Desideri su Yeerida

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2005

Il romanzo si può leggere gratuitamente sul sito di Yeerida: http://bit.ly/26eHoOS

Desideri Yaandee

Ci accoglie così “Desideri” di Roberto Michilli, un collage di quattro storie che racconta gli sforzi, le sofferenze e la determinazione nella lotta per raggiungere l’oggetto del desiderio dei suoi protagonisti, con l’impeccabile stile di Fernandel Editore: http://bit.ly/26eHoOS.

Fino a che punto può spingersi l’essere umano mosso da questo stato di affezione dell’Io?


Rosa Polacco su Desideri, «Il Foglio», 19 novembre 2005:

Un romanzo polifonico, questo “Desideri”: quattro storie, distanti tra loro, s’intrecciano in una solida architettura: storie di buona borghesia di provincia, dove tutti sono ricchi, belli e infelici. Il filo conduttore, il pretesto e insieme la tesi, è il desiderio, vero protagonista che sposta la trama apparentemente leggera sul confine del giallo psicologico. Il desiderio è definito nel suo senso etimologico e desueto: è ciò che manca ed è perduto, assente e struggente. Angelo desidera Valeria, plagiata e rapita da uno psicoterapeuta da salotto televisivo; Elio cerca la casa dei suoi sogni, una villa di campagna abitata dagli spettri del pettegolezzo; Claudia ha semplicemente bisogno di un amante e Debora, o il suo fondo schiena, è l’oggetto irrinunciabile della bramosia boccaccesca di un uomo. Piccola città, bastardo posto, di pellicce e fuoristrada, di persone per bene che hanno risolto i momenti cruciali della vita: lavoro, matrimonio, figli. Ora, liberi dai banali nodi dell’esistenza, possono concedersi il lusso di un desiderio, di qualche futile necessità che è in sostanza simbolo di una noia e nemesi di scelte sbagliate. Conoscere il proprio desiderio significa riconoscerne la qualità e il limite, spiega Michilli, ma il desiderio esaudito è sempre punizione e vergogna, e in tre storie su quattro addirittura morte. D’altra parte, su queste pagine che si fanno via via più inquietanti, aleggiano sempre la presenza dell’irrazionale, della superstizione contadina e della magia, affatto gotica ma piuttosto retaggio di un piccolo mondo antico. Ogni racconto, interrotto e intersecato agli altri, ha un suo stile e un suo linguaggio: come spiega l’autore nella deliziosa nota finale, lo schema secondo cui le storie si intrecciano è quello del madrigale e il legame più seducente è quello musicale per cui le quattro parti “hanno ciascuna un diverso tempo interno, dato dal numero delle pagine ma anche dalla diversa velocità del racconto e si succedono in modo da richiamare i movimenti di una sinfonia classica”. Così la storia dei due sfortunati amanti ricorda un Allegro Vivace, la ricerca della casa in campagna un Adagio, il desiderio sessuale un Allegro ma non troppo. Alla fine torna in mente l’aforisma da maglietta di Oscar Wilde: a questo mondo vi sono solo due tragedie: una è non ottenere ciò che si vuole, l’altra è ottenerlo.


 

 

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Domande su Desideri – 2005

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Di Roberto Michilli, abruzzese di Campli – un’appartenenza esibita orgogliosamente -, intellettuale schivo e riservato, si conoscevano già le raccolte  di liriche e di racconti, che pur gli hanno procurato premi e  riconoscimenti;  è stato tuttavia il successo della sua ultima opera, “Desideri”, il coinvolgente romanzo, definito “giallo psicologico”,  pubblicato  dall’editore  Fernandel,   a risvegliare il vivace interesse del pubblico e della critica,  e a costringere  lo scrittore  ad uscire dal suo guscio di  discrezione.

 

Roberto Michilli, anni fa lei si è affacciato al mondo letterario con alcuni libri di versi. È corretto chiederle se  per lei “in principio fu la poesia” ?

In principio, a dire il vero, fu il diario. Ho cominciato scrivendo delle note che riguardavano le mie letture, i film che avevo visto, i concerti e le rappresentazioni teatrali alle quali avevo assistito, qui a Teramo e soprattutto a Roma e  a L’Aquila, città nelle quali ho vissuto per lavoro tra la fine degli anni settanta e la seconda metà degli ottanta. A queste annotazioni si sono in seguito aggiunti ricordi, qualche verso e anche idee e abbozzi per possibili storie. Per molto tempo tutto è restato a questo livello, finché nel 1989 un incidente  ha cambiato la mia vita. Sono stato costretto a rinunciare a molte cose che amavo, come l’alpinismo, lo sci e l’equitazione, e a condurre una vita più tranquilla. E’ stato allora che sono ritornato a quel mio journal e ho cominciato a sviluppare alcune delle idee lì annotate. Il mio primo racconto è infatti di quell’anno e anche le prime poesie risalgono a quella data. Le due cose sono andate poi avanti di pari passo, anche se la narrativa ha sempre avuto una parte preponderante.

 

Erano, peraltro, versi molto belli e molto lodati. Pontiggia le scrisse:  “…c’è una verità, in quello che scrivi, e un senso malinconico e nitido della bellezza che rimangono nella memoria”. Ecco, vorrei anch’io porre l’accento sulla malinconia che intesseva ogni suo verso, e  che il professor Ezio Sciarra definiva “una concezione dolente e alienante”. Erano sentimenti, emozioni, rimpianti che appartenevano a un periodo ben definito e circoscritto della sua vita ?

Malinconia e disincanto costituiscono la base del mio atteggiamento nei confronti dell’esistenza, non direi perciò che sono legati a momenti particolari.

 

Dopo le poesie – o contemporaneamente a queste – è arrivata la stagione dei racconti: che cosa la sollecitava a una  forma di espressione così diversa, a passare dalla  verticalità della lirica al respiro ampio e disteso del racconto ?

Come le dicevo, per quanto mi riguarda le due cose sono sempre andate avanti in parallelo. Con la differenza sostanziale che nella narrativa seguivo una sorta di progetto, e pertanto mi ci dedicavo con maggiore impegno e continuità. Guardando le cose in retrospettiva, credo di poter dire che la poesia mi è servita per “vuotare la sentina” da un eccesso di lirismo che avrebbe potuto inquinare altre scritture. Il lirismo in poesia mi piace. Forse non è più di moda, ma a me piace lo stesso. Nella narrativa, invece, mi sforzo di scrivere in modo sobrio e chiaro.

 

Lo stacco fra quello che ha scritto per tanti anni e  questo suo recente romanzo “Desideri”,  appare netto, abissale: ha sortito l’ effetto di una piccola deflagrazione, spiazzando tutti coloro che avevano letto i suoi libri precedenti. Si è trattato di una cesura meditata, voluta,  oppure, per dirla con Pirandello, ad un certo punto i personaggi hanno cominciato a vivere di vita propria, al di là delle sue stesse  intenzioni?

Questo sarebbe auspicabile sempre, perché così i personaggi risulteranno vivi e vitali e non fatti solo di parole. Nel mio caso, però, credo che lo stacco di cui lei parla dipenda soprattutto dalla circostanza che finora ho potuto pubblicare solo una minima parte di quanto ho scritto. Tra i racconti pubblicati da un lato e Desideri dall’altro esiste tutta una serie di testi ancora inediti,  che nel loro insieme potrebbero forse delineare una evoluzione dei temi e dello stile e rendere meno evidente la cesura.

 

Nel romanzo s’intrecciano quattro storie: i protagonisti sono persone senza problemi economici, del tipo “hanno tutto per essere felici”;  invece non lo sono, desiderano altro,  qualcosa o qualcuno, e, pur di ottenerlo, si  lasciano trascinare in comportamenti azzardati, rischiosi,  fuori dalla norma, dalle regole. Per quasi tutti, l’appagamento  ha esiti imprevisti e, in tre storie, addirittura tragici, come nei più classici “noir”.  Tali soluzioni risultano tanto più sorprendenti, quanto più il tono del narrare  è invece  leggero, comprensivo, venato di sottile ironia. La sua pare una visione priva  di moralismi, di pronunciate condanne; eppure risulta percorsa da  profonda disillusione e da lucida amarezza. È d’accordo ?

Ho scelto di prendere a protagonisti persone normali, che non hanno alcun carattere di eccezionalità. Ho cercato di coglierle in un momento critico della loro esistenza, rifuggendo però da tragedie di ogni tipo e altri facili effetti del genere. I personaggi  arrivano a questo momento di svolta partendo da posizioni di assoluta tranquillità materiale e psicologica; sono cioè presi al meglio delle loro possibilità. Un uomo è messo davvero di fronte al proprio essere solo se ha risolto i problemi materiali dell’esistenza, se è libero dalla fame e dalla sete, se può vestirsi decentemente e ha un tetto sopra la testa. Solo da questa posizione diventa individuo e può confrontarsi dignitosamente con se stesso e con il mondo. A questo punto però non ha più scuse né alibi. Se  vede attorno a sé il vuoto, è perché questo vuoto lo ha anche dentro. E il desiderio, la qualità del desiderio, qui diventa rivelatore, si fa specchio e confine. Noi che viviamo nelle opulente società occidentali siamo dei privilegiati, dovremmo diventare perciò più generosi e più giusti, e desiderare magari qualcosa che non riguardi sempre e soltanto noi stessi o la ristretta cerchia delle persone care. Ma questo sguardo affettuoso e partecipe sugli altri e sul mondo mi sembra ancora ben lontano dall’appartenerci.

 

In una sua nota finale, lei spiega che lo schema secondo cui le storie s’intrecciano è quello del madrigale: allettante chiave di lettura, che ha suggerito al giovane musicista Enrico Melozzi la composizione di una suite ispirata al romanzo. Come nasce concretamente la collaborazione fra uno scrittore e un musicista?

Premetto che trovo molto stimolante collaborare con artisti impegnati in  ambiti di ricerca diversi dal mio. Ho così realizzato un calendario insieme a un fotografo, ho lavorato con una scuola di teatro per bambini scrivendo i testi e adattandoli poi man mano che la messa in scena andava avanti, e, appunto, ho avuto un lungo sodalizio col maestro Melozzi. In questo caso entravano in gioco anche il mio profondo interesse per la musica, nonché  l’affetto e la stima che mi legavano al giovane Melozzi. E’ stato lui, nel 1998, a propormi di scrivere una favola  che avesse come obiettivo quello di avvicinare i bambini delle elementari alla musica colta. E’ nato così Il grande abete rosso, che ha richiesto un lavoro lungo e non facile di integrazione tra testo e musica e poi di messa a punto con la voce recitante e l’orchestra. Ci proponevamo infatti di dar vita non a un semplice racconto con accompagnamento musicale, quanto piuttosto a un lavoro organico in cui parole e note si compenetrassero per raggiungere un comune fine espressivo. A giudicare dall’interesse con cui centinaia di bambini hanno seguito negli anni la favola, forse ci siamo riusciti. Anche le esecuzioni in forma di concerto tenute nei teatri e nelle piazze sono state bene accolte. Nel 2003 il M° Melozzi ha poi scritto 3+3, una suite per pianoforte preparato e orchestra d’archi basata su una serie di miei frammenti poetici, e infine nel 2005 ha composto Ride-Side, una suite ispirata al mio romanzo (Ride-Side è l’anagramma di Desideri), che è costata molto lavoro anche a me, visto che ho dovuto scrivere ex-novo quasi tutti i testi utilizzati nel corso dell’esecuzione.

 

Due curiosità. La prima:  in una delle storie, situazioni e linguaggio sono, come dire?, piuttosto espliciti, sfiorano l’ hard. Non ha avuto alcun tipo d’imbarazzo? 

Non durante la stesura. In quella fase mi preoccupo solo della coerenza interna della storia, e nel caso di Deborah mi sembrava che certe situazioni andassero raccontate in modo esplicito, dato il carattere grottesco e i toni caricati della vicenda. Non potevo limitarmi a scrivere che il protagonista, pur di ottenere quello che voleva, era disposto a tutto. Non è così che funziona la narrativa. Le cose bisogna farle vedere, e lasciare poi che i giudizi morali sia il lettore a trarli, se vuole. A libro finito ho comunque sottoposto il manoscritto ad alcune persone di fiducia, che non hanno manifestato perplessità sul modo in cui quelle scene erano rese, reagendo in molti casi con quella risata che io mi auspicavo di suscitare. Anche il mio editore mi ha rassicurato. Mi ero dichiarato disponibile a emendare quelle parti qualora le avesse ritenute troppo “forti”, ma mi ha risposto che la storia stava bene così com’era. Mi risulta che anche i lettori del libro hanno colto il carattere funzionale di certe scene e l’assenza d’ogni compiacimento nella narrazione. In fondo Deborah è un “racconto morale”. Come e più delle altre storie che compongono il libro, parla di un mondo in cui esistono solo i desideri mentre tutti i valori si sono dissolti, un mondo nel quale il principio etico fondamentale recita: “È Bene ciò che è buono per me”, e quindi tutto è permesso.

 

La seconda: lei ha ambientato le sue inquietanti storie in una città di provincia di medie dimensioni, innominata ma riconoscibilissima, Teramo, così come sono riconoscibili la costa, i paesaggi abruzzesi. Avrebbe potuto scegliere un territorio neutro; invece  ha optato per una dimensione che le è vicina. È stata soltanto questa familiarità a ispirare la sua scelta? 

E’ Teramo e nello stesso tempo non lo è; così come il paese in cui si svolge in parte la vicenda di Elio è la mia Campli ma è anche qualcosa di diverso. Quasi tutte le mie storie hanno come sfondo i luoghi a me più cari della mia terra d’origine, questo angolo d’Abruzzo al quale sono visceralmente legato. Non solo Teramo e Campli, quindi, ma anche le cittadine della costa, con una particolare predilezione per Giulianova, e tante zone dell’adorato Gran Sasso, con i Prati di Tivo in testa. Ma tutte queste località ho cercato di trasfigurarle in modo da farne un territorio mitico, che richiami quello reale ma nello stesso tempo ne costituisca una sublimazione. Un po’ come hanno fatto, si parva licet, William Faulkner con la contea di Yoknapatawpha e Thomas Hardy con il Wessex.

Carla Bariffi su Desideri

Pubblicato il 19 gennaio 2012 su La soldanella, il blog di Carla Bariffi:

Dunque, mi appresto a scrivere le mie prime impressioni su questo libro che non ho ancora terminato, perché ogni volta che incontro un libro interessante mi succede questo fatto, mi rifiuto di finirlo presto.
Sono giunta a questo autore sconosciuto per me tramite la recensione di Fabio Brotto.
Mi ha subito interessata la copertina, così sfiziosa ed elegante, i sandali di Cristina (che poi nel libro non compare).
La trama è tutt’altro che sfiziosa, oserei dire: azzardata nel suo intento: debellare il desiderio.
Sono quattro racconti.
Quattro quartetti perché *Michilli il maestro* intende dare una sequenza musicale ai capitoli, e lo fa con raffinatezza.
Costringe il lettore a ricordare e a costruire.
Sì, perché Michilli è un architetto, oltre a trascinarti nel suo narrare così fluido ed avvincente (mi ha lasciato col fiato sospeso più di una volta) deve avere un’anima *architettonica* speciale per saper descrivere così bene certi ambienti, soprattutto nel capitolo di *Elio*.

Devo ammettere che da molto tempo non incontravo un libro degno di travolgermi nella lettura in così breve tempo, devo ammettere che Roberto Michilli possiede il dono del coinvolgimento!
Il suo adagio nel capitolo di Elio è il mio preferito, in assoluto, per le descrizioni, anche poetiche dei paesaggi e degli stati d’animo, tra i quali la paura è la vera protagonista, col suo sapore metallico e freddo.
Intrecci, con una trama precisa, con un finale a sorpresa. Tutto meticolosamente architettato.
Una mente geniale quella di Roberto… sotto diversi punti di vista.
Riesce a entrare nella psicologia femminile, riesce a creare situazioni tragiche ma al contempo giocose, riesce a trasmettere il sentimento dell’odio e dell’amore con la stessa intensità.
Il capitolo di Deborah è quello forse più angoscioso, poiché rende la fuga l’unica possibilità di salvezza ma anche la consapevolezza che non esiste fuga dai propri desideri se questi non vengono prima realizzati.
A volte è una tortura, devo ammetterlo, aspettare di giungere al capitolo che più mi coinvolge.
Ogni capitolo potrebbe essere una storia a sé, inutile dirlo…
Ma il fascino del suo narrare è proprio in questo intreccio che alla fine si ricongiunge a lasciare il suo marchio indelebile nell’animo rapito dell’ignaro lettore.

La cosa più bella per me, leggendo questo libro e in particolare il capitolo di Elio, è il potermi raffigurare immagini e affreschi della proprietà, delle cantine, dei boschi… insomma… la struttura portante è data dall’ immagine che ne scaturisce, nitida e sovrana.

* * *

Elio

Era la casa dei suoi sogni, più bella, anzi, della casa che aveva sempre sognato. Con un lungo sguardo da innamorato, appena sceso dall’auto accarezzò la bella facciata bianca, le finestre col davanzale in pietra serena e le persiane verdi, i vecchi coppi macchiati di muschio del tetto, i nidi delle rondini lungo le grondaie. Non solo c’era un piccolo loggiato in cima all’ampia scalinata esterna, ma su un lato la casa sfoggiava addirittura una bella altana ottagonale, sormontata da una banderuola segnavento a forma di gallo. «È bellissima!», disse allargando le braccia. Era come se volesse abbracciare tutto quello che vedeva. Si voltò a guardare Zarbà. Sorridente, l’omino se ne stava con un piede appoggiato al parafango dell’auto e sembrava godersi il suo entusiasmo: «E non ha ancora visto niente» disse. «Venga a vedere il resto».
Mentre il geometra armeggiava con la serratura del portone, Elio continuava a guardarsi intorno. Notò sulla chiave di volta dell’architrave uno stemma gentilizio con sotto incisa una data: 1608. Entrarono. C’era una bussola a vetri subito dopo il portone. La attraversarono e si ritrovarono in un lungo atrio sul quale si aprivano diverse porte. In fondo, sulla destra, saliva verso l’alto una scalinata in legno scuro.
«Cominciamo di qua» disse Zarbà aprendo l’unica porta sulla destra.
Entrarono in un’ampia cucina rustica dal pavimento in cotto. Man mano che la sua guida apriva le finestre, a Elio si precisavano i dettagli dell’ambiente.

* * *

La cosa originale che ho notato nella struttura del libro è che si parte con una storia, poi ne subentra un’altra, poi ne subentra un’altra ancora, poi…
si torna alla prima, poi la seconda, poi la terza,
poi
una quarta, ancora la quarta,
prima, seconda, terza
prima seconda terza
quarta
quarta
prima seconda terza
prima seconda terza
quarta
quarta!

un vero e proprio madrigale!

Deborah (4)

* * *

Come il giorno prima, lei era distesa nuda sul letto, nella penombra. Mi fermai per qualche istante a rimirarla, poi mi tolsi i pantaloncini e la camicia e mi distesi accanto a lei. Deborah aveva gli occhi chiusi. Se voleva continuare in quel gioco, a me andava benissimo. Quella sua passività consenziente mi eccitava da morire. Mi dava le spalle. L’accarezzai a lungo con la punta delle dita. La sua pelle a tratti fremeva, ma lei continuava a starsene ferma e in silenzio. Tornai a toccarle lo scrigno dei tesori; cercai ancora l’ingresso alla grotta azzurra e lo valicai, non senza aver favorito l’attraversamento della soglia con succo di lingua spalmato con le dita. Il mio coso, laggiù, s’ergeva e pulsava. Unsi anche lui con la mirra autoprodotta e accostandomi alla bella addormentata lo accompagnai con la mano sull’uscio. Dovetti aggiustare più volte il tiro e ci volle calma e volontà ferma e notevole forza d’animo per resistere alle tentazioni, ma alfine la punta estrema di me, solo la punta, purtroppo, fu dove sognava da anni. Oh cielo! Ancora adesso non posso fare a meno di rabbrividire ripensandoci. La magia della prima volta! Il tempo dovrebbe fermarsi, dopo. Anzi: mentre. La mia gioia di carne ebbe appena un leggero sussulto quando si sentì così congiunta a me, ma ritrovò subito la sua dolce passività. Restai così per lunghi istanti, poi provai a spingermi oltre. Riuscii a percorrere solo pochi millimetri, però. L’attrito l’ebbe vinta sulla mia volontà e l’irrorai della mia gioia, inarcandomi all’indietro, teso come corda di violino.

* * *

Molto interessante è anche il *rovescio della medaglia* però non vorrei dilungarmi troppo….
L’episodio della vecchia invece, che è quello che più mi ha scosso, evito di trascriverlo. La sua lettura necessità di stomaco forte!

* * *

Elio (5)

Si svegliò di soprassalto. Sognava di cadere. Precipitava in un pozzo nero e senza fine, urlando dal terrore. Accese l’abat-jour, si mise seduto appoggiandosi alla spalliera del letto e guardò la sveglia posata sul comodino. Segnava le due e quaranta. Tossì. Aveva la gola secca. Scese dal letto, s’infilò la vestaglia e cominciò a scendere le scale. Era diretto in cucina, voleva attaccarsi alla bottiglia d’acqua minerale che era in frigo. Sentì il rumore quando ancora si trovava a metà della prima rampa. Un tonfo attutito. Sembrava provenire dal sottosuolo. Si fermò e restò in ascolto, ma il rumore non si ripeté. “Sarà caduto qualcosa dagli scaffali”, pensò. “O forse è un topo”, si disse poi. Gli venne in mente che non era ancora sceso nelle cantine. C’era stato solo una volta con l’architetto, ma s’erano limitati a un’occhiata superficiale. Si ripromise di scenderci l’indomani, e magari di procurarsi qualche esca avvelenata per i topi. In cucina prese la Ferrarelle dal frigorifero e mettendo in atto il proposito di poco prima bevve una lunga sorsata a garganella. Portandosi dietro la bottiglia, si lasciò poi cadere su una sedia e ne bevve ancora. Sentì di nuovo il rumore mentre era con la bottiglia attaccata alle labbra. L’acqua gli andò di traverso e tossì, con violenza e a lungo. Stavolta il rumore era stato più forte ed ecco: si ripeteva ancora, i tonfi adesso si succedevano ed erano via via più violenti. Poi, di colpo, tornò il silenzio. Elio avvertì un brivido corrergli lungo la schiena. Il fucile era appeso a un piolo di legno, dietro la porta della cucina, insieme alla cartucciera. Lo prese, lo caricò e accendendo le luci man mano che entrava nelle stanze, si diresse verso il piccolo disimpegno dove si apriva la porta delle cantine.

 

Gianni Paris su Desideri

«Abruzzo Oggi», 10 aprile 2005

Allegro vivace (Valeria e Angelo). Adagio (Elio). Allegro ma non troppo (Claudia). Allegro con brio (Deborah). No, non sto scrivendo una recensione sbagliata o fuorviante. Non ho assistito ad alcun concerto di musica classica. Sto scrivendo la mia solita recensione-diario e per la prima volta, da quando “L’odore dei libri” è apparso su questo quotidiano, parlo di un esordiente abruzzese, Roberto Michilli (nato a Campli, ma residente a Teramo), che ha pubblicato con un editore di qualità qual è la Fernandel di Giorgio Pozzi. Quel Roberto che deve aver lasciato un poster di Milan Kundera nella cameretta dei suoi ricordi. Michilli infatti deve aver letto attentamente «L’arte del romanzo» (di Kundera), con la scrittura che diventa spartito, vocali e consonanti che si trasformano in note musicali, il ticchettio sulla tastiera che diventa violino o pianoforte. Roberto Michilli ha scritto quattro storie che sommate fanno un romanzo corale. Inizialmente, la voce di Michilli, mi è parsa solo di piacevole lettura.

Nient’altro. Per il tipo di intreccio (l’autore fa cominciare il primo racconto e poi lo intervalla con il primo di un altro racconto, e ancora con il primo del terzo racconto, per poi farci conoscere – alla fine del secondo giro – la quarta storia) non credevo che potessi mai considerare il libro del cinquantacinquenne Michilli avvincente, denso e lineare. Invece, una volta tanto, mi sono dovuto ricredere. Certo, ho dovuto prestare maggiore attenzione per tenere il filo dello schema madrigale (ABC ABC DD), ripetuto per tre volte, adottato da Michilli, tuttavia la sua scrittura “polifonica” mi ha reso partecipe dei problemi di Elio Santi, che vuole a tutti i costi acquistare la casa dei suoi sogni. Una casa in campagna (forse piena di fantasmi e proprietari morti malamente). Mi ha fatto condividere l’ostinazione di Claudia, che insegue un uomo (Matteo) che non la vuole. Insieme a Roberto, amico di Angelo, ho letto la lettera con la quale quest’ultimo spiega i perché del suo gesto estremo (nei confronti della moglie Valeria e di se stesso). Mi sono pure eccitato sullo stesso divano di Zenith, che desidera Deborah, la sorella di sua moglie, e che va oltre il ribrezzo nel leccare le parti intime di una vecchiaccia con il titolo di maga pur di raggiungere lo scopo.

Un particolare: il sesso raccontato da Michilli è il migliore che abbia letto negli ultimi dodici mesi. E forse, quando descriverò fra dieci anni una scena di sesso, chiederò al suo cuore di uomo e scrittore le direttive per capire meglio l’anima e le emozioni… Tra le quattro storie, due mi hanno conquistato: sono quella di Zenith e di Elio Santi; scritte con un polso da autore navigato, che forse Michilli ha, se penso alle sue opere inedite. Ah, stavo scordando qual è il tema comune che unisce i quattro romanzi (brevi): i personaggi vogliono qualcosa con tutte le loro forze e sono disposti a tutto per averla. Be’, mi fermo qui. Vi lascio al testo musicale-letterario di Michilli, che oltre al poster di Milan Kundera, ha letto l’opera omnia di Italo Calvino…

 

Teo Lorini su Desideri

«Pulp» n. 55, maggio-giugno 2005

Il corpo di una donna, il possesso di una casa, un amore perduto e uno che non c’è mai stato. I quattro racconti che, dilatati e rimontati, compongono l’esordio in prosa di Roberto Michilli (56 anni, teramano) esplorano con fluviale abbondanza di dettagli varie sfumature della brama e dell’ossessione. Dopo una vita al fianco di un uomo che le è indifferente, Claudia scopre all’improvviso l’amore, il turbamento e l’amarezza del rifiuto. Angelo non sa rassegnarsi all’abisso scavato fra lui e la moglie da un incidente e da un incontro nefasto. Elio sfiderà le sue paure e le sue convinzioni per difendere il sogno che coltiva da una vita. Zenith, infine, pagherà il prezzo più caro per soddisfare la propria “passione furiosa” per Deborah.

Il desiderio, per Michilli, è una forza inarrestabile che travolge qualsiasi cosa e che confina con due territori altrettanto pericolosi: la follia e il sovrannaturale. È questa l’intuizione più felice del libro che funziona benissimo quando resta concentrato sugli aspetti patologici e magici dell’ossessione, ma a cui nuocciono alcuni difetti tecnici e strutturali su cui forse sarebbe stato opportuno lavorare. L’eccessiva abbondanza di dettagli superflui aggiunge meno in completezza di quanto tolga in efficacia. Certi snodi narrativi risultano meccanici e forzati (il finale, prevedibile e pasticciato, di Deborah, indebolisce il racconto più potente della raccolta), mentre la lingua volutamente dimessa e lineare, produce ottimi risultati quando descrive con tratti misurati e insinuanti l’inizio dell’inquietudine, ma quando deve raccontare il culmine della frenesia, risulta spesso inadeguata e talvolta involontariamente comica, (“avevo strusciato la punta infuocata del mio passerotto sulla retina bianca [dello slip] che lo proteggeva dagli spurghi della sua passerina adorata”). Ma il rimpianto per queste debolezze non inficia il giudizio su un testo capace di porre domande sottilmente inquietanti sulla vera natura dei nostri bisogni e delle nostre aspirazioni.

 

 

Rosa Polacco su Desideri

«Il Foglio», 19 novembre 2005

Un romanzo polifonico, questo “Desideri”: quattro storie, distanti tra loro, s’intrecciano in una solida architettura: storie di buona borghesia di provincia, dove tutti sono ricchi, belli e infelici. Il filo conduttore, il pretesto e insieme la tesi, è il desiderio, vero protagonista che sposta la trama apparentemente leggera sul confine del giallo psicologico. Il desiderio è definito nel suo senso etimologico e desueto: è ciò che manca ed è perduto, assente e struggente. Angelo desidera Valeria, plagiata e rapita da uno psicoterapeuta da salotto televisivo; Elio cerca la casa dei suoi sogni, una villa di campagna abitata dagli spettri del pettegolezzo; Claudia ha semplicemente bisogno di un amante e Debora, o il suo fondo schiena, è l’oggetto irrinunciabile della bramosia boccaccesca di un uomo. Piccola città, bastardo posto, di pellicce e fuoristrada, di persone per bene che hanno risolto i momenti cruciali della vita: lavoro, matrimonio, figli. Ora, liberi dai banali nodi dell’esistenza, possono concedersi il lusso di un desiderio, di qualche futile necessità che è in sostanza simbolo di una noia e nemesi di scelte sbagliate. Conoscere il proprio desiderio significa riconoscerne la qualità e il limite, spiega Michilli, ma il desiderio esaudito è sempre punizione e vergogna, e in tre storie su quattro addirittura morte. D’altra parte, su queste pagine che si fanno via via più inquietanti, aleggiano sempre la presenza dell’irrazionale, della superstizione contadina e della magia, affatto gotica ma piuttosto retaggio di un piccolo mondo antico. Ogni racconto, interrotto e intersecato agli altri, ha un suo stile e un suo linguaggio: come spiega l’autore nella deliziosa nota finale, lo schema secondo cui le storie si intrecciano è quello del madrigale e il legame più seducente è quello musicale per cui le quattro parti “hanno ciascuna un diverso tempo interno, dato dal numero delle pagine ma anche dalla diversa velocità del racconto e si succedono in modo da richiamare i movimenti di una sinfonia classica”. Così la storia dei due sfortunati amanti ricorda un Allegro Vivace, la ricerca della casa in campagna un Adagio, il desiderio sessuale un Allegro ma non troppo. Alla fine torna in mente l’aforisma da maglietta di Oscar Wilde: a questo mondo vi sono solo due tragedie: una è non ottenere ciò che si vuole, l’altra è ottenerlo.