Pranzo di Natale

Il giorno di Natale andavamo a pranzo dalla zia Antonina. C’erano tutti i parenti e molti amici. La zia Amelia e lo zio Raffaello abitavano a Castelnuovo come noi e come noi si facevano una bella passeggiata, mentre alla zia Nadina bastava attraversare il corridoio perché lei, lo zio Vincenzo e mio cugino Marcello abitavano invece di fronte alla zia Antonina, nel vecchio convento di Sant’Onofrio a metà del fosso di Manzo. Della zia Nadina, che era la più giovane delle quattro sorelle di papà, ci divertiva il fatto che quando doveva chiamare qualcuno diceva sempre almeno tre o quattro nomi tra quelli di marito, figlio, fratelli, sorelle, cognati e nipoti, prima di imbroccare quello giusto. Lo zio Umberto era morto nel ’60. Adesso dalla città venivano suo figlio, mio cugino Novarro, e la zia Giulia. Certi nostri amici arrivavano apposta da Chieti.
Per quel pranzo speciale, Zia Antonina preparava gli agnolotti, il suo piatto forte. Tutte le mie zie erano cuoche straordinarie, cosi come lo era mia madre, e ognuna di loro aveva la sua specialità, ma gli agnolotti della zia Antonina erano il vertice assoluto delle prelibatezze.
Era una faccenda lunga, che richiedeva due giorni di lavoro. La pasta sottilissima, stesa col mattarello sul piano di marmo del tavolo di cucina, veniva tagliata in tanti dischi usando il bordo di un bicchiere di cristallo. Il ripieno, intanto, cuoceva lentamente nel tegame. Alcuni ingredienti erano segreti. Si sapeva che ci andavano anche dosi generose di cognac, ma solo perché una volta allo zio Giovanni scappò detto che aveva trovato mezza vuota la sua preziosa bottiglia di Curvoisier. Nel sugo destinato a condire gli agnolotti c’erano diverse qualità di carne, compresa la cacciagione catturata dallo zio. Quando il ripieno era pronto, la zia ne metteva una generosa dose al centro d’un disco di massa e poi lo ripiegava in due, ribattendo i bordi con la punta delle dita. Ripeteva l’operazione centinaia di volte, perché a degustare il frutto di tanta fatica e perizia eravamo in tanti.
L’appartamento della zia era ricavato da alcune vecchie celle dei monaci, ed era formato da una successione di stanze, senza corridoio. La porta d’ingresso s’apriva direttamente sulla cucina. A destra c’erano la dispensa e il fondaco; a sinistra, il salotto con la radio, poi la sala da pranzo e le due stanze da letto. I letti avevano le coperte di raso celeste e grosse bambole vestite di tulle rosa appoggiate ai cuscini. I tavoli necessari per accogliere gli ospiti attraversavano tutte le stanze, passando per i vani delle porte spalancate. Anche dopo tanti anni, quella sistemazione era fonte di risate. Ci salutavamo alla voce, agitando poi i fazzoletti come gente che si vede da lontano.
Nel camino ardeva tranquillo il ciocco di quercia che lo zio Giovanni aveva messo sul fuoco la sera della vigilia, quando le campane avevano suonato l’Ave Maria. La zia l’aveva tenuto acceso per tutta la notte e l’avrebbe spento solo la mattina di Santo Stefano, per riaccenderlo poi a Capodanno e ancora all’Epifania. Rappresentava l’anno vecchio, che bruciava con tutto quanto di male s’era portato dietro. Grazie al camino e alle stufe la casa era calda calda.
Finito il pranzo cominciavamo a giocare a tombola. Sul retro delle vecchie cartelle ritrovavo nomi di persone scomparse, date più o meno recenti, parole scherzose, disegni. Per segnare i numeri usciti usavamo fagioli bianchi. Qualche perfezionista usava tagliarli a mezzo, per il lungo, servendosi degli incisivi. In questo modo, posati sulla cartella col lato piatto, non sarebbero rotolati, causando confusione.
Accarezzavo con lo sguardo i volti di mamma e papà, degli zii e degli amici e anche la stanza e gli oggetti che conteneva. Ero felice, ma avevo addosso anche un po’ malinconia. Pensavo allo zio Umberto che non c’era più e mi rendevo conto che tutto quanto mi era caro era destinato prima o poi a scomparire.
Dopo la tombola facevamo un paio di giri a Mercante in Fiera e poi veniva apparecchiata di nuovo la tavola per la cena. Era più uno spuntino, per la verità, visto quello che ci eravamo mangiati a pranzo. Quando venivano tolte le tovaglie, lo zio Giovanni tirava fuori le carte del Cucù con quelle andavamo avanti fino a notte inoltrata.
Al momento di andare via mamma e papà mi facevano aspettare per qualche minuto nel lungo corridoio. Serviva per abituarmi pian piano al freddo e poter così affrontare senza pericolo il gelo della notte.

(2000)

 

Annunci

La vigilia

La vigilia

La vigilia di Natale era un giorno che amavo. Un po’ come tutte le vigilie, a dire la verità. Pregustavo le cose buone che dovevano arrivare, e intanto vivevo l’intera giornata in una lieta aspettativa che di per sé era molto simile alla gioia. Lo diceva anche il proverbio, del resto: La festë cchiù grossë è la vëggëglië.
La mattina, rispettando la tradizione, andavo a fare gli auguri alla zia Antonina, una delle sorelle di papà. La trovavo sempre ai fornelli. Era una donna alta, con i capelli sempre a posto. Faceva ogni sei mesi la permanente nel negozio di Aurelio, l’unico parrucchiere che c’era in paese. Mentre la zia trafficava con le pentole, lo zio Giovannino se ne stava seduto al tavolo della cucina. Aveva i capelli tutti bianchi e il viso un po’ arrossato. Era intento a tagliare con le forbicine le sue Super senza filtro. Divideva ogni sigaretta in tre parti, e poi nell’arco della giornata fumava sei di quei pezzetti utilizzando un bocchino. Era l’accordo raggiunto col medico e con la zia dopo che aveva avuto un attacco di cuore.
A pranzo mamma preparava la tradizionale zuppa di ceci e castagne con il pane fritto. A cena invece ci serviva le linguine con il tonno, poi il baccalà al sugo con le prugne e le noci e infine i fritti di cavolfiore, finocchio, sedano, carciofi e cardone. Per dolce mangiavamo cargionetti, croccante di mandorle, sfogliatelle, pepatelli e mostaccioli.
A mezzanotte uscivamo per andare a messa in Duomo. Le strade erano ricoperte di neve e radi fiocchi volavano per l’aria. In chiesa c’era tutto il paese. Nel buio rischiarato solo dalla luce delle candele, una breve processione usciva dalla sacrestia. Sotto il baldacchino bianco, Don Pasquale rivestito di paramenti dorati portava in braccio la statuina del bambinello. La depositava nella mangiatoia del presepe, su in fondo alla navata di destra, mentre noi, accompagnati dalla voce dell’organo suonato dal maestro Santori, cantavamo:

«Tu scendi dalle stelle
o re del cielo
e vieni in una notte
al freddo e al gelo.

O Bambino mio divino,
io ti vedo qui a tremar.
O Dio beato,
ahi, quanto ti costò l’averci amato!»

Mi veniva sempre da piangere, e non mi trattenevo. Poi ci mettevamo tutti in fila per baciare il piede del bambinello, mentre Don Pasquale, in piedi lì accanto, lo puliva con una pezza di lino dopo ogni bacio.

(1999)

Fermaglio marca “Leone”, misura n. 3

L’oggetto, che taluno chiama anche “graffa”, “clip” o “attàche”, è costruito con lucente filo metallico (zinco-cromo?), opportunamente sagomato.

La sua forma potrebbe ricordare una casa alta e stretta, col tetto a capanna, avente sulla facciata una porta aperta che ripete il disegno della copertura; oppure due case viste in prospettiva, la più bassa davanti; o, ancora, una successione di due montagne, dai ripidi, precipiti fianchi; oppure, più modestamente, una doppia punta di lancia o di freccia.

Il tatto racconta di due vuoti, uno più vasto dell’altro, incorniciati, delimitati e forse protetti da un confine sottile, liscio e duro, per lungo tratto doppio come un binario ravvicinato; due asperità laterali minacciano dolore; all’inizio dell’esame, l’oggetto era freddo e scostante, poi ha rubato calore dalle dita che lo sostenevano, e s’è fatto tiepido, gentile, gradevole da maneggiare.

All’odorato si apprezza un lievissimo sentore di metallo.

Se lo si tiene in bocca, anche la lingua è portata a seguire le cornici e a individuare due spazi, uno più esteso prima, un altro più breve dopo; tenutovi sopra per qualche secondo, l’oggetto stimola la produzione di saliva; dopo averlo tolto, persiste a lungo sull’organo del gusto il suo ricordo, somatizzato in un senso di fresco pizzicore.

Non emette suoni: accostato all’orecchio e sollecitato con l’unghia rimane sordo.

E’ raro che se ne stia da solo; quando ancora vive nella scatola di cartone verde, ha la compagnia dei suoi numerosi fratelli; si assomigliano tanto, che è difficile se non del tutto impossibile distinguerli l’uno dall’altro; anche quando esce allo scoperto e attende in ciotole, posacenere e contenitori d’ogni tipo d’essere chiamato a svolgere la sua funzione è quasi sempre insieme ad altri, anche se stavolta è improbabile che i suoi colleghi siano tutti della sua stessa marca, forma e misura; è molto frequente, infatti, in queste oasi tranquille, la pacifica convivenza di individui aventi dimensioni o forme diverse oppure costruiti in altri materiali; sono stati ad esempio osservati esemplari in cui il filo di metallo è rivestito da una guaina di materiale plastico in diversi colori, così come in altri il filo è dorato, sì da farli apparire simili a gioielli, il cui uso è, con ogni probabilità, riservato ad occasioni particolari.

Il fatto che esistono individui aventi identica forma e dissimili solo nelle dimensioni, potrebbe indurre a ipotizzare una forma di vita silente, nei nostri oggetti, che li porta a evolvere nel tempo, facendoli crescere e  sviluppare; non appare peregrino, in questa ottica, postulare anche una loro nascita e una successiva estinzione. Per quanto azzardata, rientrerebbe nell’orizzonte del possibile anche l’eventualità che quest’oggetto lucente abbia una sua vita sessuale.

La sua vocazione è riunire; è un pastore: odia le cose sparse, discinte, sfrangiate; è per l’ordine, la vicinanza, la comunione.

Trattiene, ma senza imprigionare: è sempre disposto a cedere ciò che ha, se lo si tratta con gentilezza.

L’esercizio delle sue funzioni è reso possibile dalla naturale elasticità del metallo, esaltata dalla trafilatura e dalla successiva costrizione nella forma. Le due punte di freccia, infatti, possono essere scostate per un apprezzabile tratto senza che l’oggetto perda la sua integrità; tende invece a ricomporre la fattezza originaria, opponendo una forza fatta di pura essenza formale alla trazione, pronto a rientrare nella idea di se stesso.

Tale elasticità gli permette di stringere tra le frecce, e ivi di trattenerli, fogli d’ogni tipo, così come fotografie, assegni, banconote e biglietti.

Quando esegue i suoi compiti, il fermaglio cambia aspetto. Le frecce, infatti, si dividono, separate dal o dai fogli interposti; gli spazi all’interno delle cornici non sono più vuoti, ora, ma racchiudono un’area che ha il colore e la consistenza del foglio fermato, più vasta da un lato, meno dall’altra.

Un tempo, capitava di frequente che individui della specie avessero la possibilità di viaggiare per lavoro. Racchiusi, insieme ai fogli trattenuti, in appositi involucri, venivano spediti un po’ dovunque, finanche all’estero o in paesi esotici. L’avvento di macchine automatiche per lo smistamento della corrispondenza, ha fatto sì che le amministrazioni preposte decidessero di sconsigliare l’uso dei nostri oggetti, perché il loro spessore e la loro durezza metallica avrebbero potuto creare nocumento alle veloci ma delicate apparecchiature.

Non è raro che alcuni soggetti vengano distolti dalla loro funzione originaria per essere utilizzati in altri modi; non sono pochi, infatti, quelli che amano giocherellare con essi, disperdendo in tal modo ansie e tensioni; va comunque rilevato che quasi sempre tali manipolazioni si concludono con la distruzione dell’oggetto, o almeno con la dissoluzione della sua forma originaria, peraltro unica artefice e insieme garanzia della sua funzione.  In alcuni casi, però, tali manovre non sono il frutto di una incosciente proiezione sull’oggetto di nostri stati emozionali, quanto una cosciente ricerca di nuove forme, ergo di nuove funzioni, utilità altre in rinnovate epifanie.

Se infatti si tiene  ferma tra pollice e indice della mano destra la punta più lunga, e contemporaneamente si inserisce l’unghia del pollice sinistro sotto la punta interna; se a questo punto si applica una trazione sufficiente a sollevare quest’ultima di circa un centimetro, senza preoccuparsi se all’inizio dell’operazione la punta tenuta nella destra tenderà a incastrarsi anch’essa sotto l’unghia, ma anzi assecondando tale slittamento; se si inseriscono adesso le punte dei due pollici nello spazio così creato per vincere la naturale elasticità del metallo e allargarle fino a formare un angolo di 180°,  ci si ritroverà in mano un gancio a forma di “esse” allungata, stato intermedio della metamorfosi, già in sé utile per molti usi.

Se avendo come punto di partenza il gancio a forma di “esse” allungata ottenuto con la manovra sopra descritta, si impugna ora la punta più grande, stringendola saldamente tra la prima falange del pollice e la seconda dell’indice della mano destra, e si inserisce la punta del pollice sinistro all’interno della freccia più piccola, con la punta dell’indice posata sull’estremità sinistra della stessa, basterà spingere in alto col pollice sinistro, facendo perno sull’indice della stessa mano, per sollevare il bordino metallico e distenderlo del tutto; si potrà rifinire il lavoro con alcuni tocchi di pollice e indice sinistri operanti in amichevole collaborazione.

Avremo così ottenuto un punteruolo munito di manico, con una lama lunga mm 40, di rara utilità per dovizia di usi, spazianti dal nettapipe all’arnese da scasso.

Si potrà, volendo, ripetere in seguito la manovra anche dal lato della punta più lunga, ora manico del punteruolo. In questo caso, ci si ritroverà, ad operazione eseguita, ad avere in mano un gradino metallico di 7 mm, con due bracci di lunghezza diseguale ai lati; quello già noto di mm 40 e un altro di mm 60. Se si stringono ora i due bracci metallici tra le punte di pollice e indice di ciascuna mano, si otterrà una specie di manovella, che può essere fatta ruotare nei momenti di inazione al posto dei pollici.

Resta ora da compiere l’ultimo passo; le manovre occorrenti richiedono all’operatore forza e perizia: il ferro, che s’è mostrato sempre accondiscendente alle operazioni finora eseguite, resisterà, infatti, a quest’ultima, definitiva metamorfosi, e sarà praticamente impossibile ottenere un risultato perfetto.

Procederemo dunque a raddrizzare anche il gradino. Nella fase intermedia, ci ritroveremo per le mani una grande lettera “L” maiuscola, per la quale possono essere di certo trovati utili usi.

Alla fine, torneremo all’origine, come è giusto e bello che accada, e avremo davanti un filo metallico di lucente color argento, del diametro di mm 1 e della lunghezza di mm 105.

(2001)

Antica danza rituale

Ogni giorno al calar del sole, davanti all’imperatore, tramite fra gli dei e gli uomini e perno dell’armonia universale, le danzatrici del balletto di corte eseguivano l’antica danza rituale. Ripetendosi sempre uguali a se stessi, la musica e i gesti influivano sul tempo e ne assicuravano l’eterna continuazione.

Un giorno la più giovane delle danzatrici fu distratta dai lucenti occhi bruni del giovane principe ereditario, e ritardò impercettibilmente un passo. Se ne accorse solo la sua anziana maestra, che trattenne il fiato, terrorizzata. Ma nulla accadde. Il sole continuò lentamente a tramontare e la danza arrivò alla fine nel momento dovuto, mentre  l’ultimo raggio abbandonava l’orizzonte.

Passarono gli anni. La giovane danzatrice era ormai diventata prima ballerina. I raffinati intenditori di corte dicevano che nessuna era mai stata più bella e più brava di lei. Una sera, mentre avvolta nel suo  pesante vestito d’oro si accingeva ad eseguire il Saluto del serpente, il più difficile dei 999 passi che componevano il balletto, la danzatrice pensò che sarebbe stato  tutto più bello ed elegante se il  dito mignolo della mano sinistra, invece di restare allineato  con le altre dita, si fosse lievemente inarcato verso l’alto. Eseguì quindi il Saluto col mignolo sollevato. La  vecchia maestra fu l’unica a notare la variazione all’antico ordine, e un brivido freddo le corse lungo la rigida spina dorsale perché capì che questa volta la ballerina non sarebbe stata perdonata. Quando la terra prese a tremare, chiuse gli occhi e aspettò la fine.

(2000)

Ragazzo del ’99

Papà era un “ragazzo del ’99”. Nato il nove giugno, fu chiamato alle armi nel maggio del ’17 e a novembre era sul Piave.

Non parlava volentieri della guerra. Mi raccontò  solo che era andato volontario negli arditi perché lì si mangiava meglio, che era colpa dell’elmetto se aveva perso tutti i capelli e che una bomba di mortaio gli era scoppiata a pochi metri, ecco perché aveva quel problema d’udito all’orecchio sinistro. In seguito gli riconobbero una pensione, per quell’orecchio, ma gliela diedero solo per due anni. Dissero che era guarito, ma non era vero. Era socialista, questo sì, e in quel certo periodo  non era una buona raccomandazione.

Dopo l’armistizio papà si prese la spagnola, e rischiò di lasciarci la ghirba scampata alle pallottole degli austriaci. Diceva che ne aveva ammazzati più l’influenza che la guerra.

Quando ero piccolo e mi portava a spasso tenendomi per mano, ogni tanto si fermava davanti al monumento ai caduti attaccato alla facciata del Duomo. Leggeva i nomi dei tanti suoi amici che non erano tornati, poi scuoteva la testa e mormorava qualcosa tra sé. Sotto quella lapide era incisa una scritta e una volta gli chiesi di leggermela. Mi facevo leggere tutte le cose scritte: manifesti, avvisi, incisioni. Quella diceva: «Farei di tutti i marmi un monumento, di tutti i lauri una corona sola». Mi piacquero quelle parole. C’era come una musica a tenerle insieme. Papà evidentemente non la pensava come me perché disse: «Che fesseria!»

Alcune cose su di lui le seppi da altri. Un suo amico mi raccontò di come erano scappati dalla Germania, dove durante la seconda guerra mondiale li avevano deportati per il lavoro coatto, e del loro lungo viaggio a piedi verso casa. Un altro mi disse che dopo la liberazione, quando in tanti volevano farsi giustizia sommaria per vendicare i torti subiti, aveva salvato la pelle a diversi fascisti, tra cui qualcuno che non pochi guai gli aveva procurato in precedenza.

Comunque nel 1968 la Patria si ricordò di quei suoi giovanissimi figli che mezzo secolo prima avevano contribuito a fermare l’avanzata degli austriaci dopo Caporetto, e venne istituito l’Ordine cavalleresco di Vittorio Veneto.  Prevedeva una medaglia d’oro per tutti quelli che avevano prestato servizio per almeno sei mesi durante la guerra 1914-18 o durante le guerre precedenti, e la croce di Cavaliere per i combattenti della prima guerra mondiale e delle precedenti guerre decorati della croce al merito di guerra.

Papà le ebbe tutte e due.

Gli diedero anche un assegno annuale di sessantamila lire, da riscuotere in due rate. Non erano granché neanche allora. Insegne e diploma finirono chiusi in un cassetto. Li tirai fuori io un paio d’anni più tardi, quando cominciai a lavorare in città. Li feci incorniciare e appesi il quadretto nell’ingresso. Papà mi guardò mentre eseguivo l’operazione, ma non disse niente.

L’unico a chiamarlo Cavaliere era Bruno, un collega del quale ero diventato amico e che ogni tanto veniva a cena da noi. Gli piacevano da morire i maccheroni alla chitarra  che faceva mamma. Se ne mangiava ogni volta due piatti pieni. «Signora Gina» le diceva, «buoni come li fa lei non li fa nessuno». La prima volta che fu nostro ospite notò il quadretto col diploma e le medaglie e più tardi a tavola, tra una forchettata e l’altra, disse a papà che secondo lui quello di Vittorio Veneto era il più prestigioso degli ordini cavallereschi perché a numero chiuso. «Mai più nessuno potrà entrare a farne parte» argomentò. Papà lo guardò con un piccolo sorriso, poi gli versò  del vino nel bicchiere e gli disse: «Provi questo rosatello, e mi dica se non è speciale».

(La fotografia è di Beniamino Procaccini; le medaglie sono quelle autentiche di mio padre).

Oggetti preziosi: la bicicletta

Pubblicato il 24 agosto 2012 da Tiziano Scarpa sul sito della rivista

 

Oggetti preziosi: la bicicletta

di Roberto Michilli

Arrivò in una sera d’estate. Quella bicicletta era il regalo di mamma e papà per essere stato promosso all’esame d’ammissione alle medie. Era costata ventiquattromila lire, una enormità. Non ero stato io a chiederla, non l’avrei mai fatto: sapevo quanto fossero duri da guadagnare i soldi per i miei. Ma da tempo mia madre metteva da parte il necessario per comprarmela. Faceva sempre così, lei. Risparmiava per mesi, per anni, anche, e un bel giorno diceva che si poteva comprare la cucina nuova, oppure il frigorifero o la televisione.

Il camion si fermò nella piazzetta di San Francesco. Ad aspettarlo c’eravamo noi tre, insieme al negoziante e al suo meccanico. L’autista la scaricò. Era protetta da un involucro di cartone. Quando lo tolsero, la mia Vicini Sport apparve in tutto il suo splendore. Il telaio era color dell’oro, le cromature splendevano. Aveva le gomme bianche, il cambio a quattro rapporti e la borraccia. Nel borsellino di cuoio marrone appeso dietro al sedile c’erano i ferri per togliere il copertone, il mastice e le pezze per riparare le forature. Avrei voluto provarla subito, ma il meccanico mi spiegò che oltre ad avvitare i pedali, doveva prima controllare i freni, stringere i vari bulloni, registrare la catena, regolare il manubrio e il sellino. Quando finì, era ormai troppo tardi per provarla su strada, così mi limitai ad arrivarci fino a casa mia, che era lì vicino. La portai su per le scale e fin dentro la cucina. Non mi fidavo a lasciarla sul terrazzo. La notte, non riuscivo a prendere sonno. Ogni tanto lasciavo il letto e andavo a rimirarla. Era la prima bicicletta che possedevo. Avevo imparato tardi, ad andarci, non era facile trovarne una per provare. Un’estate, il mio amico Franco, che veniva ogni anno in paese da Chieti per passare le vacanze dalla nonna, m’aveva prestato la sua. M’ero buttato allora giù per la discesa del Fosso di Manzo, con i piedi lontani dai pedali che giravano vorticosamente. La velocità favoriva l’equilibrio e in breve avevo anche imparato a pedalare.

Mi svegliai che non erano nemmeno le sei. Mamma, però, s’era già alzata e m’accompagnò fin giù al portone. «Sta’ attento» mi disse sorridendo alla mia gioia, mentre partivo. Il cielo era sereno, l’aria fresca, e io volavo leggero giù per la discesa di San Michele.

_______________

Roberto Michilli (Campli, 1949) vive a Teramo. Ha pubblicato alcune raccolte di poesie, i romanzi Desideri (Fernandel 2005), Fate il vostro gioco (Fernandel 2008), La più bella del reame (Galaad 2011) e La chiarezza enigmatica. Conversazione su Giuseppe Pontiggia (con Simone Gambacorta, Galaad 2009). Il suo blog è qui.

Che serà, serà

Passava per la strada di casa mia tutte le sere. Noi eravamo lì a giocare, ma ci fermavamo subito appena la vedevamo apparire dalla strada di Perlina. Era andata a prendere il vino per suo padre; la bottiglia, appesa alla mano, oscillava al ritmo del suo passo danzante. Ballava, infatti, avanzando: saltava da un piede all’altro sulle sue basse scarpe di vernice nera con il bottoncino e ogni tanto faceva anche una piroetta. La gonna blu a pieghe, allora, si alzava e le formava una ruota attorno alla vita. Anche le sue trecce si sollevavano. Quand’era più vicina, potevamo sentirla cantare. Era sempre la stessa canzone, e ogni volta ci muoveva qualcosa nel petto. Rosanna cantava: “Che serà, serà, che cosa succederà”; noi guardavamo su, verso il cielo  azzurro cupo dove cominciavano ad apparire le prime stelle, e cercavamo di leggervi il nostro futuro.