Storie sospese – 8

«Mi sposo tra un mese» disse Vinicio posando sulla tovaglia il tozzo bicchiere dal quale aveva appena bevuto un sorso di vino rosso.
La sorella rimase con la forchetta a mezz’aria; alla mamma andò di traverso il boccone, e fu necessario che la figlia si alzasse e facesse di corsa il giro del tavolo per andare  a batterle sulla schiena.
Quando l’accesso di tosse si fu calmato, la donna guardò il figlio, che continuava tranquillamente e mangiare, e disse:  «Come ti sposi? che significa?»
«Significa che prendo moglie, mamma» disse Vinicio che aveva finito  i bucatini e adesso stava raccogliendo il sugo residuo con un pezzo di pane. Lo disse in tono allegro, sembrava si stesse divertendo alla sorpresa delle due donne. L’aveva messa in conto, del resto, e loro avevano ragione ad essere stupite: una cosa del genere, detta così all’improvviso, da uno che al matrimonio non aveva mai pensato e che aveva ormai passato la cinquantina… 
Fu proprio quello che gli ricordò sua madre:  «Ma hai cinquant’anni!» disse infatti la donna in tono scandalizzato.
«Papà ne aveva quarantanove quando vi siete sposati» ribatté calmo Vinicio.
«Ma erano altri tempi, c’era stata la guerra, e poi la prigionia…»
«Comunque aveva quarantanove anni» ripeté Vinicio che adesso stava togliendo lo stuzzicadenti a un involtino.
La sorella aveva assistito in silenzio al battibecco fra la madre e il fratello. Era tornata al  suo posto, ma aveva smesso di mangiare. Teneva le mani sulla tovaglia, posate ai lati del piatto, e guardava ora l’uno ora l’altra. Adesso che tra i due era subentrato un momento di silenzio chiese: «Lei chi è?»
Ecco, era arrivato il momento che temeva, si disse Vinicio. Adesso bisognava dirlo, quel nome. Bevve un altro  sorso di vino, posò il  bicchiere e guardò le due. Gli tenevano entrambe gli occhi puntati addosso. Deglutì a vuoto un paio di volte, pensò che gli sarebbe piaciuto essere da qualche altra parte, poi si dette del vigliacco e infine, tenendo lo sguardo rivolto davanti a sé disse: «E’

(1996)

Storie sospese – 7

Forse è accaduto anche a voi di svegliarvi una mattina e di non fare in tempo ad aprire gli occhi che subito un pensiero importuno si insinua nella testa.
E’ come se fosse rimasto in agguato per tutta la notte dietro le palpebre chiuse e approfittasse ora di quel loro primo disserrarsi per invadere la mente. Adesso è lì, e non si farà scacciare tanto facilmente, anzi reclama con insistenza tutta la nostra attenzione e siamo improvvisamente e disperatamente lucidi e ci arrovelleremo per ore su questo messaggio imprevisto arrivato dai più remoti penetrali della coscienza.   
Fino a qualche tempo addietro, per la verità, a me capitava molto di rado. I miei risvegli erano sempre stati estremamente difficoltosi, il passaggio dal sonno alla veglia avveniva in modo lento e graduale e inoltre, anche dopo aver finalmente aperto  gli occhi, per diversi minuti ancora il mio cervello continuava a  galleggiare in  una sorta di nebbia, che per diradarsi e infine dissolversi aveva bisogno di tempo e dell’aiuto prezioso d’una buona tazza di caffè bollente. 
Da qualche mese, invece, il fenomeno mi si presenta con una frequenza e una regolarità sconcertanti. Quasi ogni mattina, infatti, trovo uno di questi briganti acquattato appena oltre le mie ciglia, pronto ad assalirmi al loro primo sollevarsi ed a costringermi a una immediata e inopinata lucidità.
Oltre a questa straordinaria nitidezza, i pensieri che trovo ad aspettarmi al risveglio hanno in comune anche un’altrettanto poco piacevole caratteristica: sono sempre tristi infatti, e a volte addirittura angosciosi. Rimpianti e ricordi mesti rivissuti con crudele ricchezza di dettagli; atmosfere e ambienti a loro legati ricostruiti con incredibile precisione fin nelle più minute sfumature, per fare in modo che neppure la minima stilla della malinconia  di cui sono impregnati vada perduta: cosa c’è di meglio per iniziare la giornata?
Non c’è modo di evitare questo proditorio assalto, almeno io non ne conosco. L’unica difesa che sono riuscito ad escogitare consiste nel non opporre resistenza al pensiero, nel non rifiutarlo, cosciente del fatto che il suo stesso apparire risponde a una precisa esigenza del mio subconscio che non va contrastata se non voglio che la mia anima si ammali e muoia. Bevo pertanto fino in fondo l’amaro calice e lascio  che la pozione  faccia per intero il suo effetto. Per consolarmi, mi illudo che la medicina, per quanto amara, in fondo mi faccia bene. Del resto, anche l’olio di ricino che ci davano da ragazzi aveva un sapore orribile, ma non si può negare che finisse  per rivelarsi efficace nei confronti del nostro imbarazzo intestinale.
Con questo sistema sono riuscito bene o male a tirare avanti, fino a quando non   

(1999)

Storie sospese – 6

 

Posso precisare con assoluta esattezza il momento in cui decisi di ammazzarlo: erano le undici e dieci di giovedì 5 luglio.

Mandai a compimento quel proposito soltanto quattro mesi dopo, in una fredda sera di novembre. Dovetti aspettare a lungo perché mi ci volle tempo per elaborare un piano e aspettare poi l’occasione propizia, ma quel figlio di puttana era virtualmente morto nel momento in cui i suoi occhi incrociarono i miei in quella torrida mattina estiva e io vidi la gioia maligna che gli riempiva l’anima.

Ma forse è il caso che racconti tutto dal principio

(1998)

Storie sospese – 5

   

Non ce la facevo a starmene in casa, avevo troppo caldo. Le mura si sono surriscaldate con il clima africano che ci ha perseguitato nelle ultime due settimane, e mentre fuori l’aria è già cambiata, all’interno ancora si soffoca. Forse non era solo per il caldo, ad ogni modo di scrivere nemmeno a parlarne e di leggere non me la sentivo, che potevo fare allora? Dovevo ridurmi a guardare la televisione fin dalla mattina come un vecchio rincoglionito? Così mi sono deciso a uscire. Non che mi facessi illusioni. Sapevo che avrei dovuto affrontare il traffico e poi girare a lungo per trovare un parcheggio e poi il sole mi avrebbe dato fastidio e poi avrei dovuto fare pipì e trovare un bar e poi, magari, avrei anche incontrato qualcuno che non mi andava di vedere ecc. ecc. Comunque sono uscito. Mi stavo immalinconendo, a starmene in casa da solo, mi veniva voglia di piangere e non è certo un buon segno.

C’era il sole, sì, ma l’aria era fresca, e anche in macchina si respirava. La luce, poi, era magnifica: sembrava una di quelle mattine d’estate di trent’anni fa, quando l’aria era sempre trasparente e i desideri abitavano ancora il cuore.

Mi sono ricordato che da tempo dovevo comprare delle lampadine e mi sono diretto verso il negozio dove mi servo di solito. Il traffico era scorrevole, e ho trovato subito un parcheggio, regolare, gratuito e all’ombra, per di più. Ai pessimisti che non s’aspettano mai niente di buono da lei, la vita a volte si diverte a fare una bella sorpresa.

Quando sono sceso dall’auto ero fresco come appena uscito di casa, nemmeno una stilla di bagnato fra le mammelle, il primo punto in cui comincio a sudare. Per sottolineare quel raro stato di grazia, ho deciso di concedermi un altro caffè. Reso baldanzoso dal momento favorevole, ho voluto arrischiarmi a prenderlo in un locale aperto da poco, molto alla moda fra i giovani e di cui si dice un gran bene. Il locale era fresco, pulito e accogliente, il barista gentile e il caffè superbo. Sono uscito con la convinzione d’essere incappato in una di quelle giornate magiche in cui tutto è destinato ad andar bene. Non me ne sono capitate tante nella vita, ma pure qualche esperienza di questo tipo l’ho fatta. Hai la sensazione che tutto giri per il verso giusto, che le cose si incastrino una nell’altra con dolcezza e fluidità, senza scosse e senza urti.

Ricordandomi dell’acquisto che dovevo fare e che m’aveva portato in quella zona, mi sono diretto verso il negozio. E’ su una strada parallela a quella che stavo percorrendo, e c’è una galleria a unirle. Ci sono belle vetrine lì sotto, e m’ero fermato a guardare quella di una libreria

(1998)

Storie sospese – 4

 

Una volta l’ho anche misurato, il Corso. L’ho fatto di notte, diversi anni fa. Uscivo dal Circolo, da solo, e anche se era molto tardi non avevo ancora voglia di andare a dormire. Decisi di fare quattro passi. In giro non c’era anima viva. Non so come mi venne in mente quell’idea balzana. Forse perché, camminando a capo chino, immerso nei miei pensieri, notai per la prima volta che le mattonelle d’asfalto grigio con cui è pavimentata la strada sono disposte a spina di pesce e formano un disegno geometrico incoerente e disordinato, di cui è difficile cogliere il ritmo. Il confine con la piazza grande, dove il Corso va a perdersi, è però marcato da due file parallele delle stesse mattonelle disposte in senso longitudinale rispetto ai marciapiedi. La spina di pesce, insomma, lì si interrompe bruscamente e se la si sta seguendo con gli occhi, come facevo io in quella camminata oziosa, incontrando quel confine si ha insieme un moto di sorpresa e di sollievo. Sì, perché quelle due linee rette, col loro andamento razionale e definito, riportano all’ordine e al comprensibile la mente che stava invece perdendosi nell’intreccio senza inizio e senza fine formato dal resto della pavimentazione. Spinto da un impulso indefinibile, andai allora a mettermi con i piedi uniti sopra quelle due file diritte, poi mossi il primo passo e cominciai contemporaneamente a contare. Mi sforzai di mantenere un’andatura costante e contai così quattrocento passi giusti prima di incontrare, all’altra estremità del rettifilo, una doppia fila di mattonelle in tutto simile a quella donde ero partito. Giacché c’ero, misurai anche la larghezza: dieci passi dal bordo di un marciapiede all’altro.

Da allora, quando lo percorro in compagnia di qualche amico, in quello struscio serotino che fa parte delle nostre più radicate tradizioni, mi servo sempre di quel lontano riferimento e mentalmente vengo annotando le “passate” che facciamo in su e in giù lungo i marciapiedi. Alla fine, magari mentre me ne torno a casa per la cena, moltiplico il totale per quattrocento e ottengo il numero dei miei “passi perduti”. Ho notato che mediamente ne faccio una decina a sera di quelle “calate”, come le chiamiamo noi, quattromila passi ogni volta, quindi, che sono poi tutto il moto che mi concedo nella giornata. Non è molto, ma è certo meglio di niente; almeno è fatto con regolarità, ché solo in casi eccezionali manco a questa che è una delle mie più care abitudini e serve a farmi mettere il naso fuori di casa in ogni stagione.

Una sera stavo camminando insieme col mio amico Vincenzo. Eravamo a metà del Corso, all’altezza del bar Aquila d’oro, 

(1998)

Storie sospese – 3

 

Il cameriere mi guarda. Sta raccogliendo i bicchieri vuoti da un tavolo accanto al mio, ma guarda me. Del resto, è già mezz’ora che sto seduto e ancora non ho ordinato niente. Quando sono entrato e m’è venuto vicino, gli ho detto che aspettavo un amico, ed è la verità. Solo che l’amico ritarda, e davvero non so spiegarmi il perché, visto che è stato lui a telefonarmi a casa e a chiedermi di vederci qui. Scrivo per ingannare l’attesa. Giro sempre con un taccuino addosso. Troppe idee e pensieri mi sono scappati per sempre perché non li ho fissati, così mi sono attrezzato. In tasca ho anche un piccolo registratore, ma non mi sembra il caso di mettermi a dettare, adesso.

Il cameriere mi passa accanto col vassoio su cui ha sistemato i bicchieri vuoti. Mi lancia un’altra occhiata. Forse è il caso che mi decida a fargli quest’ordinazione, così la smetterà di puntarmi.

Fatto. Ho chiesto un punch al cioccolato. Mi sembra che una cosa calda ci stia bene. Siamo ai primi d’ottobre, ma fa già molto freddo, e piove, accidenti, piove da due giorni ormai. Sono seduto accanto a una vetrata e a pochi centimetri dalla mia faccia il vetro è coperto da minute gocce d’acqua. Ogni tanto una più gonfia delle altre comincia a mostrare segni d’irrequietezza, finché pian piano si muove. All’inizio è un cammino lento e incerto il suo, ma poi raggiunge un’altra goccia, si unisce a lei e fatta più grande e più pesante si rimette in moto con maggior sicurezza. Tocca così una terza goccia, una quarta e si forma infine un rivolo che scorre sempre più veloce sul vetro, fino a smarrirsi in una scanalatura del telaio di ferro. Per qualche minuto seguo con lo sguardo alcuni di questi minimi eventi.

Mia moglie s’è meravigliata vedendomi uscire dopo cena. In una sera come questa, poi. Non esco quasi mai, in effetti. Giusto ogni due o tre mesi per una cena con gli amici fotografi e qualche volta per andare al cinema, ma devono fare uno di quei film imperdibili, perché m’è duro rivestirmi una volta che sono rientrato a casa e mi sono messo comodo.

Ma è stato Johnny a chiedermelo, e a lui certo non potevo dire di no. Meno male che ha risposto mia figlia al telefono, così sanno che è stato davvero il mio amico a telefonarmi, sennò mia moglie chissà che poteva pensare.

Mi ha guardato lo stesso in un certo modo… Ha antenne sensibili, lei. Mi ha chiesto: – E’ successo qualcosa? Le ho detto di no, ma non lo sapevo cos’era successo. Johnny mi aveva detto solo: – Ho bisogno di parlarti. E senza lasciarmi il tempo di dire niente aveva aggiunto: – E’ una cosa seria. Vediamoci alle dieci al bar che sta davanti all’ingresso del porto. Parlava rapido; aveva una voce strana, tesa, più acuta del solito.

Il cameriere mi ha appena portato il punch. Ne ho bevuto un sorso un po’ troppo abbondante e mi sono scottato la lingua. Non ci voleva, cazzo; non mi fa molto male, ma adesso non farò che sentirmi ‘sta cavolo di lingua strana, e sarò nervoso. Già avevo il pensiero dei piedi bagnati a preoccuparmi. Sì, ho le scarpe con la suola di gomma, porto sempre scarpe di questo tipo, del resto, ed è anche vero che la suola è bella spessa, ma basta l’idea di aver camminato sul terreno bagnato a farmi sentire i piedi umidi. Sembra folle, lo so, ma ognuno ha le sue fisime. Io sono fatto così, e ho imparato ad accettarmi e Dio sa se è stato facile.

Ho appena guardato l’orologio. Manca un quarto alle undici. Comincio a preoccuparmi. Per un istante ho pensato di chiamare Johnny a casa, ma poi mi sono detto che era meglio non farlo: forse la moglie non sa niente di questa storia e allora non è il caso di farla preoccupare.

Un istante fa è suonato il cellulare. Pensavo fosse lui, invece era mia moglie che chiedeva se andava tutto bene. E’ terribile, quella donna, sente l’erba crescere. Stiamo insieme da vent’anni e non l’ho mai tradita né ho intenzione di farlo, anche perché sono convinto che, se lo facessi, se ne accorgerebbe la sera stessa. Ho dovuto dirle che Johnny non era ancora arrivato. Mi ha detto di farle sapere.

La pioggia è più intensa, ora. Sui vetri, l’acqua non apre più sentieri unendo gocce distanti l’una dall’altra, ma scorre come un piccolo torrente in piena. La vetrata dà sulla strada, mi sforzo di guardare attraverso il vetro così bagnato e il fitto velo di pioggia che è al di là, ma non riesco a vedere niente. Ogni tanto passa un’auto, e le luci rosse degli stop si sgranano e si rifrangono attraverso l’acqua così da sembrare colorati all’acquerello.

C’è poca gente nel locale. Il gruppetto più numeroso è in una saletta accanto dove c’è il televisore acceso. Lo tengono a basso volume, per fortuna. Quelli seduti ai tavoli sono silenziosi. Bevono vino bianco. Hanno dei berretti di lana in testa, credo siano pescatori. E’ la prima volta che entro in questo bar. Ci vengo di rado al porto. Abito su in paese e se devo dire la verità, nemmeno mi piace tanto il mare. Sono un uomo di terra io, nato in campagna e vissuto lì fino a quando non ho conosciuto mia moglie, che invece è di qui. Io c’ero venuto a lavorare. Non era stata una mia scelta, mi ci avevano mandato. Sono un insegnante. Ho una cattedra di italiano alle medie e mia moglie l’ho conosciuta a scuola. Lei insegna ginnastica. Quando ci siamo sposati, siamo andati a vivere a casa sua. C’erano ancora i suoi, allora, ma la casa era molto grande. Prima stavo a pensione da una vedova, insieme a diversi impiegati.

Scrivendo non mi sono accorto che il tempo passava. La scrittura mi ha preso la mano, come spesso avviene. Questo era solo un esercizio per far passare il tempo dell’attesa, e invece mi accorgo che stavo cominciando a darci dentro sul serio. Ad ogni modo sono ormai le undici e Johnny ancora non si vede. Non posso stare qui ancora a lungo, mi sento un cretino a starmene seduto da solo a questo tavolo. Chissà cosa penseranno di me gli altri avventori. Uno che sta seduto a un tavolo da solo, beve punch al cioccolato e scrive su un piccolo taccuino. Sembrano farsi i cavoli loro, ma sono certo che di sottecchi mi guardano. Devo darmi un tempo limite. Guardo l’orologio. Sono le undici e cinque. Mi sto dicendo che se non arriva per le undici e un quarto

(1998)

Storie sospese – 2

L’orologio sulla torre del Duomo batté la mezzanotte.   I rintocchi risuonarono cupi nei vicoli deserti della città vecchia.   Il selciato era lucido per la pioggia caduta in serata; nei punti più sconnessi l’acqua ancora ristagnava in larghe pozzanghere nelle quali si specchiavano i radi lampioni. Faceva molto freddo.
A metà d’una viuzza ripida s’aprì un portone e ne uscì una donna. Senza chiudere il battente dietro di sé s’avviò giù per la discesa.
Camminava al centro della strada. Indossava solo una camicetta bianca e una corta gonna scura.  Ai piedi calzava scarpe di vernice nera dal tacco altissimo. Non aveva borsa, né cappello. I capelli neri e lucidi le ricadevano fino a metà della schiena. Il volto era pallido, gli occhi sbarrati, le labbra aperte, il respiro affannoso.
Camminava svelta, i suoi tacchi puntuti ticchettavano veloci sui sampietrini. Teneva le braccia rigide lungo i fianchi, i pugni serrati. Si voltava spesso, come se temesse d’essere seguita.
Giunta alla fine della discesa, dove la viuzza incrociava una strada più larga,  la donna si fermò e si girò ancora una volta a guardare la strada che aveva appena percorsa. Restò per qualche istante così, assorta, lo sguardo fisso. Rabbrividì e si strinse le braccia al petto. Sembrò accorgersi solo allora del freddo e del suo abbigliamento leggero. Si strofinò le braccia, poi prese a sinistra. Il suo passo però non era più così deciso, s’era fatto incerto, anzi, esitante, sembrava non sapesse dove andare.
In lontananza apparvero delle luci. Un’auto si avvicinava. Era un taxi, si vedeva l’insegna accesa sul tetto. La donna alzò la mano e l’agitò nell’aria. Il taxi rallentò fin quasi a fermarsi. Quando fu all’altezza della donna, l’autista si chinò per guardarla dal finestrino. Qualcosa nell’aspetto di lei dovette apparirgli poco rassicurante perché si raddrizzò e subito l’auto riprese velocità.
La donna restò per qualche istante con braccio alzato a guardare il taxi che si allontanava, poi si strinse di nuovo le braccia al petto e