Leandro Di Donato su Atlante con figure

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Atlante con figure, Galaad Edizioni, 2016, non è soltanto il nuovo libro di Roberto Michilli ma, per molti aspetti, è il suo libro più importante; quello che contiene i nuclei più significativi della sua scrittura e del suo percorso di scrittore. Qui ci sono le sue matrici e le sue sorgenti; qui c’è il racconto di un mondo, complesso, sfaccettato eppure chiaro come l’acqua del torrente che è uno dei protagonisti delle sue pagine.

Come egli stesso spiega nella nota al lettore, Michilli ha composto i racconti riferiti agli anni più lontani tra il 1999 e il 2002. Poi, per molto tempo, non gli è riuscito più di scrivere degli anni dell’infanzia e della prima adolescenza. Fino al 2013, quando quella porta si è di nuovo aperta ed ha potuto così guardare ancora nell’angolo più riposto del suo cuore malconcio e completare il suo percorso, fare i conti con se stesso, chiudere un cerchio. Queste date e queste pause ci dicono anche di come questo magma narrativo sia stato il fiume carsico che lo accompagna da sempre, fino alla sua prima emersione, quando gli occhi e gli strumenti dello scrittore erano pronti per guardarlo e riconoscerlo, per afferrarlo. E  tutto il libro è il racconto dello sguardo che rivela, riconosce, nomina, restituisce e convoca all’ombra luminosa/ del pergolato, per ricordare, con un bicchiere di fresco vino bianco/ il tempo dei sorrisi e dell’attesa/ dei giorni lenti, della lunga estate/ del primo amore, come recita la poesia Invito che apre il volume, dedicata al ricordo di amici scomparsi. Roberto Michilli, sempre nella stessa nota, scrive che queste pagine delineano una autobiografia di scorcio, il ritratto di un’epoca e di una generazione. Ed è proprio così: Atlante con figure non è un’opera per voce sola, non è il racconto autoreferenziale ed estenuato di una biografia incentrata sulle vicende dell’Autore o un catalogo di vecchie cartoline, un po’ sbiadite. Al contrario la voce narrante, alchemico impasto di vita e di racconto della vita, è qui il direttore d’orchestra che non sale sul podio ma sta con gli altri musicisti, a volte discosto, a volte in fondo per far risaltare le presenze e le voci di tutti.

Perché questo è davvero un racconto corale: quello di un mondo popolato da persone vere, che insieme tengono quella trama sottile eppure concretissima di volti, rapporti, sentimenti e spazi in cui è possibile sperimentare stupori, sorprese, sconfitte, vittorie, conoscenze e conquiste dentro quello straordinario respiro che batte con il ritmo dei passi e delle corse, e che noi chiamiamo crescita.

E il luogo è lo spazio fisico e letterario, quindi universale, del paese – in fondo il vero protagonista di questo libro –, delle sue vie e piazze e dei confini, invisibili agli occhi degli adulti, che segnano – in modo serissimo – le zone di appartenenza e di influenza, le terre libere e le vie di attraversamento;  è il teatro dove si svolgono i duelli, le prove di valore e i riti di iniziazione; è il varco stretto del coraggio e delle viltà: è il riparo alla cui ombra, con gli amici si scopre il sesso e poi, da soli, si inciampa e si cade nei trasalimenti dell’amore. È il mondo misterioso e affascinante delle botteghe e degli strumenti degli artigiani; dall’antro buio rischiarato dalle scintille del fabbro, quasi una caverna mitologica, alla bottega del falegname piena di trucioli e scheletri di porte, finestre, mobili. Ancora, è lo spazio delle parabole umane, delle traiettorie dei destini, dell’esperienza della felicità e delle infelicità, della scoperta della malattia e poi della morte, che sconvolge un ordine del mondo ritenuto fermo e immutabile e perciò fonte di stabilità e serenità. Questo è un libro che offre diversi livelli di lettura e di approfondimento: a ben guardare è come una illustrazione di un albero, quella dei vecchi libri delle scuole elementari: ci sono le radici e il terreno, il tronco, le architetture dei rami, le geometrie delle foglie e il carico dei frutti e degli anni.

A questo libro Tiziano Scarpa, uno dei migliori e più importanti scrittori italiani, dedica una delle prefazioni più belle, approfondite, empatiche e argomentate che mi sia capitato di leggere. Scrive Scarpa: ”Roberto Michilli ha edificato un monumento struggente e implacabile. Questi due aggettivi non sono contradditori: ogni oggetto che l’autore recupera affondando le mani nella memoria è al tempo stesso struggente e implacabile, perché è un linimento e una ferita; è una visione dolce e un bagliore lancinante; è una commozione e una disperazione.” “Tutti questi scritti”, aggiunge Scarpa, “si reggono sull’esperienza dello sgomento. Che non è semplicemente quello della perdita, né soltanto la constatazione dell’irrecuperabile, ma, al contrario è lo sgomento della persistenza, del ri-trovamento”. “Atlante con figure”, scrive ancora Scarpa, “è una Vicissitudine dell’imperfetto: imperfetto inteso come tempo verbale, come azione infantile, esperienza del tempo bambino. A me pare che la qualità ipnotica, quasi magica della scrittura di Roberto Michilli sia la sua capacità di immergersi in una durata”.

Tiziano Scarpa ha smontato il libro di Roberto Michilli come fa un appassionato con un orologio; un appassionato che non si ferma a osservare il movimento delle lancette, ma vuole capire da cosa sono mosse e come è fatto il meccanismo che lo anima. Questa analisi, condotta quasi con il microscopio,  permette di disvelarne la fitta intelaiatura, i nessi, i fili che legano i diversi piani, la complessa e compatta articolazione.

Ma Scarpa che è, come Michilli, uno scrittore autentico, non ci presenta un resoconto di meccaniche o un elenco di materiali; al contrario ci spiega la ragione del funzionamento, ci restituisce l’immagine piena, unitaria dell’orologio e del movimento delle lancette, per restare all’esempio proposto, e ci offre alcune chiavi interpretative, alcune suggestioni potenti per poter godere appieno del fascino e della durata della scrittura di Michilli.

E la durata è una delle travi portanti, come quella della sua vecchia cucina, di questo libro. Ma non è, vorrei sottolinearlo, un racconto che si snoda lungo una direttrice lineare. E’invece proprio la sua complessa struttura, una dimensione di incastri e di cerchi concentrici, un po’ come i cerchi di ghisa delle stufe o cucine economiche, che consente all’Autore di rappresentare di volta in volta i singoli elementi, a volte piccolissimi, e le varie combinazioni delle relazioni e delle situazioni, senza mai farci perdere la visione d’assieme, il contesto simbolico e fisico, che cresce e si modifica, seguendo il crescere e il modificarsi dello sguardo del protagonista. E proprio lo sguardo dello scrittore, colto dalla macchina fotografica di Beniamino Procaccini nell’androne della casa natale dove mette piede esattamente cinquanta anni dopo essersene uscito per andare  ad abitare altrove con i suoi genitori, apre il libro e introduce, con la forza di una grande emozione, alla lettura.

Il primo racconto restituisce, con efficacia e con una scrittura essenziale, l’atmosfera delle domeniche d’estate, quando gli zii arrivavano in Vespa, portando in dono zucchero e caffè. Si stava seduti in cucina, a parlare e “Dalla finestra aperta entrava una striscia di sole; una polvere dorata danzava nell’aria. Il tempo sembrava fermo, e insieme pieno di promesse”. Con poche frasi, senza alcuna retorica del tempo andato, Michilli, con grande forza evocativa, riesce a rendere l’atmosfera di un tempo lungo, la sensazione di una sospensione e, nel silenzio della lettura, ci sembra di sentire il respiro piano delle promesse. In ogni pagina, in ogni racconto Michilli riesce sempre a tenere un registro narrativo capace di far vivere questo impasto di atmosfere, emozioni e sentimenti che innervano le vite e le scelte, fatte o subite, dei personaggi.

L’uso magistrale dei tempi verbali, come ha ben rilevato Tiziano Scarpa, unitamente alla sapienza della sua scrittura, conferisce al succedersi delle azioni e degli accadimenti quella forza che li fa arrivare fino a noi, ce li fa sentire cose vive, capaci non solo di interessarci o emozionarci ma, cosa credo più importante, di coinvolgerci. In Via Diana, traccia i confini geografici e l’elenco degli abitanti della sua via. Poche notazioni ed entriamo nel centro del suo regno, quel mondo che era una via col nome di una dea. Per anni questo sarà davvero il centro del suo mondo; da qui partirà per spedizioni sempre più lunghe alla scoperta dei tanti mondi, e dei tanti diversi abitanti che fanno il mondo intero, quello che starà dentro le mura del paese, fino alla scoperta di altri mondi, ancora più lontani. Qui accadono le cose importanti, quelle che riempiono le giornate e il cuore e, a volte, lo svuotano come quando muore il nonno. Un sovvertimento tale che scuote tutte le sue certezze. Di notte piange, in silenzio per non farsi sentire dai genitori. “Mi sembrava una cosa tanto crudele. Pensavo che se le cose stavano così, allora a uno glielo dovevano chiedere prima, se voleva nascere o no.”

Botteghe, è l’incanto di un universo di piaceri: dal profumo del pane fresco agli odori di cannella e vaniglia del negozio di generi alimentari, traboccante di pasta dal diverso formato, di fagioli, ceci e lenticchie che si affacciano dai sacchi arrotolati; dai bidoni delle alici e delle sarde alla bagnarola del baccalà in ammollo, per finire alla cioccolata in crema che si vendeva nel cartoccio di carta oleata. Poi, alla fine della spesa, si dava al negoziante  il libretto su cui si segnava l’importo. C’erano poi le botteghe degli artigiani, ognuna con il proprio campionario di cose strane e affascinanti e il Consorzio Agrario dove andavano i contadini, ma non solo, per acquistare le sementi,  gli attrezzi, l’olio per i trattori e  i pulcini. Un intero sistema di relazioni economiche, di rapporti di lavoro, di tecniche e strumenti di produzione si materializza davanti ai nostri occhi, rivelando anche la trama sociale sottostante. Un mondo questo che Roberto Michilli rende mirabilmente con una sola frase: “Noi dormivamo con due materassi, uno di crine per l’estate e uno di lana per l’inverno.”  Qui, dopo i lunghi giorni di malattia causata dal morbillo, il bambino finalmente esce portando con sé un regalo, un grande foglio di cartone dove erano attaccati degli attrezzi da falegname in miniatura. “Arrivammo fino al Ponte. Mi fecero sedere al sole. Mi stringevo i miei attrezzi al petto. Passò una macchina grigia, poi una motocicletta rossa“. Ecco una delle tante perle di questo libro, una frase, una notazione scabra, essenziale e in una visione c’è dentro tutto. O, ancora, la delicatezza, quasi una carezza, con cui tratteggia un ricordo del padre che “faceva le scarpe su misura”. “Per non sciupare le delicate tomaie maneggiandole, papà le foderava di carta velina. Le toglieva solo alla fine, dopo aver passato la cera calda sui bordi delle suole. Per qualche istante, allora, si faceva girare le belle scarpe nude sotto gli occhi, Sorrideva, nel farlo”. E poi ancora la maestria con cui dà vita sulle pagine al succedersi delle stagioni e alle diverse attività che le caratterizzavano: la provvista di legna ad agosto, la preparazione delle conserve, delle verdure sott’olio, dei pomodori. I bambini, che pure, a seconda delle età, partecipavano a questi lavori, vivevano le loro stagioni, segnate dai diversi luoghi e giochi che scandivano il loro particolare calendario. E poi l’apertura di una sala cinematografica, un evento che segna un cambiamento epocale, come l’irrompere delle trasmissioni televisive che hanno cambiato per sempre, e con ritmi crescenti e oggi parossistici, i tempi delle giornate. Scrive Michilli, ricordando come in quegli anni, le persone si riunivano per vedere insieme i programmi nelle case dei pochi che possedevano un televisore e che erano ben lieti di aprire le porte ai vicini offrendo i complimenti: “Forse è stato quello l’ultimo momento in cui le persone si sono ritrovate ancora le une accanto alle altre, come un tempo intorno al camino. Poi arrivò il boom, e ognuno la televisione cominciò a guardarla a casa propria, da solo”.

C’è in questa notazione la forza di una sintesi che racchiude le radici di tanti processi sociali e culturali; un esempio di quella dimensione lunga della durata, sottolineata da Tiziano Scarpa nella Prefazione.

Questa considerazione vale per tutti i racconti. Ne evidenzio alcuni: le pagine mirabili che l’Autore dedica ai giochi, alle regole, alle gerarchie che si stabilivano, ai giocattoli e agli oggetti che, nelle mani dei bambini, diventavano giocattoli. Non si possono non citare, in questo quadro, i giornalini, che hanno nutrito i sogni d’avventura, offrendo modelli di eroi, modi di dire e luoghi che costituivano una parte rilevante di quel mondo immaginario che conviveva naturalmente con quello reale; anzi, il primo era una componente fondamentale del secondo. Sempre seguendo questo filo, cito le pagine in cui si raccontano  i viaggi in Vespa dal paese al mare, le vacanze romane, l’arrivo in casa della prima radio, e poi, molto dopo, della televisione, le canzoni, le musiche, le passioni e le divisioni politiche espresse plasticamente dai palchi per i comizi elettorali montati ai lati opposti della piazza dal PCI e dalla DC. Una notazione particolare vorrei riservarla ai protagonisti della vita del paese: viene fuori una galleria straordinaria di   personaggi che magari solo per come sono vestiti,  per come fumano, per come occupano lo spazio e si relazionano agli altri riescono a testimoniare e a raccontare il mondo di cui sono espressione e testimoni. Uno dei valori letterari e quindi generali di questo libro è che ci restituisce il senso generalizzato di fiducia nel futuro, di speranze, di volontà di sacrificio e di impegno personale che permeava quegli anni. Attraverso la lettura di queste pagine si tocca con mano, quasi, quell’aspettativa diffusa, quel senso, magari ingenuo, ma qui il termine ha una accezione positiva, di possibilità che tutti, certo in modo diverso, potevano però cogliere. Il futuro non era un incubo, ma un giorno prossimo più bello.

E ancora, vorrei sottolineare l’importanza del repertorio di parole che ci viene restituito: pancotto, mattra, cogno, sciuscelle, rena, miracoli, casciole, sellecchie, pipirella, ciammariche, sartania, stozza, sparatrappo, scaricarelli, tanto per citarne alcune. Ognuna di queste parole e, ovviamente, tutte le altre disseminate nei racconti, evoca una serie di azioni, individuali e collettive, richiama una rete fitta di relazioni sociali e culturali, di simboli, credenze, convinzioni, comportamenti  e concorre a disegnare, e quindi a rendere comprensibile, la struttura complessa, e al fondo solidale,  di quel mondo.

La religione, le feste (da Natale alla Prima Comunione, da Pasqua alla Cresima a quelle del Patrono e della Madonna, che vedevano sempre la compresenza di aspetti sacri e profani), le processioni, spesso accompagnate dalla banda musicale dove suonava il padre dell’Autore –  altra importante presenza di quegli anni –, i percorsi di formazione, da chierichetto a componente della Compagnia della Morte, scorta d’onore al carro scoperto con sopra il corpo di Gesù, nel Venerdì Santo, le canzoni che accompagnavano i diversi riti liturgici: sono questi altri aspetti costituivi di quel mondo e della rappresentazione culturale che teneva insieme quella società e che i racconti di Michilli fanno entrare, come memoria o scoperta, nel nostro tempo.

I racconti Dura minga, dura no, in cui l’Autore elenca le principali marche dei prodotti dell’epoca; dalle saponette Camay ai detersivi Olà, Lip e Ava; dall’aperitivo Rosso Antico al Cynar, e Questioni di bilancio in cui vengono riportati i prezzi di quelli che l’Autore definisce generi di prima necessità: Nazionali, nove lira l’una; Esportazione undici; palline di terracotta, una lira l’una; figurine di calciatori e corridori ciclisti, dieci lire per una bustina da quattro; caps per la pistola sei per dieci lire; giornalini, Tex, Capitan Miki e il Grande Blek, albo settimanale, venti cadauno, spiegano da soli, come può fare solo la letteratura, quei processi sociali e culturali che, in altri ambiti, hanno generato voluminosi saggi di sociologia.

Il racconto La Collana Maestri non è solo la testimonianza di come l’acquisto dei libri fosse considerato un investimento per il futuro dei figli che valeva i sacrifici richiesti, cosa che oggi sembra totalmente rimossa e su cui tutti dovremmo riflettere, ma, elemento che vorrei sottolineare in modo particolare, è una appassionata e competente guida alla formazione di una biblioteca, la cui necessità non solo non è scalfita dai computer e da tutte le altre protesi che usiamo per sentirci connessi con un modo che guardiamo sempre più solo attraverso i riflessi di uno schermo, ma, semmai, rafforzata. Con i racconti  Ritorno a Shangri-La e Il micio di latta si chiude il libro e quel meraviglioso baule che Roberto Michilli ci ha aperto e in cui tutti, ma proprio tutti, anche i ragazzi di oggi, possono trovare qualcosa che appartiene anche a loro.  In Ritorno a Shangri-La, l’Autore, mosso da un sogno in cui, con un mentore di cui non ricorda né il viso né il nome, ha visitato il suo paese completamente restituito alle severe forme medievali, torna a compiere una sorta di pellegrinaggio sui luoghi che lo hanno visto bambino e ragazzo. Questo è un viaggio necessario: ripercorre tutte le vie, si ferma davanti alle case, alle botteghe, nelle piazze;  parla con tutti quelli che ha conosciuto e con cui ha condiviso una parte, più o meno rilevante, del suo percorso. Solo dopo questo congedo, dai luoghi e dalle persone, in modo particolare dagli amici che sono scomparsi, può davvero chiudere il suo racconto e, certo di non aver trascurato nulla, può finalmente consegnarlo al lettore. A lui rimane da fare una  carezza al micio di latta, uno dei pochi giocattoli superstiti, con cui hanno giocato anche i suoi  figli e che, con la sua sola presenza, testimonia la forza intatta degli affetti e dei giorni che, come le stagioni, cambiano colore, ma ci sono sempre.

Atlante con figure è un libro bello, commovente, pieno di forza e di suggestioni; le pagine testimoniano che, come dice il titolo, contengono davvero tutto un mondo. Questo è il libro che ogni scrittore vorrebbe scrivere,  perché ogni scrittore costruisce e dispiega nelle sue opere la propria cartografia, il proprio atlante con figure. Ci si riesce solo in pochi, pochissimi casi, come in questo. Quello scritto da Roberto Michilli è semplicemente un capolavoro.

Qui Roberto Michilli, si è cimentato con una delle prove più difficili perché la materia è scivolosa e il rischio di cadere nella retorica, nella mistica della nostalgia, nel feticismo dei ricordi è molto alto. Ma questi rischi li ha evitati tutti, senza una sbavatura, una caduta, una forzatura. La sua scrittura è  davvero Atlante, il gigante che regge il suo  mondo di scrittore.


Leandro Di Donato ha pubblicato nel 1978 la raccolta Parole dei miei giorni con le edizioni Pan Arte di Firenze. Nel 1987 è stato inserito nell’antologia Voci nuove del parnaso abruzzese, curata da Vittoriano Esposito. Nel 1977 si è classificato secondo al Premio Città di Firenze e nel 1995 ha ricevuto una segnalazione al Premio Città di Recanati. E’ presente nell’antologia 4 Poeti abruzzesi, pubblicata nel 2004 dalle Edizioni Orizzonti Meridionali e ne L’Orma lieve, pubblicata nel 2011 dalle Edizioni Le Voci della Luna. Nel 2006 ha pubblicato con le Edizioni del Leone la raccolta Le strade bianche, con la prefazione di Renato Minore. La poesia Uno sguardo, inserita nel volume, è stata pubblicata, nel marzo del 2003, come vincitrice della settimana, su «Lo Specchio» della «Stampa», nella rubrica “Scuola di poesia” curata da Maurizio Cucchi. Nel 2012 ha partecipato con un suo scritto al volume collettivo L’odore della stampa – Il respiro dei libri, edito dall’Editrice Marte. È componente della Giuria – Sezione Poesia Edita – del Premio Nazionale di Poesia “Oreste Pelagatti” di Civitella del Tronto, dove cura i due cicli di incontri di “Alle cinque della sera. Salotto di scrittori e scritture” e “Discorrendo sul far della sera”. È Presidente della Sezione Italiana dell’Istituto Internazionale del Teatro del Mediterraneo e direttore artistico della rassegna “Emergenze Mediterranee”.

«Io vi amai, l’amore ancora…»

Aleksandr Sergeevič Puškin (1799-1837). Traduzione di Michail Ryssov.

 

Io vi amai, l’amore ancora, forse,
Nell’alma mia del tutto non si è spento.
Ma sia ch’esso più non vi tormenti,
Non voglio io affliggervi di niente.

Io vi amai silente, disperato,
Per timidezza, o gelosia languente,
Io vi amai sì tenero, sì schietto,
Che Dio vi dia da un altro essere amata…

 

Я вас любил, любовь еще, быть может,
В душе моей угасла не совсем.
Но пусть она вас больше не тревожит,
Я не хочу печалить вас ничем.

Я вас любил безмолвно, безнадежно,
То робостью, то ревностью томим…
Я вас любил так искренно, так нежно,
Как дай вам Бог любимой быть другим.

 

Ringrazio il grande artista Michail Ryssov per avermi consentito di pubblicare la sua traduzione.