Musica nuova a Teramo

Articolo scritto nel luglio 2003 per il debutto di 3+3, come la forma cambia ciò che esprime, suite per pianoforte preparato, sei esecutori, di cui tre di taglia piccola, orchestra d’archi e percussioni. Musica di Enrico Melozzi su frammenti lirici di Roberto Michilli. Prima esecuzione assoluta il 24 luglio 2003 a Teramo, nel Chiostro della Madonna delle Grazie. Orchestra da camera “Benedetto Marcello” diretta dal M° Giuseppe Ratti. Solisti: Luisa Arpa, pianoforte e percussioni; Piero Di Egidio, pianoforte; Toni Fidanza, pianoforte; e i piccoli Fabrizio Zilli, pianoforte; Ludovica Trimarelli, pianoforte; Eleonora Chiodi, pianoforte.

Pubblicato lo stesso giorno su un inserto speciale allegato al quotidiano «La Città».

L’arte non può avere soltanto una funzione consolatoria. In ogni epoca, essa si è anche assunto il compito di aiutare gli uomini a leggere il proprio tempo, a interpretare la loro contemporaneità. Se da un lato, pertanto, ha offerto oasi incontaminate in cui rifugiarsi a  contemplare ideali eterni e immutabili di bellezza, dall’altra ha sottolineato, e spesso anticipato, tensioni, cambiamenti, lacerazioni.

Da questo punto di vista, l’arte più genuina e “utile” è  sempre stata quella che  attraverso un rinnovamento dei propri linguaggi ha   sconvolto e  travolto il pubblico del proprio tempo, mettendone in dubbio le certezze, le abitudini consolidate di pensiero, il modo di guardare il mondo.

Va riconosciuto, però, che in alcune epoche, e segnatamente nella nostra, i cambiamenti sono stati davvero radicali, tanto da ingenerare un distacco profondo tra il pubblico e  i momenti più avanzati della ricerca artistica.

Spesso, nella storia, si è gridato alla morte dell’arte, ma il grido di oggi è più alto e più forte. Sono in molti infatti a sostenere che oggi non si compone più musica, così come non si dipinge e non si scolpisce più e nemmeno nascono opere teatrali degne di questo nome. Per non parlare della poesia, morta  e sepolta da tempo.

Miglior sorte sembra aver avuto la narrativa, così come in salute appare  il cinema, se si vuole considerarlo arte. In realtà cinema e narrativa attingono semplicemente a platee più vaste, che sono comunque al loro interno nettamente differenziate in una stragrande maggioranza, dedita al consumo dei prodotti di puro intrattenimento, e una sparuta minoranza che attinge invece alla produzione più alta. Anche in questi ambiti, quindi, avanguardia e sperimentazione si muovono in spazi ristretti, pur se in assoluto più vasti di quelli delle altre arti.

Ma veniamo alla musica, che qui ci interessa più da vicino.

Non sarebbe scorretto definire Arnold Schönberg un musicista dei primi anni del secolo scorso, e questo modo insolito di connotarlo potrebbe forse aiutarci a evidenziare la distanza temporale che ci separa da lui e dalla sua opera. Eppure, nonostante il tempo trascorso, a molti la sua musica continua ad apparire lontana e straniera. Indubbiamente non è facile da metabolizzare. Profondissima è stata la ferita  inferta al corpo della millenaria tradizione musicale dell’occidente da lui e dagli altri compositori che hanno operato sulla sua scia.

Ma se fossimo onesti con noi stessi, dovremmo riconoscere che il tempo in cui viviamo è il tempo della tensione irrisolta, della perdita d’ogni centro e d’ogni senso, della morte dei grandi racconti, parlino essi degli dei o di eroi mortali. È il tempo dei frammenti e del respiro breve, della paura e dell’angoscia, della solitudine e del vuoto, del grido e del lamento, ma anche del gioco e dell’ironia. E se questo è vero, è anche vero che in questo nostro tempo ogni ri-soluzione è impossibile. La tonalità risolta e le grandi architetture appartengono a un’altra epoca, che non è più la nostra. Possiamo solo  rimpiangere con struggente nostalgia l’armonia smarrita, aspirare ad essa come al paradiso che abbiamo perduto quando siamo stati gettati nel mondo senza averlo chiesto, farla rivivere come citazione iridescente, riflesso dorato, luce lontana appesa sulla soglia di una casa lasciata per sempre.

Ma questo è il nostro mondo, qui è Rodi e qui dobbiamo saltare, qui e ora dobbiamo lottare per conquistare un nuovo equilibrio con gli altri uomini e con la natura; e per poter esprimere questo nostro mondo, la sua tragedia, ma anche la sua terribile bellezza, occorreva una musica nuova.

E dunque quella terribile ferita, per il bene della musica stessa, era necessario che qualcuno la infliggesse. Era necessario uccidere la musica  per consentirle poi di rinascere sotto nuove forme, che le consentissero di tenere il passo con i tempi nuovi, di esprimerli, di precorrerli addirittura.

E se a distanza di più d’un secolo in troppi continuano a sentire lontana quella musica e anche l’altra, pur meno estrema, che l’ha seguita, bisogna operare in modo da  colmare questo iato.

Come si può convincere il pubblico che si scrive ancora “buona” musica “classica”? che tanti compositori, molti dei quali giovani, fatto questo che consola e apre il cuore alla speranza,  lavorano con serietà, passione, talento e impegno, producendo opere che sono del e nel loro tempo, che lo interpretano e leggono e possono pertanto aiutare le persone a collocarsi nella propria contemporaneità?

Direi che il modo migliore è: ascoltare. Ascoltare musica nuova, scritta da compositori contemporanei per un pubblico di contemporanei. Ascoltarla  aprendo ad essa il cuore e la mente, senza riserve e senza preconcetti. Ascoltarla dal vivo, preferibilmente, per rivitalizzare l’esperienza del concerto, ora spesso ridotto a vuota liturgia, vicenda mondana, episodio di un imperante culto dell’interprete-divo. Il confronto col nuovo farà sì che il concerto torni invece a proporsi come forma primigenia di conoscenza, esperienza autentica e creativa. Tra l’altro questo è stato sempre fatto. Non dimentichiamoci che fino all’avvento delle tecniche di registrazione e riproduzione del suono, il pubblico ha ascoltato dal vivo musica contemporanea.

Ma come e dove si può ascoltare oggi  musica contemporanea dal vivo? È già difficile ascoltarla tout-court, perché le registrazioni disponibili  sono poche, e riguardano spesso autori e valori già “consolidati”; appartenenti, per così dire, a una “nuova tradizione”.

E per quanto riguarda le esecuzioni dal vivo, basta scorrere i programmi delle varie società  dei concerti per rendersi conto che, tranne rare e lodevoli eccezioni,  gli spazi dedicati alla musica nuova sono a dir poco esigui, e quasi sempre occupati da un nuovo che è già vecchio. Quelli che dovrebbero essere i mediatori primi tra i nuovi compositori e il pubblico, rinunciano troppo spesso a questo ruolo fondamentale e creativo per  farsi invece promotori di un culto esasperato della tradizione e dell’interprete-divo.

Per questo dobbiamo particolare gratitudine all’Orchestra da camera “Benedetto Marcello” di Teramo, che con grande sensibilità ed entusiasmo  ha voluto inserire nella sua prestigiosa manifestazione la musica nuova composta da un giovane artista teramano. Forse qualcosa sta cambiando.

O mio babbino caro x 29

Giacomo Puccini (1858-1924). Gianni Schicchi (1918). Aria di Lauretta.

 

 

 

 

Espoir

 

Cécile Chaminade (1857-1944).

Lirica di Charles Fuster (1866-1929):

Ne dis pas que l'espoir à tout jamais t'a fui,
Ni que, cet amour mort, l'amour ne peut renaitre.
Rien ne doit s'en aller, rien ne doit disparaître,
Demain voit revenir ce qui passe aujourd'hui.

Pour une heure de vide, et d'angoisse, et d'ennui,
Tu peux maudire en paix le destin lâche et traître;
Désespéré d'un jour, tu peux pleurer peut-être:
L'aurore d'un bonheur va monter dans ta nuit!

Elle grandit, l'ardente et lumineuse aurore!
Toi qui niais l'amour, tu vas aimer encore!
L'aurore va venir, l'aurore va monter!

Et, toujours saluant chaque bonheur qui passe,
Tu sentiras toujours, sous ta poitrine lasse,
Quelque tendresse battre et quelque espoir chanter.

 

 

Нет, не тебя так пылко я люблю…

 

Il testo della lirica di Michaíl Júr’evič Lérmontov messa in musica da Alekséj Vasíl’evič Šíškin. Traduzione di Roberto Michilli:

1
Нет, не тебя так пылко я люблю,
Не для меня красы твоей блистанье:
Люблю в тебе я прошлое страданье
И молодость погибшую мою.

2
Когда порой я на тебя смотрю,
В твои глаза вникая долгим взором:
Таинственным я занят разговором,
Но не с тобой я сердцем говорю.

3
Я говорю с подругой юных дней;
В твоих чертах ищу черты другие;
В устах живых уста давно немые,
В глазах огонь угаснувших очей.

1841

 

No, non così ardentemente t’amo,
non risplende per me la tua bellezza:
in te amo il mio passato soffrire
e la perduta mia giovinezza.

E quando a volte guardo nei tuoi occhi,
e resto in loro a lungo con lo sguardo,
discorro in espressioni misteriose,
ma non con te il mio cuore parla.

Parlo a un compagno dei lontani giorni;
Nel viso tuo io cerco un altro viso;
labbra ormai mute sulle vive tue,
negli occhi tuoi la fiamma di occhi spenti.

1841