questo che a notte balugina
nella calotta del mio pensiero,
traccia madreperlacea di lumaca
o smeriglio di vetro calpestato,
non è lume di chiesa o d’officina
che alimenti
chierico rosso o nero.
Solo quest’iride posso
lasciarti a testimonianza
d’una fede che fu combattuta,
d’una speranza che bruciò più lenta
di un duro ceppo nel focolare.
Conservane la cipria nello specchietto
quando spenta ogni lampada
la sardana si farà infernale
e un ombroso Lucifero scenderà su una prora
del Tamigi, del Hudson, della Senna
scuotendo l’ali di bitume semi-
mozze dalla fatica, a dirti: è l’ora.
Non è un’eredità, un portafortuna
che può reggere all’urto dei monsoni
sul fil di ragno della memoria,
ma una storia non dura che nella cenere
e persistenza è solo l’estinzione.
Giusto era il segno: chi l’ha ravvisato
non può fallire nel ritrovarti.
Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio
non era fuga, l’umiltà non era
vile, il tenue bagliore strofinato
laggiù non era quello di un fiammifero.
Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950)
Lo spiraglio dell’alba
respira con la tua bocca
in fondo alle vie vuote.
Luce grigia i tuoi occhi,
dolci gocce dell’alba
sulle colline scure.
Il tuo passo e il tuo fiato
come il vento dell’alba
sommergono le case.
La città abbrividisce,
odorano le pietre –
sei la vita, il risveglio.
Stella sperduta
nella luce dell’alba,
cigolio della brezza,
tepore, respiro –
è finita la notte.
Sei la luce e il mattino.
Quinto Orazio Flacco (65 a.C. – 8 a.C.), traduzione di Enzo Mandruzzato.
Vedi il Soratte splendere di nevi
profonde. Ogni boscaglia, affaticata,
non regge il peso. Ogni corso d’acqua
s’indurisce nel gelo penetrante.
Dissipa il freddo con copiosa legna
nel focolare, e generosamente
cola il vino dal coccio a doppia ansa,
sabino, di quattr’anni, o mio Taliarco.
E tutto il resto affidalo agli dei.
Come abbattono i venti in grande guerra
sulle acque che smaniano di febbre,
torna pace ai cipressi e ai vecchi frassini.
Sàlvati dal sapere il tuo domani.
Ogni giornata che la sorte aggiunge
abbila come un dono. Non sdegnare,
ragazzo, il dolce amore e danze e musiche,
finché manca al tuo fiore la vecchiezza
lamentosa. E ora tutto si ripeta,
il Campo, le piazzette, e quando annotta
il bisbigliare degli appuntamenti,
e la ragazza che l’amato riso
tradisce nel segreto nascondiglio,
un pegno che le strappi dalle braccia,
dalle dita che lottano per perdere.
Vides ut alta stet nive candidum
Soracte nec iam sustineant onus
silvae laborantes geluque
flumina constiterint acuto?
Dissolve frigus ligna super foco
large reponens atque benignius
deprome quadrimum Sabina,
o Thaliarche, merum diota.
Permitte divis cetera, qui simul
stravere ventos aequore fervido
deproeliantis, nec cupressi
nec veteres agitantur orni.
Quid sit futurum cras, fuge quaerere, et
quem fors dierum cumque dabit, lucro
adpone nec dulcis amores
sperne, puer, neque tu choreas,
donec virenti canities abest
morosa. Nunc et Campus et areae
lenesque sub noctem susurri
composita repetantur hora,
nunc et latentis proditor intumo
gratus puellae risus ab angulo
pignusque dereptum lacertis
aut digito male pertinaci.
Aleksándr Sergéevič Púškin (1799-1837)
Evgénij Onégin, capitolo sesto, strofe XXIX-XXXII, e XXXVI-XXXIX.
Il duello tra Onegin e Lenskij.
La strofa puškiniana ha tre quartine: la prima a rime alterne (abab), la seconda a rime baciate (ccdd) e la terza a rime incrociate (effe), suggellate da un distico finale a rima baciata (gg) che spesso è un epigramma, una battuta, un precetto o una sentenza morale. In ogni strofa ci sono pertanto sette rime diverse. A complicare le cose, nell’originale russo le rime sono alternativamente femminili (piane) e maschili (tronche). Indicando con il segno ^ la rima maschile, lo schema completo è pertanto il seguente: ab^ab^; ccd^d^; ef^f^e; g^g^; ed è simile a quello del sonetto elisabettiano. Il verso adottato è il tetrametro giambico (la nomenclatura classica è convenzionale perché la metrica russa è tonica e non quantitativa). Il verso corrisponde a una delle forme del nostro novenario, secondo lo schema: _ _´ _ _´ _ _´ _ _´ _.
Giovanni Giudici utilizza il novenario (talora anche il settenario, l’ottonario e il decasillabo), conserva la struttura della strofa ma rinuncia all’alternanza di rime piane e tronche (brutte in italiano), e spesso sostituisce la rima perfetta con l’assonanza:
Ecco le pistole lucenti.
Si sente già picchiettare
La bacchetta, i piombi che entrano
In canna e il cane scattare.
Grigiastro rivolo, scende
Nel fondello la polvere, mentre
L’acciarino avvitato stretto
Rialzano. Lì dietro un ceppo
Si apposta Guillot spaventato.
Gettano via il mantello i due
Duellanti. Esatti trentadue
Passi Zarietskij ha misurato;
Sulle orme estreme manda ora
Gli amici, armati di pistola.
«Adesso avanti.» Freddamente,
Senza mirare, i due avversari
Di quattro passi, tranquillamente
Decisi avanzano, regolari:
Quattro gradini alla morte. Allora
Eugenio la sua pistola,
Senza smetter di camminare,
Comincia per primo ad alzare.
Cinque altri passi hanno avanzato.
L’occhio sinistro socchiudendo
Mira anche Lienskij – e in quel momento
Onieghin spara… Ecco del fato
L’ora è scoccata: non trattiene
L’arma il poeta, muto preme
Appena con la mano il petto
E cade: non di sofferenza,
Ma di morte il suo sguardo è specchio.
Lenta così su una pendenza
Di monte, al sole scintillando,
Una slavina va franando.
Preso da un subitaneo gelo,
Verso il giovane accorre Eugenio,
Lo fissa, lo chiama… Ma invano:
Non è già più. L’adolescente
Poeta è morto immaturamente!
Splendido fiore all’uragano
Appassito nel tempo aurorale!
Fuoco spento sopra l’altare!…
Giaceva; e in fronte una strana
Pace gli errava languida;
Dalla piaga che trapassava
Il suo petto scorreva il sangue.
In quel cuore fino a un momento
Prima c’erano il talento,
L’odio, l’amore, la speranza,
La vita e il sangue in una danza, –
Tutto è buio e silenzio adesso
Come una casa abbandonata;
Esso è muto per sempre. È sbarrata
La finestra, imbiancata col gesso.
La padrona non c’è. È fuggita
Chissà dove. Anche l’orma è sparita.
[…]
Forse per il bene del mondo
O per la gloria egli era nato;
Nei secoli un suono profondo
La sua cetra avrebbe portato,
E adesso tace. O lo aspettava
Un alto grado nella scala
Sociale, forse. O via per sempre
Forse la sua ombra dolente
Con sé ha portato un suo sublime
Segreto ed è per noi perita
Una voce che dava vita;
E della tomba oltre il confine
Non verrà a lui l’inno dei tempi
Benedizione delle genti.
O al poeta sarebbe toccata
Forse anche una sorte incolore.
Si sarebbe spento, passata
La giovinezza, il suo fervore.
Cambiato in molto, pianterebbe
Le Muse e si ammoglierebbe,
Cornuto e contento in campagna
Nella sua trapunta vestaglia;
Imparando a vivere, essendo
A quarant’anni già gottoso,
Ben pasciuto, annoiato, adiposo
E nel suo letto poi infrollendo,
Per morire tra familiari,
Comari in lacrime e speziali.
Ettore Lo Gatto al contrario usa l’endecasillabo, e ogni strofa invece delle 118 sillabe del russo ne ha 154. Anche lui conserva la struttura della strofa e il complesso gioco delle rime, rinunciando solo all’alternanza tra piane e tronche:
Brillano le pistole sollevate
contro il sole; il martel sulla bacchetta
risuona e nelle canne sfaccettate
entra la palla, mentre scatta in fretta
la prima volta il cane. Nel focone
siccome un ruscelletto la porzione
di polvere già scorre. La dentata
selce debitamente manovrata,
scatta di nuovo. Intanto s’è nascosto
dietro un tronco Guillot. I due rivali
si tolgono i mantelli; a passi eguali
fissa Zareski per ciascuno il posto,
giusto a trentadue passi di distanza,
e porge loro l’armi, com’è usanza.
Poi dice: «Adesso a voi!». E freddamente,
senza mirare ancora, i due rivali
con decisione, misuratamente,
han fatto i quattro passi ormai fatali
verso la tomba. Eugenio piano piano
adesso per mirare, ecco, la mano
comincia per il primo a sollevare,
continuando sempre a camminare.
Ecco hanno fatto cinque passi ancora;
anche Lenski già mira a sé davanti,
chiuso l’occhio sinistro… e in questo istante
Eugenio spara. È ormai sonata l’ora:
ed il poeta senza dir parola,
lascia cadere a terra la pistola.
Lentamente la mano porta al cuore
e cade. Nello sguardo che s’oscura
è già la morte, ma non v’è dolore.
Così lenta dal monte alla pianura,
va, sotto il gaio sole scintillando
la valanga di neve rotolando.
Da un improvviso brivido percorso,
verso il caduto amico Eugenio è accorso
e lo guarda, e lo chiama… invano, invano:
ché non è più. Del giovane poeta
giunta è la fine prima della mèta.
Il fiorellino sotto l’uragano
ha piegato la testa. Sull’altare
ha cessato la fiamma di brillare.
Egli immoto giaceva, e nel suo aspetto
c’era una pace strana conturbante:
dalla fresca ferita del suo petto
scorrea fumando il sangue. Ed un istante
prima soltanto in questo stesso cuore
ancora palpitavano l’amore,
la speranza, lo sdegno, l’ardimento,
e della poesia l’inebriamento;
vi giocava la vita e ribolliva;
or come in una casa abbandonata
tutto v’è oscuro e muto, ben serrata
la porta e le finestre colla viva
calce imbiancate; la padrona è assente.
Dovè andata? Nessuno ne sa niente!
[…]
La sorte del poeta v’addolora,
amici miei; tutto speranze, senza
averle per il mondo attuate ancora,
uscito appena dall’adolescenza,
è appassito! Ov’è più la commozione
ardente e quell’eletta aspirazione
dei freschi sentimenti e dei pensieri
teneri, audaci, nobili e sinceri?
e le brame d’amore ribollenti,
la sete di sapere e sacrifizio,
il fiero aborrimento d’ogni vizio?
E voi segreti suoi vaneggiamenti,
d’un mondo ultraterreno fantasia,
sogni della divina poesia?
Forse egli aveva dal destino avuta
la missione del bene e della gloria,
e la sua lira ormai per sempre muta,
avrebbe nella postuma memoria
trovato eco sonoro e duratura.
Forse d’un alto grado la ventura
gli era serbata già nel mondo odierno.
E forse, ombra di martire, in eterno
ha portato con sé, nella sua sorte,
qualche sacro segreto e coi suoi canti
noi perdemmo armonie vivificanti;
e non gli giungeranno, oltre la morte,
l’inno dei tempi e le benedizioni
delle future generazioni.
Ma forse avrebbe avuto solamente
un destino comune il mio poeta;
le giovanili fiamme ormai già spente
nella stagnante vita oziosa e quieta,
preso commiato dalla poesia,
percorso avrebbe la solita via
– sposo felice prima e poi cornuto –
e ciò che sia la vita conosciuto;
sempre in veste da camera ovattata
pingue, gottoso sotto i quarant’anni,
dalla noia inasprito e dai malanni,
nel proprio letto avrebbe egli aspettata
la morte fra donnacole piangenti,
l’amata prole, i medici e i parenti.
Pia Pera invece rinuncia alle rime e sceglie il verso libero, pur conservando i quattordici versi della strofa:
Ecco già luccicano le pistole,
il martello batte contro la bacchetta.
Le palle entrano nella canna esagonale,
e il cane schiocca una prima volta.
Adesso la polvere, in una scia grigiastra,
si spande nello scodellino. La selce
dentellata, fissata da una solida vite,
si solleva di nuovo. Preoccupato, Guillot
si allontana dietro a un ceppo.
I due nemici gettano a terra i mantelli.
Zarecki misura trentadue passi
con esattezza marcata,
dispone gli amici ai punti estremi,
e ciascuno impugna la sua pistola.
«Adesso avvicinatevi».
A sangue freddo, senza ancora mirare,
con andatura ferma, lenta e precisa
i due nemici misurano quattro passi,
quattro gradini mortali.
Allora, senza smettere di avanzare,
Evgenij comincia per primo
a sollevare la sua pistola.
Misurano altri cinque passi,
e Lenskij, socchiudendo l’occhio sinistro,
prende anche lui la mira – ma proprio lì
Onegin fa fuoco… È suonata
l’ora fatale: il poeta
molla in silenzio la pistola,
si porta piano una mano sul petto
e cade. Il suo sguardo appannato
esprime morte, non strazio.
Così indugiando sull’erta dei monti,
sfavillando luminosa al sole,
smotta una zolla di neve.
Intriso da un freddo istantaneo,
Onegin corre verso il giovinetto,
lo guarda, lo chiama… invano:
lui non c’è più. Al giovane cantore
è toccata una fine prematura!
Ha soffiato la tempesta, il bel bocciolo
è appassito sul fare dell’alba,
sull’altare si è spenta la fiamma!..
Giaceva immobile, ed era strana
la languida calma del suo ciglio.
Aveva il petto trapassato da parte a parte;
il sangue sgorgava fumante dalla ferita.
Non più di un attimo prima
in quel cuore palpitavano l’ispirazione,
l’inimicizia, l’amore e la speranza,
giocava la vita, pulsava il sangue:
adesso, come in una casa abbandonata,
è tutto buio e tranquillo;
quel cuore è ammutolito per sempre.
Gli scuri sono serrati, le finestre
sono bianche di gesso. La padrona è via.
Lo sa Dio dov’è. Se n’è persa ogni traccia.
[…]
Amici miei, vi rincrescerà per il poeta:
nel fiore delle più gioiose speranze,
prima ancora di compierle al mondo,
di poco uscito dai panni di fanciullo,
egli è appassito. Che fine hanno fatto
l’ardente fervore, le nobili aspirazioni
dei sentimenti e dei pensieri giovanili,
elevati, teneri e audaci?
Dove sono i desideri tempestosi dell’amore,
e la sete di apprendere e di agire,
e la paura del vizio e della vergogna,
e dove siete voi, predilette visioni,
voi, chimere di vita non terrestre,
voi, sogni di santa poesia!
Forse era nato per il bene del mondo
o almeno per la sua gloria;
la sua lira ammutolita
avrebbe potuto risuonare
ininterrotta nei secoli. Forse,
sulla scalinata del mondo,
un alto gradino attendeva il poeta.
Forse la sua ombra di martire
ha portato via con sé
un santo mistero, e noi
abbiamo perduto una voce vivificatrice,
che l’inno dei tempi e la benedizione
dei popoli non raggiungeranno più
oltre il recinto della tomba.
Ma anche questo è possibile:
che una sorte comune attendesse il poeta.
Sarebbero passati gli anni della gioventù:
il fuoco dell’anima si sarebbe spento.
Sarebbe mutato in molte cose,
avrebbe tradito le muse per una moglie,
e in campagna, felice e cornuto,
avrebbe indossato la vestaglia imbottita;
avrebbe conosciuto la vita così com’è,
a quarant’anni avrebbe avuto la gotta,
a furia di bere, mangiare e di annoiarsi
sarebbe ingrassato, decaduto e infine
sarebbe morto nel suo letto fra bambini,
donne piagnucolose e cerusici.
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XXIX
Вот пистолеты уж блеснули,
Гремит о шомпол молоток.
В граненый ствол уходят пули,
И щелкнул в первый раз курок.
Вот порох струйкой сероватой
На полку сыплется. Зубчатый,
Надежно ввинченный кремень
Взведен еще. За ближний пень
Становится Гильо смущенный.
Плащи бросают два врага.
Зарецкий тридцать два шага
Отмерил с точностью отменной,
Друзей развел по крайний след,
И каждый взял свой пистолет.
XXX
«Теперь сходитесь».
Хладнокровно,
Еще не целя, два врага
Походкой твердой, тихо, ровно
Четыре перешли шага,
Четыре смертные ступени.
Свой пистолет тогда Евгений,
Не преставая наступать,
Стал первый тихо подымать.
Вот пять шагов еще ступили,
И Ленский, жмуря левый глаз,
Стал также целить — но как раз
Онегин выстрелил… Пробили
Часы урочные: поэт
Роняет молча пистолет,
XXXI
На грудь кладет тихонько руку
И падает. Туманный взор
Изображает смерть, не муку.
Так медленно по скату гор,
На солнце искрами блистая,
Спадает глыба снеговая.
Мгновенным холодом облит,
Онегин к юноше спешит,
Глядит, зовет его … напрасно:
Его уж нет. Младой певец
Нашел безвременный конец!
Дохнула буря, цвет прекрасный
Увял на утренней заре,
Потух огонь на алтаре!..
XXXII
Недвижим он лежал, и странен
Был томный мир его чела.
Под грудь он был навылет ранен;
Дымясь из раны кровь текла.
Тому назад одно мгновенье
В сем сердце билось вдохновенье,
Вражда, надежда и любовь,
Играла жизнь, кипела кровь, —
Теперь, как в доме опустелом,
Все в нем и тихо и темно;
Замолкло навсегда оно.
Закрыты ставни, окны мелом
Забелены. Хозяйки нет.
А где, бог весть. Пропал и след.
[…]
XXXVII
Быть может, он для блага мира
Иль хоть для славы был рожден;
Его умолкнувшая лира
Гремучий, непрерывный звон
В веках поднять могла. Поэта,
Быть может, на ступенях света
Ждала высокая ступень.
Его страдальческая тень,
Быть может, унесла с собою
Святую тайну, и для нас
Погиб животворящий глас,
И за могильною чертою
К ней не домчится гимн времен,
Благословение племен.
XXXVIII. XXXIX
А может быть и то: поэта
Обыкновенный ждал удел.
Прошли бы юношества лета:
В нем пыл души бы охладел.
Во многом он бы изменился,
Расстался б с музами, женился,
В деревне, счастлив и рогат,
Носил бы стеганый халат;
Узнал бы жизнь на самом деле,
Подагру б в сорок лет имел,
Пил, ел, скучал, толстел, хирел,
И наконец в своей постеле
Скончался б посреди детей,
Плаксивых баб и лекарей.
Angelo Maria Ripellino (Palermo 1923 – Roma 1978).
Vivere è stare svegli
e concedersi agli altri,
dare di sé sempre il meglio,
e non essere scaltri.
Vivere è amare la vita
con i suoi funerali e i suoi balli,
trovare favole e miti
nelle vicende più squallide.
Vivere è attendere il sole
nei giorni di nera tempesta,
schivare le gonfie parole,
vestite con frange di festa.
Vivere è scegliere le umili
melodie senza strepiti e spari,
scendere verso l’autunno
e non stancarsi d’amare.
Vil’gél’m Kárlovič Kjuchel’béker (1797–1846). Traduzione di Anastasia Pasquinelli.
Amara sempre nel mondo è dei poeti la sorte,
Ma più opprimente che mai la Russia punisce;
Anche Ryleev per la gloria nacque,
Ma della libertà quel giovane era invaghito…
Strinse il cappio quell’intrepida cervice.
Non lui solo; poi altri,
Da un magnifico sogno lusingati,
Furon falciati dalla fatale annata…[1]
Dio diede fuoco al lor cuore, luce alla mente.
Sì! Sensi han fervidi e ardenti:
E allora? Incarcerati vengono al buio,
O distrutti dal gelo d’un disperato esilio…
Oppur la malattia in tenebrosa notte
Degl’ispirati veggenti gli occhi sigilla[2];
O di spregevoli zerbinotti la mano
Alla lor sacra fronte una palla invia[3];
Oppure una sommossa l’ottusa plebe scuote,
E allor la plebe sbrana
Colui che con splendido volo di tonanti saette
Avrebbe inondato di luce la patria[4].
(28 ottobre 1845)
[1] Insieme a Kondrátij Fëdorovič Ryléev, il 13 luglio 1826 furono messi a morte i decabristi Pável Ivánovič Péstel’, Pëtr Grigór’evič Kachóvskij, Sergéj Ivánovič Murav’ëv-Apóstol, e Michaíl Pávlovič Bestúžev-Rjúmin. Condannati originariamente allo squartamento, la pena venne poi commutata “in segno di misericordia reale” all’impiccagione. Ryléev e Murav’ëv-Apóstol dovevano ancora compiere trentuno anni; Péstel ne aveva trentatré; Kachóvskij ventinove; Bestúžev-Rjúmin venticinque. Durante l’esecuzione, le corde di Ryléev, Kachóvskij e Murav’ëv-Apóstol si spezzarono, e i condannati caddero dal patibolo. Per antica tradizione questo avrebbe dovuto salvar loro la vita, invece fecero portare altre corde e li impiccarono di nuovo. Salendo per la seconda volta sul patibolo, Sergéj Ivánovič Murav’ëv-Apóstol avrebbe detto: «Infelice Russia! Non sono capaci nemmeno di impiccare come si deve…» Il luogo di sepoltura dei cinque capi decabristi resta tuttora sconosciuto.
[2] Il 14 dicembre, nella piazza del Senato, Vil’gél’m Kárlovič Kjuchel’béker tentò di sparare al granduca Michaíl Pávlovič e al generale Vóinov, ma entrambe le volte la sua pistola, caduta in precedenza nella neve, fece cilecca. Dopo una lunga fuga, fu catturato il 19 gennaio 1826 alla periferia di Varsavia. Fu portato a San Pietroburgo in catene e rinchiuso il 26 gennaio nel rivellino Alekseevskij della fortezza di Pietro e Paolo. Aveva ventinove anni. Condannato a venti anni di lavori forzati, fu trasferito in seguito a diverse fortezze e infine deportato in Siberia. Nel 1845 divenne cieco. Morì a Tobol’sk, l’11 agosto 1846.
[3] Il verso allude a Púškin, morto il 29 gennaio (10 febbraio) 1837 in seguito alle ferite riportate nel duello con Georges d’Anthès, e forse a Lérmontov, ucciso in duello da Nikolaj Martynov il 15 (27) luglio 1841.
[4] La strofa si riferisce alla morte di Aleksándr Sergéevič Griboédov, drammaturgo, poeta, compositore e diplomatico, autore commedia che segnerà un’epoca: Che disgrazia l’ingegno! (Gore ot uma, tradotto anche L’ingegno, che guaio!), scritta nel 1822 e completata tra il 1823 e il 1825. Griboédov aveva trentaquattro anni quando, il 30 gennaio 1829, morì a Teheran, combattendo eroicamente contro la folla inferocita che aveva preso d’assalto la sede della missione diplomatica russa, massacrando quanti vi si trovavano. Il corpo del grande drammaturgo fu trascinato per tre giorni lungo le strade della città, e fu possibile identificarlo solo grazie a una vecchia ferita alla mano sinistra.
Saffo (seconda metà del VII secolo a. C.)
Traduzione di Filippo Maria Pontani:
Gli astri intorno alla luna
bella
celano il chiaro viso
quando, colma di lume, più dilaga
sopra la terra.
Traduzione di Salvatore Quasimodo:
Gli astri d’intorno alla leggiadra luna
nascondono l’immagine lucente,
quando piena più risplende, bianca
sopra la terra.
Ἄστερες μὲν ἀμφὶ κάλαν σελάνναν
ἂψ ἀπυκρύπτοισι φάεννον εἶδος,
ὄπποτα πλήθοισα μάλιστα λάμπῃ
γᾶν [ἐπὶ πᾶσαν]
… ἀργυρία …