Note di diario. 7 maggio 2000

Dice Rilke: una volta risposto “DEVO” alla domanda “Devo io scrivere” …avvicinatevi alla natura.  Tentate come un primo uomo al mondo di dire quello che vedete e vivete e amate e perdete  …raffigurate le vostre tristezze e nostalgie, i pensieri passeggeri e la fede in qualche bellezza, raffigurate tutto questo con intima, tranquilla, umile sincerità e usate, per esprimervi, le cose che vi circondano, le immagini dei vostri sogni e gli oggetti della vostra memoria… la vostra infanzia, questa ricchezza preziosa, regale, questo tesoro dei ricordi… tentate di risollevare le sensazioni sommerse di quel vasto passato… Forse si dimostrerà che siete chiamato all’arte. Allora   assumetevi tale sorte e portatela, col suo peso e la sua grandezza, SENZA MAI CHIEDERE IL COMPENSO, CHE POTREBBE VENIR DI FUORI. Ché il creatore dev’essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura, cui s’è allenato… volevo consigliarvi ancora solo di SOSTENERE LO SVILUPPO CALMO E SERIO; non lo potete disturbare più violentemente che se guardate fuori e attendete di fuori risposta a domande, cui può forse rispondere solo il vostro più intimo sentimento nella vostra ora più sommessa.

Note di diario. 17 Luglio 2001

Tra l’otto giugno di quest’anno e oggi, ho scritto le sinossi di alcuni lavori. La prima scheda è stata quella di La dea nera. Mi serviva per allegarla al manoscritto che volevo mandare a un editore. La cosa non m’è dispiaciuta, così ho continuato. Dilettandomi nella compilazione, mi sono accorto che buona parte delle storie (Tè per due; Fiorisce; Due vite; Claudia; Deborah; ma anche La Dea nera, Favola, Fate il vostro gioco e chissà quante altre), hanno in fondo lo stesso tema: raccontano la forza dirompente del desiderio, capace di sconvolgere col suo irrompere anche le vite più ordinate, travolgendo le difese meglio disposte. Non mi stupisco certo nel riscontrare la presenza costante di questo motivo: ho sempre considerato il desiderio (latamente inteso) una delle poche (la sola?) autentiche forze vitali. Le storie, scritte senza “premeditazione”, seguendo l’unico criterio che piacessero a me (mi interessassero, le sentissi “mie”), hanno finito così per rispecchiare una mia convinzione profonda. Mi sembra un confortante segno di autenticità.
A prima vista, tale modo di procedere sembra l’esatto contrario di quanto consigliato da Peppo Pontiggia (indirizzare la prua verso temi che ci coinvolgano profondamente). E’ così? Oppure è la stessa cosa?
Provo a chiarirmi a me stesso: per andare in una direzione voluta, bisogna conoscerla: dovrei quindi scoprire prima cos’è che mi interessa davvero (ci ho provato, del resto, e il desiderio è uscito fuori subito). Altrimenti ci si può mettere per mare senza rotte predeterminate, nemmeno in modo approssimativo, e andare a naso, seguendo l’istinto, il gusto, il piacere di viaggiare, il vento. Si arriverà così a scoprire cose di noi che non sapevamo, o altre che non ci erano ignote ma che per questa via ritroveremo ancora più vere.
Ad ogni modo, ecco le schede:

LA DEA NERA (1995)
La “dea” del titolo è una Citroën “Déesse” 23 Pallas di colore nero, di proprietà del Dottor Aldo P., funzionario di banca cinquantenne, uomo solitario e schivo, nella cui vita tranquilla entra una giovane donna dal passato burrascoso e dal presente incerto, Anna, che è anche mamma di un bambino di pochi mesi. Con spregiudicatezza e decisione, Aldo riuscirà a liberarla dai pericoli che la minacciano. Alla scrittura del finale dovrebbe collaborare il lettore. La storia, infatti, non ha una conclusione univoca. Nati come ipotesi di lavoro, i finali alternativi sono rimasti tutti in piedi perché l’autore non si è sentito di sceglierne uno. (8 Giugno 2001)

FAVOLA AGRESTE A LIETO FINE (1995)
Fino a un paio d’anni fa, Elio Santi era un uomo sereno, pieno di interessi e curiosità. Li coltivava al riparo di un lavoro tranquillo e ben retribuito, scelto proprio per lasciare spazio a passioni e scoperte. Poi, in modo dapprima quasi inavvertibile e quindi con una preoccupante accelerazione, la sua carica vitale ha preso ad esaurirsi e adesso si ritrova, sulla soglia dei cinquant’anni, privo di motivazioni e spinte, in preda a una depressione da cui non riesce a individuare le cause. Ha una bella famiglia, lui e i suoi godono di buona salute, non ha problemi economici, eppure è triste, accidioso e stanco. Cerca di reagire correndo dietro all’unico sogno che scopre ancora vivo tra i tanti che un tempo abitavano il suo cuore. Decide così di comprarsi una vecchia casa in campagna e di restaurarla. Dopo aver cercato a lungo, trova infine ciò che fa per lui. (10 Luglio 2001)

GIULIA e altre solitudini (1991)
Un uomo e una donna, in auto. Silenziosi, distanti a dispetto della vicinanza forzata imposta dallo spazio ristretto. Sono diretti in un posto che solo la donna conosce, come facevano all’inizio della loro relazione quando lei doveva dirgli qualcosa che riteneva importante, e aveva bisogno di una cornice adatta per farlo. In attesa di arrivarci e approfittando del silenzio, l’uomo ripensa alla loro storia, che sente arrivata alla fine. Ciò che lei gli dirà, però, scuoterà le sue certezze, e gli farà scoprire che le cose e le persone, intorno a noi, sono come sono, e non come ce le raccontiamo. (10 Luglio 2001)

FATE IL VOSTRO GIOCO (1991-92)
L’ottobre del ’91 regala giorni di assoluto incanto ai fortunati abitanti di una cittadina affacciata sull’Adriatico. Il cielo è sereno, la brezza fresca, il sole scalda senza bruciare. Dalle vetrate della trattoria dove va a consumare i pasti, un esperto di computer in città per lavoro può riempirsi gli occhi con il verde smeraldo e l’azzurro cupo del mare. Intanto, un anziano signore molto elegante con cui ha fatto amicizia gli racconta una storia accaduta una quindicina d’anni prima. Ne sono protagonisti un gentiluomo di mezz’età un tempo amante della bella vita, un Casinò pieno di soldi, un piccolo computer Apple, un giovane genio dai capelli rossi e una bella donna bionda che non dimentica. (15 Luglio 2001)

LETTERA DA UN AMICO (1997-2000)
“Ho deciso di uccidere Valeria e poi di suicidarmi” scrive Angelo all’amico che li ha fatti conoscere. Per spiegare il terribile gesto che si accinge a compiere, racconta la storia del suo amore: l’incanto dei primi mesi, l’incidente che segna la fine della sua felicità, l’incontro fatale con l’uomo che gli porterà via la sua donna, la lunga, difficile e inutile lotta per riconquistarla. (14 Luglio 2001)

CLAUDIA (1997-2000)
Claudia ha quarant’anni quando nella sua vita quieta, ordinata e senza amore irrompe, prepotente, il desiderio. Assume le forme di un giovane alto, abbronzato e vestito con eleganza, che ha larghe spalle d’atleta, capelli biondo scuro e risponde al nome di Matteo. Claudia resiste finché può, poi decide di abbandonarsi. Scopre, però, e non senza una certa sorpresa, che non basta la sua volontà a determinare gli eventi. Forse aveva pensato che una volta deciso di averlo, bastasse allungare la mano e prenderselo, ma deve ricredersi, perché se lei vuole Matteo con tutta se stessa, il giovane non vuole lei. A Claudia sembra terribile e crudele che l’amore possa restare non ricambiato, ma dopo il primo momento di sconforto, reagisce con forza. E’ abituata a lottare, del resto: tutto ciò che ha, se lo è conquistato con tenacia, pazienza e determinazione. Le stesse doti deve metterle in campo adesso, se vuole raggiungere il suo scopo. (14 Luglio 2001)

FANE’ (1997-2000)
“Un odio sincero e genuino aiuta a vivere meglio e a invecchiare bene. Guai a chi non ha nemici: perde uno dei più potenti stimoli vitali che esistono”.
Lo dice l’anziano ma vispo Cavaliere accingendosi a raccontare una storia al giovane amico seduto con lui su una panchina della Villa Comunale, all’ombra di una folta cortina di lecci che regala loro ombra e frescura in un caldissimo pomeriggio d’estate.
La storia è quella di due persone molto diverse fra loro, unite da una grande amicizia, poi separate dall’amore per la stessa donna e quindi riunite di nuovo, dopo averla perduta entrambi, dall’odio, un sentimento di segno negativo, ma ugualmente capace di tenere legate due vite.
Alla fine, il Cavaliere dà questo consiglio al giovane che è con lui: “Si allevi fin da ora un bel nemico. Se ha qualcuno che già le sta un po’ sullo stomaco, un tizio che le ha usato un piccolo sgarbo, una persona che, almeno, le è un tantino antipatica, ebbene coltivi questi piccoli risentimenti e cerchi di farli crescere e irrobustire fino a diventare un odio conclamato. Avrà trovato allora una compagnia fidata per i suoi anni a venire. Non sarà mai più solo. Il suo nemico le sarà vicino anche quando i suoi figli si allontaneranno da lei, anche se lei dovesse restare senza parenti o amici.” (14 Luglio 2001)

DEBORAH (1998-2000)
Fino a che punto sareste disposti ad arrivare, per ottenere una cosa che desiderate con tutte le vostre forze?
Un esempio istruttivo. (14 Luglio 2001)

FIORISCE E SI SFOGLIA LA ROSA (1996)
Se fuori incombe l’afa opprimente di un torrido pomeriggio estivo, provate a cercare riparo nella fresca e riposante penombra del tranquillo locale di Gino, detto il Budda. Prendete posto a un tavolo. Mettetevi comodi. Il Budda vi servirà deliziosi crostini di alici e tenera insalata di mare, accompagnati da freschissimo vino bianco. Potrete anche fare una partita a tressette in una scelta compagnia, se ne avete voglia, oppure ascoltare un uomo dai modi distinti che con voce pacata racconta la storia dell’amore improvviso e irruento che ha travolto la sua vita. (14 Luglio 2001)

IL TEMPO SOSPESO (1989-91)
Dopo aver girovagato a lungo per il mondo sulla spinta di una concezione romantica del proprio mestiere, un medico quarantenne sente il bisogno di fermarsi per una pausa di riflessione, e trova lavoro nell’ospedale di una città di provincia. Scoprirà un mondo e incontrerà l’amore, anche se per poco. (15 Luglio 2001)

IL PENDOLARE (1991)
I lunghi e noiosi tragitti settimanali si trasformano in occasioni attese con ansia, quando sullo stesso pullman prende a viaggiare una donna affascinante e misteriosa. (15 Luglio 2001)

CONCORSO PUBBLICO (1993)
Le prove di un concorso si rivelano funzionali allo scopo per cui sono state concepite quando riescono, come in questo caso, ad accertare senza ombra di dubbio che il candidato possiede tutti i requisiti prescritti per l’impiego. (15 Luglio 2001)

FLANELLA GRIGIA (1987-88)
Era stato il lavoro, quel noioso inutile lavoro che tanto aveva odiato in gioventù, a salvarlo dalla disperazione quando era morta l’amatissima compagna. La sua scrivania, come una zattera provvidenziale dopo un naufragio, l’aveva tenuto a galla, impedendo alle ondate di sconforto che lo aggredivano da ogni lato di sommergerlo. L’avvicendarsi delle pratiche sul ripiano lo faceva sentire ancora utile a qualcosa, dava un senso alla sua vita. Poteva così sopportare la solitudine.
Ma oggi tutto questo finirà. Sta andando in ufficio per l’ultima volta: da domani sarà un pensionato. Il momento tanto temuto alla fine è arrivato, inesorabilmente. (17 Luglio 2001)

IL TESORO DEL MULINO (1993)
Una banconota da mille lire, di quelle larghe d’una volta, accompagna tutta la vita di un uomo, rivelandosi un prezioso talismano. (17 luglio 2001)

TE’ PER DUE (1993-94)
Anna decide di uccidere Ivan e di morire con lui. Lo ama, ma sente che si sta allontanando da lei e non riesce a sopportare l’idea di restare sola.
Ivan decide di uccidere Anna perché in fondo non l’ha mai amata e teme che lei possa rovinargli la vita, raccontando tutto a sua moglie, come ha minacciato di fare. (17 Luglio 2001)

DUE VITE (1997)
La incontra sui banchi di scuola e l’ama per tutta la vita, anche se lei sarà di tanti e mai sua. (17 Luglio 2001)

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19 novembre 2013. Un aggiornamento dodici anni dopo:

Favola agreste a lieto fine, Lettera da un amico, Claudia e Deborah hanno formato Desideri, pubblicato nel 2005 da Fernandel. Anche Fate il vostro gioco è apparso da Fernandel, nel 2008, perdendo la cornice alla quale qui si accenna. Il protagonista e il narratore ora si incontrano in uno scompartimento ferroviario.
Fané faceva parte del progetto originale di Desideri, ma fu tolto in sede di editing. È diventato la costola da cui ha avuto origine La più bella del reame, pubblicato nel 2011 da Galaad.
Gli altri testi sono tuttora inediti.

Note di diario. 30 settembre 2001

Da tempo non annoto più fatti, pensieri, letture ecc. Ho solo un piccolo notes su cui riporto, in modo molto succinto, le cose importanti che temo di scordare.
Perché non lo faccio più? Non direi per pigrizia: altre cose, bene o male, le scrivo. E’ per stanchezza, credo. Non mi sento di affrontare la fatica di guardarmi dentro, di cercare, chiarire, tirare fuori le cose in modo ordinato per fermarle sulla carta oppure qui. Vorrei fosse possibile legare un grosso flusso di pensieri a una sola parola chiave messa per iscritto. Il diario si ridurrebbe così a un sintetico elenco: una pena ancora sopportabile. Tra l’altro, non basta scrivere, perché se lo si fa a mano, poi le cose vanno riportate qui, ed è altro lavoro. In questi giorni sto cercando di mettere ordine tra i vari file, e non è uno scherzo. E quanto sta qui sul pc non è che una minima parte dei cartafacci. Quando guardo tutti quei quaderni, mi cascano le braccia. Mi chiedo anche se ha un senso, questo lavoro. Devo farlo io, l’editing dei miei taccuini, mi chiedo? E mi rispondo: sì: chi vuoi che lo faccia?
Per quanto mi sforzi di superarlo (ignorarlo; dimenticarlo), è innegabile che da gennaio qualcosa è cambiato – in peggio – nel fisico. Al vecchio mal di schiena derivante dalla caduta, e che interessava la zona alta della colonna, s’è aggiunto quello ai lombi, con peso alle anche e alle gambe, formicolii, perdita di sensibilità, impossibilità di stare seduto a lungo ecc. Ne risente tutta la mia vita, e quindi anche il lavoro, che anzi è stato più colpito del resto. E’ da seduto che si scrive, infatti. Comunque.
Negli ultimi tempi mi sono sentito di ritornare, coi pensieri e la scrittura, a quelle atmosfere e ambienti dell’infanzia e della prima adolescenza che già ero riuscito a sfiorare con alcuni degli short pubblicati in Attraverso la vita . Ne ho scritti diversi, spingendomi anche in alcuni dei recessi più profondi e meglio custoditi (Che serà, serà; Sfumatura alta; La carne d’asina ecc.). Devo ammettere che l’ho fatto con una specie di gioia interiore (come se fossi contento di essere arrivato finalmente a farlo, di essere diventato capace di) e con una relativa facilità, a dispetto della delicatezza (impalpabilità; forse addirittura ineffabilità) di certe impressioni. Tanto che il genietto maligno incorporato nel mio codice genetico (ma fa bene: è il suo lavoro) mi ha instillato il sospetto che sia diventato troppo facile scriverli e che forse è il caso di domandarsi se ne vale la pena, se valgono qualcosa, se hanno senso (sia per me, sia per il lettore). Potrebbe anche essere necessario seguire l’esempio del grande Moravia che smise di scrivere i Racconti Romani per il Corriere perché gli venivano troppo facili. Mi chiedo anche se è quello che voglio fare, se ho raggiunto il cuore della mia ricerca e devo quindi restare lì e impegnarmi con tutte le mie forze. Sarei portato a rispondere di sì: mi sento coinvolto, so che per me sono cose importanti, ma esito: temo il sentimentalismo, sempre in agguato, ma ancora più pericoloso in questo genere di rivisitazioni; e poi la ripetitività, di forma e stile. Poi mi dico che intanto è meglio seguire l’estro e buttar fuori. Ci sarà modo poi (speriamo) di riflettere, rivedere, decidere come utilizzare il materiale. Quando li rileggo, quei pezzulli mi piacciono; li leggo volentieri, vorrei ce ne fossero di più, ma contano le mie impressioni?

19 dicembre 1997

Traviata al Comunale ieri sera. Dopo lo spettacolo, vincendo l’abituale ritrosia, sono andato a salutare gli artisti, in compagnia di due appassionati di Ascoli conosciuti in loggione. Ho potuto così scoprire che agli artisti fa piacere ricevere visite e complimenti. Ho pensato allora che “buttandosi” un po’ di più si scoprirebbero altri mondi, o altri aspetti di questo, altri motivi di interesse nel grande spettacolo che abbiamo intorno. Buttarsi, è un modo per forare la superficie delle cose. Tutti, e io più degli altri, viviamo in uno spazio ristretto, le cui pareti sono per di più foderate d’ovatta.

Libri comprati nel pomeriggio

di ieri, lunedì 27 giugno 2011, da “Ipotesi”, la libreria dei miei amici Anna e Fernando Bruni:

1. Thomas Mann, Der Tod in Venedig, in tedesco perché voglio sperimentare la teoria di Franco Lucentini, secondo il quale è possibile imparare una lingua straniera leggendo un autore senza mai consultare un dizionario, ma andando avanti con quel poco che se ne sa e sforzandosi di decifrare le parole per via della loro collocazione nella frase. Queste resteranno impresse per sempre nella memoria, mentre quelle cercate sul vocabolario vengono invece dimenticate nel giro di pochi minuti. Lucentini consiglia di utilizzare un autore dal lessico molto “concreto”, e non so se Mann può considerarsi tale, ma ieri  in tedesco era disponibile solo lui.

2. Walter Tevis, La regina degli scacchi, perché sfogliandone qualche pagina  m’ha intrigato. E poi è apparso nella benemerita collana “Classics” di Minimum Fax che raccoglie autori come Barthelme, Yates, Barth, Purdy, O’Hara, Heller.

3. Anton Čechov, I racconti della maturità, a cura di Fausto Malcovati, tradotti da Emanuela Guercetti e Giampiero Piretto per Feltrinelli. I racconti di Čechov li ho già in tante edizioni, compresa la ormai introvabile opera omnia in otto volumi pubblicata nel 1986 dagli Editori Riuniti e rilegata in tela rossa (Turgenev invece è in blu), ma colleziono  nuove traduzioni di sei dei sette  grandi scrittori russi del secolo d’oro:  Puškin, Gogol, Lermontov, Turgenev, Tolstoj e Cechov, appunto. Ne manca uno. Lui lo rispetto ma non lo amo, e dei libri suoi mi bastano quelli che ho.

4 novembre 2001

Uscito di casa per sfuggire alla malinconia, stamattina ho potuto assistere al lento formarsi e al successivo passaggio del corteo che da Piazza Martiri, percorrendo il Corso e viale Mazzini, si è recato a rendere omaggio al monumento ai Caduti.
In precedenza, passando in auto per i Tigli, diretto a salutare la Madonnina bianca, avevo notato i carabinieri in alta uniforme accanto alla vasca del monumento e poi altra gente in divisa nei paraggi. M’ero ricordato allora della data, e dopo aver parcheggiato proprio sotto l’edicola con la piccola statua, ero risalito lungo via dei Cappuccini per andare a vedere. Ai Tigli avevo incrociato Vincenzo, che portava a spasso il cane. Quelli in divisa erano poliziotti, carabinieri, finanzieri e guardie carcerarie. Niente soldati. Gli alpini se ne sono andati, purtroppo.
Avevo una mezza idea di dare un’altra occhiata al Duomo, volevo farne il periplo e contare i passi necessari, così m’ero avviato verso la Piazza, scendendo per il Corso.
Alle dieci e mezzo la piazza era assolata, la gente sostava in crocchi e capannelli. Si intravedevano qua e là bandiere ancora ripiegate, e poi berretti da alpino e bustine militari, che i pensionati indossavano sopra gli abiti borghesi. I vecchi marinai portavano anche il solino bianco e blu. Alcune note suonate da un corno in lontananza segnalavano la presenza della banda. Costretto a un percorso alternativo per evitare il troppo sole, ho potuto notare il presidente della Provincia, che seduto al fianco del suo autista all’interno della Lancia Kappa azzurro metallizzato di rappresentanza, parcheggiata all’ombra al principio di Via Oberdan, leggeva il giornale. Era in maniche di camicia (bianca), in evidente attesa che arrivasse l’ora fissata per la cerimonia.
Mentre facevo i miei rilevamenti attorno al Duomo, in piazza arrivava altra gente.  Cresceva così l’animazione, e aumentava il brusio.
Ecco le crocerossine, quasi tutte di buona famiglia, quasi tutte alquanto stagionate, mogli sorelle e figlie di magistrati e alti burocrati: l’inossidabile zoccolo duro del potere, impermeabile e refrattario a ogni mutamento, perpetuatore solo di se stesso.  Ecco il presidente della Croce Rossa, carica che fu anche del principe di Lampedusa; arriva scortato da due delle più attempate crocerossine, nella divisa che apre le porte della più esclusiva mondanità, anche internazionale: mantellina azzurra, velo blu, in qualche caso un po’ stinto, calze bianche su caviglie cicciose, a tracolla una semplice borsa di plastica, ma con sopra il simbolo prestigioso. Ecco la perpetua del vescovado col labaro del Nastro Azzurro; intorno a lei, gli altri alfieri cominciano a spiegare le loro bandiere. Sono tutti molto compenetrati nel proprio ruolo.
Arriva gente in uniforme. Ma sono soltanto carabinieri, poliziotti (un commissario donna), finanzieri. Molti sembrano impiegati con la sciabola. C’è anche un ufficiale dell’aeronautica, però mi sembra un pensionato già visto più volte in borghese, riconosciuto dalle pieghe della nuca; possono mettersi ancora la divisa, se a riposo? Gran traffico di sorrisi, saluti militari e strette di mano; devono sentirsi bene e gasati e importanti nell’aria stuzzicosa e nel sole della bella giornata;
Comincia a radunarsi anche la banda. E’ composta da una ventina di elementi, quasi tutti giovani. Come divisa hanno un husky blu.
Da piazza Orsini si vede arrivare il logoro gonfalone bianco e rosso del Comune, portato da due vigili in divisa scura, con il casco bianco e gli alamari al braccio. Il Sindaco, sempre di bella presenza, raggiunge il gruppo di quelli in uniforme. Altri saluti, sorrisi e strette di mano. Le cerimonie si ripetono all’arrivo del presidente della Provincia, che ha indossato la giacca blu d’ordinanza, e del Vescovo col seguito.
Il Prefetto, in giaccone grigio scuro corto molto simile al mio, arriva a passo svelto, fiancheggiato sulla sinistra dal rugoso senatore S. in cappotto blu con cinta alla vita.
Dopo l’arrivo delle autorità, il corteo comincia a formarsi. Mentre si schierano i gonfaloni, risalgo a passo lento per il Corso, per assistere alla sfilata.
Arriva trafelato il signore che m’ha fatto da cicerone alla casa del mutilato, qualche giorno fa. Indossa un impermeabile chiaro; porta una bandiera, avvolta intorno a un’asta lunghissima che tiene parallela al terreno. Raggiunge il suo posto, svolge la bandiera e la alza tra le altre.
Un po’ di gente è ferma sui marciapiedi, in attesa che l’evento abbia inizio.
La banda attacca una marcia. Poche note bastano per capire che è troppo allegra e petulante, non intonata alla circostanza. Suonano benino, comunque: la tromba solista ha una bella voce chiara, l’accompagnamento è pieno, il suono equilibrato.
Il corteo si avvia; presto mi passa davanti. E’ tutto un po’ ridicolo, e insieme commovente. Sono rimaste così poche cose a tenerci insieme, in fondo. Anche questo ricordare un po’ retorico e pomposo, serve.
Accanto a me, un bambino guarda la banda con una straordinaria espressione sul viso: meraviglia; lieta sorpresa; gioia; incredulità per una cosa tanto bella, strana, rumorosa.
Non suonano l’Inno del Piave, mi dispiace, ero pronto a commuovermi.
Mi lascio superare dal corteo, compro il giornale, riprendo l’auto e mi avvio verso casa. Quando ripasso accanto al monumento, vedo che la cerimonia è già in corso.  Lo speaker ha una voce moscia e insieme mielosa; il latte scende rapidamente a inondarmi le ginocchia e arriva in breve alle caviglie; mi rianima una voce forte, rauca, militaresca (finalmente una cosa in tono) che ordina l’attenti e poi il presentat’arm.
Rifaccio il giro, ma stavolta un vigile mi dirotta per via Riccitelli, impedendomi di scendere ancora verso il monumento. Prendo per viale Crucioli e svolto per via Paolucci, che non è presidiata. Arrivo alla curva sopra i giardini nel momento in cui la tromba inizia a suonare il silenzio. Qui c’è un vigile donna che mi fa cenno di fermarmi, ma l’ho già fatto da solo.


Spengo il motore. Mentre la tromba suona, penso ai morti di quella guerra, di tutte le guerre. Sono, come sempre, combattuto fra l’orrore per la stupidità e la ferocia di chi li ha costretti a morire e il rispetto per il coraggio e la paura,  le sofferenze e le speranze di chi è morto e di chi dalle guerre è tornato vivo, ma segnato per sempre. Penso a mio padre, ragazzo del ’99 mandato in trincea a diciott’anni. Il mio papà, che mi manca sempre più man mano che invecchio. Piango, anche, ma poco poco.
Poi la tromba smette di suonare; la bella voce rauca da soldato ordina il riposo; la vigilessa mi fa cenno di passare. Riaccendo il motore, allora, e asciugandomi le lacrime me ne torno a casa.