Desideri su Yeerida

cop-des1

2005

Il romanzo si può leggere gratuitamente sul sito di Yeerida: http://bit.ly/26eHoOS

Desideri Yaandee

Ci accoglie così “Desideri” di Roberto Michilli, un collage di quattro storie che racconta gli sforzi, le sofferenze e la determinazione nella lotta per raggiungere l’oggetto del desiderio dei suoi protagonisti, con l’impeccabile stile di Fernandel Editore: http://bit.ly/26eHoOS.

Fino a che punto può spingersi l’essere umano mosso da questo stato di affezione dell’Io?


Rosa Polacco su Desideri, «Il Foglio», 19 novembre 2005:

Un romanzo polifonico, questo “Desideri”: quattro storie, distanti tra loro, s’intrecciano in una solida architettura: storie di buona borghesia di provincia, dove tutti sono ricchi, belli e infelici. Il filo conduttore, il pretesto e insieme la tesi, è il desiderio, vero protagonista che sposta la trama apparentemente leggera sul confine del giallo psicologico. Il desiderio è definito nel suo senso etimologico e desueto: è ciò che manca ed è perduto, assente e struggente. Angelo desidera Valeria, plagiata e rapita da uno psicoterapeuta da salotto televisivo; Elio cerca la casa dei suoi sogni, una villa di campagna abitata dagli spettri del pettegolezzo; Claudia ha semplicemente bisogno di un amante e Debora, o il suo fondo schiena, è l’oggetto irrinunciabile della bramosia boccaccesca di un uomo. Piccola città, bastardo posto, di pellicce e fuoristrada, di persone per bene che hanno risolto i momenti cruciali della vita: lavoro, matrimonio, figli. Ora, liberi dai banali nodi dell’esistenza, possono concedersi il lusso di un desiderio, di qualche futile necessità che è in sostanza simbolo di una noia e nemesi di scelte sbagliate. Conoscere il proprio desiderio significa riconoscerne la qualità e il limite, spiega Michilli, ma il desiderio esaudito è sempre punizione e vergogna, e in tre storie su quattro addirittura morte. D’altra parte, su queste pagine che si fanno via via più inquietanti, aleggiano sempre la presenza dell’irrazionale, della superstizione contadina e della magia, affatto gotica ma piuttosto retaggio di un piccolo mondo antico. Ogni racconto, interrotto e intersecato agli altri, ha un suo stile e un suo linguaggio: come spiega l’autore nella deliziosa nota finale, lo schema secondo cui le storie si intrecciano è quello del madrigale e il legame più seducente è quello musicale per cui le quattro parti “hanno ciascuna un diverso tempo interno, dato dal numero delle pagine ma anche dalla diversa velocità del racconto e si succedono in modo da richiamare i movimenti di una sinfonia classica”. Così la storia dei due sfortunati amanti ricorda un Allegro Vivace, la ricerca della casa in campagna un Adagio, il desiderio sessuale un Allegro ma non troppo. Alla fine torna in mente l’aforisma da maglietta di Oscar Wilde: a questo mondo vi sono solo due tragedie: una è non ottenere ciò che si vuole, l’altra è ottenerlo.


 

 

Note di diario. 17 Luglio 2001

Tra l’otto giugno di quest’anno e oggi, ho scritto le sinossi di alcuni lavori. La prima scheda è stata quella di La dea nera. Mi serviva per allegarla al manoscritto che volevo mandare a un editore. La cosa non m’è dispiaciuta, così ho continuato. Dilettandomi nella compilazione, mi sono accorto che buona parte delle storie (Tè per due; Fiorisce; Due vite; Claudia; Deborah; ma anche La Dea nera, Favola, Fate il vostro gioco e chissà quante altre), hanno in fondo lo stesso tema: raccontano la forza dirompente del desiderio, capace di sconvolgere col suo irrompere anche le vite più ordinate, travolgendo le difese meglio disposte. Non mi stupisco certo nel riscontrare la presenza costante di questo motivo: ho sempre considerato il desiderio (latamente inteso) una delle poche (la sola?) autentiche forze vitali. Le storie, scritte senza “premeditazione”, seguendo l’unico criterio che piacessero a me (mi interessassero, le sentissi “mie”), hanno finito così per rispecchiare una mia convinzione profonda. Mi sembra un confortante segno di autenticità.
A prima vista, tale modo di procedere sembra l’esatto contrario di quanto consigliato da Peppo Pontiggia (indirizzare la prua verso temi che ci coinvolgano profondamente). E’ così? Oppure è la stessa cosa?
Provo a chiarirmi a me stesso: per andare in una direzione voluta, bisogna conoscerla: dovrei quindi scoprire prima cos’è che mi interessa davvero (ci ho provato, del resto, e il desiderio è uscito fuori subito). Altrimenti ci si può mettere per mare senza rotte predeterminate, nemmeno in modo approssimativo, e andare a naso, seguendo l’istinto, il gusto, il piacere di viaggiare, il vento. Si arriverà così a scoprire cose di noi che non sapevamo, o altre che non ci erano ignote ma che per questa via ritroveremo ancora più vere.
Ad ogni modo, ecco le schede:

LA DEA NERA (1995)
La “dea” del titolo è una Citroën “Déesse” 23 Pallas di colore nero, di proprietà del Dottor Aldo P., funzionario di banca cinquantenne, uomo solitario e schivo, nella cui vita tranquilla entra una giovane donna dal passato burrascoso e dal presente incerto, Anna, che è anche mamma di un bambino di pochi mesi. Con spregiudicatezza e decisione, Aldo riuscirà a liberarla dai pericoli che la minacciano. Alla scrittura del finale dovrebbe collaborare il lettore. La storia, infatti, non ha una conclusione univoca. Nati come ipotesi di lavoro, i finali alternativi sono rimasti tutti in piedi perché l’autore non si è sentito di sceglierne uno. (8 Giugno 2001)

FAVOLA AGRESTE A LIETO FINE (1995)
Fino a un paio d’anni fa, Elio Santi era un uomo sereno, pieno di interessi e curiosità. Li coltivava al riparo di un lavoro tranquillo e ben retribuito, scelto proprio per lasciare spazio a passioni e scoperte. Poi, in modo dapprima quasi inavvertibile e quindi con una preoccupante accelerazione, la sua carica vitale ha preso ad esaurirsi e adesso si ritrova, sulla soglia dei cinquant’anni, privo di motivazioni e spinte, in preda a una depressione da cui non riesce a individuare le cause. Ha una bella famiglia, lui e i suoi godono di buona salute, non ha problemi economici, eppure è triste, accidioso e stanco. Cerca di reagire correndo dietro all’unico sogno che scopre ancora vivo tra i tanti che un tempo abitavano il suo cuore. Decide così di comprarsi una vecchia casa in campagna e di restaurarla. Dopo aver cercato a lungo, trova infine ciò che fa per lui. (10 Luglio 2001)

GIULIA e altre solitudini (1991)
Un uomo e una donna, in auto. Silenziosi, distanti a dispetto della vicinanza forzata imposta dallo spazio ristretto. Sono diretti in un posto che solo la donna conosce, come facevano all’inizio della loro relazione quando lei doveva dirgli qualcosa che riteneva importante, e aveva bisogno di una cornice adatta per farlo. In attesa di arrivarci e approfittando del silenzio, l’uomo ripensa alla loro storia, che sente arrivata alla fine. Ciò che lei gli dirà, però, scuoterà le sue certezze, e gli farà scoprire che le cose e le persone, intorno a noi, sono come sono, e non come ce le raccontiamo. (10 Luglio 2001)

FATE IL VOSTRO GIOCO (1991-92)
L’ottobre del ’91 regala giorni di assoluto incanto ai fortunati abitanti di una cittadina affacciata sull’Adriatico. Il cielo è sereno, la brezza fresca, il sole scalda senza bruciare. Dalle vetrate della trattoria dove va a consumare i pasti, un esperto di computer in città per lavoro può riempirsi gli occhi con il verde smeraldo e l’azzurro cupo del mare. Intanto, un anziano signore molto elegante con cui ha fatto amicizia gli racconta una storia accaduta una quindicina d’anni prima. Ne sono protagonisti un gentiluomo di mezz’età un tempo amante della bella vita, un Casinò pieno di soldi, un piccolo computer Apple, un giovane genio dai capelli rossi e una bella donna bionda che non dimentica. (15 Luglio 2001)

LETTERA DA UN AMICO (1997-2000)
“Ho deciso di uccidere Valeria e poi di suicidarmi” scrive Angelo all’amico che li ha fatti conoscere. Per spiegare il terribile gesto che si accinge a compiere, racconta la storia del suo amore: l’incanto dei primi mesi, l’incidente che segna la fine della sua felicità, l’incontro fatale con l’uomo che gli porterà via la sua donna, la lunga, difficile e inutile lotta per riconquistarla. (14 Luglio 2001)

CLAUDIA (1997-2000)
Claudia ha quarant’anni quando nella sua vita quieta, ordinata e senza amore irrompe, prepotente, il desiderio. Assume le forme di un giovane alto, abbronzato e vestito con eleganza, che ha larghe spalle d’atleta, capelli biondo scuro e risponde al nome di Matteo. Claudia resiste finché può, poi decide di abbandonarsi. Scopre, però, e non senza una certa sorpresa, che non basta la sua volontà a determinare gli eventi. Forse aveva pensato che una volta deciso di averlo, bastasse allungare la mano e prenderselo, ma deve ricredersi, perché se lei vuole Matteo con tutta se stessa, il giovane non vuole lei. A Claudia sembra terribile e crudele che l’amore possa restare non ricambiato, ma dopo il primo momento di sconforto, reagisce con forza. E’ abituata a lottare, del resto: tutto ciò che ha, se lo è conquistato con tenacia, pazienza e determinazione. Le stesse doti deve metterle in campo adesso, se vuole raggiungere il suo scopo. (14 Luglio 2001)

FANE’ (1997-2000)
“Un odio sincero e genuino aiuta a vivere meglio e a invecchiare bene. Guai a chi non ha nemici: perde uno dei più potenti stimoli vitali che esistono”.
Lo dice l’anziano ma vispo Cavaliere accingendosi a raccontare una storia al giovane amico seduto con lui su una panchina della Villa Comunale, all’ombra di una folta cortina di lecci che regala loro ombra e frescura in un caldissimo pomeriggio d’estate.
La storia è quella di due persone molto diverse fra loro, unite da una grande amicizia, poi separate dall’amore per la stessa donna e quindi riunite di nuovo, dopo averla perduta entrambi, dall’odio, un sentimento di segno negativo, ma ugualmente capace di tenere legate due vite.
Alla fine, il Cavaliere dà questo consiglio al giovane che è con lui: “Si allevi fin da ora un bel nemico. Se ha qualcuno che già le sta un po’ sullo stomaco, un tizio che le ha usato un piccolo sgarbo, una persona che, almeno, le è un tantino antipatica, ebbene coltivi questi piccoli risentimenti e cerchi di farli crescere e irrobustire fino a diventare un odio conclamato. Avrà trovato allora una compagnia fidata per i suoi anni a venire. Non sarà mai più solo. Il suo nemico le sarà vicino anche quando i suoi figli si allontaneranno da lei, anche se lei dovesse restare senza parenti o amici.” (14 Luglio 2001)

DEBORAH (1998-2000)
Fino a che punto sareste disposti ad arrivare, per ottenere una cosa che desiderate con tutte le vostre forze?
Un esempio istruttivo. (14 Luglio 2001)

FIORISCE E SI SFOGLIA LA ROSA (1996)
Se fuori incombe l’afa opprimente di un torrido pomeriggio estivo, provate a cercare riparo nella fresca e riposante penombra del tranquillo locale di Gino, detto il Budda. Prendete posto a un tavolo. Mettetevi comodi. Il Budda vi servirà deliziosi crostini di alici e tenera insalata di mare, accompagnati da freschissimo vino bianco. Potrete anche fare una partita a tressette in una scelta compagnia, se ne avete voglia, oppure ascoltare un uomo dai modi distinti che con voce pacata racconta la storia dell’amore improvviso e irruento che ha travolto la sua vita. (14 Luglio 2001)

IL TEMPO SOSPESO (1989-91)
Dopo aver girovagato a lungo per il mondo sulla spinta di una concezione romantica del proprio mestiere, un medico quarantenne sente il bisogno di fermarsi per una pausa di riflessione, e trova lavoro nell’ospedale di una città di provincia. Scoprirà un mondo e incontrerà l’amore, anche se per poco. (15 Luglio 2001)

IL PENDOLARE (1991)
I lunghi e noiosi tragitti settimanali si trasformano in occasioni attese con ansia, quando sullo stesso pullman prende a viaggiare una donna affascinante e misteriosa. (15 Luglio 2001)

CONCORSO PUBBLICO (1993)
Le prove di un concorso si rivelano funzionali allo scopo per cui sono state concepite quando riescono, come in questo caso, ad accertare senza ombra di dubbio che il candidato possiede tutti i requisiti prescritti per l’impiego. (15 Luglio 2001)

FLANELLA GRIGIA (1987-88)
Era stato il lavoro, quel noioso inutile lavoro che tanto aveva odiato in gioventù, a salvarlo dalla disperazione quando era morta l’amatissima compagna. La sua scrivania, come una zattera provvidenziale dopo un naufragio, l’aveva tenuto a galla, impedendo alle ondate di sconforto che lo aggredivano da ogni lato di sommergerlo. L’avvicendarsi delle pratiche sul ripiano lo faceva sentire ancora utile a qualcosa, dava un senso alla sua vita. Poteva così sopportare la solitudine.
Ma oggi tutto questo finirà. Sta andando in ufficio per l’ultima volta: da domani sarà un pensionato. Il momento tanto temuto alla fine è arrivato, inesorabilmente. (17 Luglio 2001)

IL TESORO DEL MULINO (1993)
Una banconota da mille lire, di quelle larghe d’una volta, accompagna tutta la vita di un uomo, rivelandosi un prezioso talismano. (17 luglio 2001)

TE’ PER DUE (1993-94)
Anna decide di uccidere Ivan e di morire con lui. Lo ama, ma sente che si sta allontanando da lei e non riesce a sopportare l’idea di restare sola.
Ivan decide di uccidere Anna perché in fondo non l’ha mai amata e teme che lei possa rovinargli la vita, raccontando tutto a sua moglie, come ha minacciato di fare. (17 Luglio 2001)

DUE VITE (1997)
La incontra sui banchi di scuola e l’ama per tutta la vita, anche se lei sarà di tanti e mai sua. (17 Luglio 2001)

——————————————-
19 novembre 2013. Un aggiornamento dodici anni dopo:

Favola agreste a lieto fine, Lettera da un amico, Claudia e Deborah hanno formato Desideri, pubblicato nel 2005 da Fernandel. Anche Fate il vostro gioco è apparso da Fernandel, nel 2008, perdendo la cornice alla quale qui si accenna. Il protagonista e il narratore ora si incontrano in uno scompartimento ferroviario.
Fané faceva parte del progetto originale di Desideri, ma fu tolto in sede di editing. È diventato la costola da cui ha avuto origine La più bella del reame, pubblicato nel 2011 da Galaad.
Gli altri testi sono tuttora inediti.

Domande su Desideri – 2005

Cop Des

Di Roberto Michilli, abruzzese di Campli – un’appartenenza esibita orgogliosamente -, intellettuale schivo e riservato, si conoscevano già le raccolte  di liriche e di racconti, che pur gli hanno procurato premi e  riconoscimenti;  è stato tuttavia il successo della sua ultima opera, “Desideri”, il coinvolgente romanzo, definito “giallo psicologico”,  pubblicato  dall’editore  Fernandel,   a risvegliare il vivace interesse del pubblico e della critica,  e a costringere  lo scrittore  ad uscire dal suo guscio di  discrezione.

 

Roberto Michilli, anni fa lei si è affacciato al mondo letterario con alcuni libri di versi. È corretto chiederle se  per lei “in principio fu la poesia” ?

In principio, a dire il vero, fu il diario. Ho cominciato scrivendo delle note che riguardavano le mie letture, i film che avevo visto, i concerti e le rappresentazioni teatrali alle quali avevo assistito, qui a Teramo e soprattutto a Roma e  a L’Aquila, città nelle quali ho vissuto per lavoro tra la fine degli anni settanta e la seconda metà degli ottanta. A queste annotazioni si sono in seguito aggiunti ricordi, qualche verso e anche idee e abbozzi per possibili storie. Per molto tempo tutto è restato a questo livello, finché nel 1989 un incidente  ha cambiato la mia vita. Sono stato costretto a rinunciare a molte cose che amavo, come l’alpinismo, lo sci e l’equitazione, e a condurre una vita più tranquilla. E’ stato allora che sono ritornato a quel mio journal e ho cominciato a sviluppare alcune delle idee lì annotate. Il mio primo racconto è infatti di quell’anno e anche le prime poesie risalgono a quella data. Le due cose sono andate poi avanti di pari passo, anche se la narrativa ha sempre avuto una parte preponderante.

 

Erano, peraltro, versi molto belli e molto lodati. Pontiggia le scrisse:  “…c’è una verità, in quello che scrivi, e un senso malinconico e nitido della bellezza che rimangono nella memoria”. Ecco, vorrei anch’io porre l’accento sulla malinconia che intesseva ogni suo verso, e  che il professor Ezio Sciarra definiva “una concezione dolente e alienante”. Erano sentimenti, emozioni, rimpianti che appartenevano a un periodo ben definito e circoscritto della sua vita ?

Malinconia e disincanto costituiscono la base del mio atteggiamento nei confronti dell’esistenza, non direi perciò che sono legati a momenti particolari.

 

Dopo le poesie – o contemporaneamente a queste – è arrivata la stagione dei racconti: che cosa la sollecitava a una  forma di espressione così diversa, a passare dalla  verticalità della lirica al respiro ampio e disteso del racconto ?

Come le dicevo, per quanto mi riguarda le due cose sono sempre andate avanti in parallelo. Con la differenza sostanziale che nella narrativa seguivo una sorta di progetto, e pertanto mi ci dedicavo con maggiore impegno e continuità. Guardando le cose in retrospettiva, credo di poter dire che la poesia mi è servita per “vuotare la sentina” da un eccesso di lirismo che avrebbe potuto inquinare altre scritture. Il lirismo in poesia mi piace. Forse non è più di moda, ma a me piace lo stesso. Nella narrativa, invece, mi sforzo di scrivere in modo sobrio e chiaro.

 

Lo stacco fra quello che ha scritto per tanti anni e  questo suo recente romanzo “Desideri”,  appare netto, abissale: ha sortito l’ effetto di una piccola deflagrazione, spiazzando tutti coloro che avevano letto i suoi libri precedenti. Si è trattato di una cesura meditata, voluta,  oppure, per dirla con Pirandello, ad un certo punto i personaggi hanno cominciato a vivere di vita propria, al di là delle sue stesse  intenzioni?

Questo sarebbe auspicabile sempre, perché così i personaggi risulteranno vivi e vitali e non fatti solo di parole. Nel mio caso, però, credo che lo stacco di cui lei parla dipenda soprattutto dalla circostanza che finora ho potuto pubblicare solo una minima parte di quanto ho scritto. Tra i racconti pubblicati da un lato e Desideri dall’altro esiste tutta una serie di testi ancora inediti,  che nel loro insieme potrebbero forse delineare una evoluzione dei temi e dello stile e rendere meno evidente la cesura.

 

Nel romanzo s’intrecciano quattro storie: i protagonisti sono persone senza problemi economici, del tipo “hanno tutto per essere felici”;  invece non lo sono, desiderano altro,  qualcosa o qualcuno, e, pur di ottenerlo, si  lasciano trascinare in comportamenti azzardati, rischiosi,  fuori dalla norma, dalle regole. Per quasi tutti, l’appagamento  ha esiti imprevisti e, in tre storie, addirittura tragici, come nei più classici “noir”.  Tali soluzioni risultano tanto più sorprendenti, quanto più il tono del narrare  è invece  leggero, comprensivo, venato di sottile ironia. La sua pare una visione priva  di moralismi, di pronunciate condanne; eppure risulta percorsa da  profonda disillusione e da lucida amarezza. È d’accordo ?

Ho scelto di prendere a protagonisti persone normali, che non hanno alcun carattere di eccezionalità. Ho cercato di coglierle in un momento critico della loro esistenza, rifuggendo però da tragedie di ogni tipo e altri facili effetti del genere. I personaggi  arrivano a questo momento di svolta partendo da posizioni di assoluta tranquillità materiale e psicologica; sono cioè presi al meglio delle loro possibilità. Un uomo è messo davvero di fronte al proprio essere solo se ha risolto i problemi materiali dell’esistenza, se è libero dalla fame e dalla sete, se può vestirsi decentemente e ha un tetto sopra la testa. Solo da questa posizione diventa individuo e può confrontarsi dignitosamente con se stesso e con il mondo. A questo punto però non ha più scuse né alibi. Se  vede attorno a sé il vuoto, è perché questo vuoto lo ha anche dentro. E il desiderio, la qualità del desiderio, qui diventa rivelatore, si fa specchio e confine. Noi che viviamo nelle opulente società occidentali siamo dei privilegiati, dovremmo diventare perciò più generosi e più giusti, e desiderare magari qualcosa che non riguardi sempre e soltanto noi stessi o la ristretta cerchia delle persone care. Ma questo sguardo affettuoso e partecipe sugli altri e sul mondo mi sembra ancora ben lontano dall’appartenerci.

 

In una sua nota finale, lei spiega che lo schema secondo cui le storie s’intrecciano è quello del madrigale: allettante chiave di lettura, che ha suggerito al giovane musicista Enrico Melozzi la composizione di una suite ispirata al romanzo. Come nasce concretamente la collaborazione fra uno scrittore e un musicista?

Premetto che trovo molto stimolante collaborare con artisti impegnati in  ambiti di ricerca diversi dal mio. Ho così realizzato un calendario insieme a un fotografo, ho lavorato con una scuola di teatro per bambini scrivendo i testi e adattandoli poi man mano che la messa in scena andava avanti, e, appunto, ho avuto un lungo sodalizio col maestro Melozzi. In questo caso entravano in gioco anche il mio profondo interesse per la musica, nonché  l’affetto e la stima che mi legavano al giovane Melozzi. E’ stato lui, nel 1998, a propormi di scrivere una favola  che avesse come obiettivo quello di avvicinare i bambini delle elementari alla musica colta. E’ nato così Il grande abete rosso, che ha richiesto un lavoro lungo e non facile di integrazione tra testo e musica e poi di messa a punto con la voce recitante e l’orchestra. Ci proponevamo infatti di dar vita non a un semplice racconto con accompagnamento musicale, quanto piuttosto a un lavoro organico in cui parole e note si compenetrassero per raggiungere un comune fine espressivo. A giudicare dall’interesse con cui centinaia di bambini hanno seguito negli anni la favola, forse ci siamo riusciti. Anche le esecuzioni in forma di concerto tenute nei teatri e nelle piazze sono state bene accolte. Nel 2003 il M° Melozzi ha poi scritto 3+3, una suite per pianoforte preparato e orchestra d’archi basata su una serie di miei frammenti poetici, e infine nel 2005 ha composto Ride-Side, una suite ispirata al mio romanzo (Ride-Side è l’anagramma di Desideri), che è costata molto lavoro anche a me, visto che ho dovuto scrivere ex-novo quasi tutti i testi utilizzati nel corso dell’esecuzione.

 

Due curiosità. La prima:  in una delle storie, situazioni e linguaggio sono, come dire?, piuttosto espliciti, sfiorano l’ hard. Non ha avuto alcun tipo d’imbarazzo? 

Non durante la stesura. In quella fase mi preoccupo solo della coerenza interna della storia, e nel caso di Deborah mi sembrava che certe situazioni andassero raccontate in modo esplicito, dato il carattere grottesco e i toni caricati della vicenda. Non potevo limitarmi a scrivere che il protagonista, pur di ottenere quello che voleva, era disposto a tutto. Non è così che funziona la narrativa. Le cose bisogna farle vedere, e lasciare poi che i giudizi morali sia il lettore a trarli, se vuole. A libro finito ho comunque sottoposto il manoscritto ad alcune persone di fiducia, che non hanno manifestato perplessità sul modo in cui quelle scene erano rese, reagendo in molti casi con quella risata che io mi auspicavo di suscitare. Anche il mio editore mi ha rassicurato. Mi ero dichiarato disponibile a emendare quelle parti qualora le avesse ritenute troppo “forti”, ma mi ha risposto che la storia stava bene così com’era. Mi risulta che anche i lettori del libro hanno colto il carattere funzionale di certe scene e l’assenza d’ogni compiacimento nella narrazione. In fondo Deborah è un “racconto morale”. Come e più delle altre storie che compongono il libro, parla di un mondo in cui esistono solo i desideri mentre tutti i valori si sono dissolti, un mondo nel quale il principio etico fondamentale recita: “È Bene ciò che è buono per me”, e quindi tutto è permesso.

 

La seconda: lei ha ambientato le sue inquietanti storie in una città di provincia di medie dimensioni, innominata ma riconoscibilissima, Teramo, così come sono riconoscibili la costa, i paesaggi abruzzesi. Avrebbe potuto scegliere un territorio neutro; invece  ha optato per una dimensione che le è vicina. È stata soltanto questa familiarità a ispirare la sua scelta? 

E’ Teramo e nello stesso tempo non lo è; così come il paese in cui si svolge in parte la vicenda di Elio è la mia Campli ma è anche qualcosa di diverso. Quasi tutte le mie storie hanno come sfondo i luoghi a me più cari della mia terra d’origine, questo angolo d’Abruzzo al quale sono visceralmente legato. Non solo Teramo e Campli, quindi, ma anche le cittadine della costa, con una particolare predilezione per Giulianova, e tante zone dell’adorato Gran Sasso, con i Prati di Tivo in testa. Ma tutte queste località ho cercato di trasfigurarle in modo da farne un territorio mitico, che richiami quello reale ma nello stesso tempo ne costituisca una sublimazione. Un po’ come hanno fatto, si parva licet, William Faulkner con la contea di Yoknapatawpha e Thomas Hardy con il Wessex.

Note per Desideri

   Alcune delle caratteristiche del libro sono abbastanza evidenti:

  Le quattro storie hanno in comune il tema: i protagonisti vogliono una cosa con tutte le loro forze e per ottenerla scoprono fin dove sono disposti a spingersi. Angelo insegue la donna che gli è stata portata via, Elio la casa dei suoi sogni, Claudia un uomo che non la vuole e infine un tale che si fa chiamare Zenith ottiene davvero ciò che più desidera, per sua sfortuna.

  Il legame che unisce le  storie è dunque il desiderio, che però assume connotazioni diverse in ciascuna di esse. In Valeria e Angelo il desiderio è l’anelito a qualcosa che si è perduto; è il desiderio nel senso etimologico del termine: non vedere più le stelle. In Elio la perdita del desiderio è vissuta come perdita della forza vitale; è l’anticamera della depressione, e il protagonista va in cerca del desiderio superstite perché capisce che se non ne trova uno morirà. In Claudia invece è il desiderio che va a cercare lei. Claudia avverte solo un senso di vuoto, di mancanza, di incompiutezza, e una disponibilità verso qualcosa che riempia tutto questo. Prova un desiderio di cui non conosce l’immagine, che è ancora senza àgalma, senza oggetto; il presente come assenza. In Deborah incontriamo la brama, l’aspetto dirompente e distruttivo del desiderio quando non conosce freni e non tollera ostacoli.

  Ho scelto di prendere a protagonisti persone normali, che non hanno alcun carattere di eccezionalità. Ho cercato di coglierle in un momento critico della loro esistenza, rifuggendo però da tragedie di ogni tipo e altri facili effetti del genere. I personaggi  arrivano a questo momento di svolta partendo da posizioni di assoluta tranquillità materiale e psicologica; sono cioè presi al meglio delle loro possibilità. Un uomo è messo davvero di fronte al proprio essere solo se ha risolto i problemi materiali dell’esistenza, solo se è libero dalla fame e dalla sete, se può vestirsi decentemente e ha un tetto sopra la testa. Per dirla con Lacan, solo se ha soddisfatto la demande, i bisogni, che attengono alla materia, e può rivolgersi al désir, ai desideri, che riguardano invece lo spirito. E’ solo da questa posizione infatti che l’uomo diventa individuo e può confrontarsi dignitosamente con se stesso e con il mondo. E se da qui vede dentro di sé e/o attorno a sé il vuoto, ebbene io penso che questo vuoto sia il più terribile degli orrori.

  Oltre a quella del desiderio, c’è un’altra nota che risuona costantemente in tutte e quattro le storie. Ha una tonalità più bassa e suona più piano, tanto che a volte sembra scomparire, ma in realtà c’è sempre, e basta fare un po’ d’attenzione per coglierla. E’ la paura, che si manifesta sotto le più svariate forme: paura di perdere ciò che per noi è più prezioso; paura del diverso e dell’ignoto; paura di ritrovarci alla fine della nostra vita senza aver vissuto; paura di affrontare le conseguenze delle nostre azioni, paura della solitudine, del dolore, della malattia, della morte. Desiderio e paura, a mio avviso, sono presenti in ogni istante della nostra giornata. Per usare una similitudine musicale, sono come un basso ostinato, come un pedale che accompagna  quella eterna fuga in avanti che è la nostra vita.

  Le storie hanno in comune anche i luoghi e l’epoca in cui si svolgono (l’arco temporale va dal 1988 al 1996 e spesso le vicende si sovrappongono).

  Ulteriori connessioni nascono dal fatto che alcuni personaggi si incrociano (Antonio e Claudia, protagonisti di Claudia, compaiono anche in tutte le altre storie; Vincenzo, personaggio di Elio, è citato anche in Valeria e Angela e Deborah; così come il geometra Zarbà, oltre che in Elio, compare anche in Claudia; Elio, protagonista della storia omonima, è citato anche in Deborah) e che alcuni luoghi ricorrono in più vicende (la città che fa da sfondo a tutte le storie; la Foto Ottica, il negozio di Claudia e Antonio). 

  Altri elementi sono forse meno scoperti. Le sparse annotazioni che seguono sono relative ad alcune delle cose che ho inserito coscientemente nel romanzo. Mi piacerebbe se qualcuno ne scoprisse altre che non indico e altre ancora che proprio non sapevo di averci messo.

  Lo schema secondo il quale le quattro storie si “intrecciano” è quello del madrigale (ABC ABC DD, il più diffuso), ripetuto per tre volte. Quindi 6 capitoli per ogni storia, 24 in tutto. Per me la struttura, in un romanzo, e un elemento essenziale al pari dello stile e della storia. Ho una idea “forte” di romanzo: lo considero una forma della conoscenza, deputata ad indagare l’esistenza concreta degli individui, un territorio lasciato libero dalla scienza e dalla filosofia. Ma credo che col lettore si possa e anzi si debba anche giocare, come facevano Sterne e Diderot già nel Settecento. “Intrecciandoli” in questo modo, speravo di alleggerire i testi e di favorirne la fruizione da parte del lettore. Il maggior impegno che a questi si richiede è (spero) compensato dall’aspetto ludico che viene ad assumere la lettura. Esistono però anche motivi più profondi che mi hanno spinto ad articolare così le storie. Per esempio la ricerca di una qualche forma di polifonia come eco della complessità del mondo; il  desiderio di far contrastare le diverse emozioni; la possibilità che ciascuna vicenda faccia da specchio alle altre, amplificandone le suggestioni.

  Ho scelto di utilizzare il madrigale per diverse ragioni. Intanto perché è una forma che ha attraversato tutta la storia della nostra letteratura, da Petrarca fino a D’Annunzio e Pasolini. Usarla è così  un modo per ricollegarsi alla tradizione e renderle omaggio. Ma il madrigale è anche una forma musicale, anzi è la forma musicale che ha storicamente consentito l’incontro di poesia (parola) e musica, e che dopo la straordinaria fioritura dei secoli XVI e XVII con i capolavori di Luca Marenzio, Gesualdo da Venosa e Claudio Monteverdi, ha aperto la strada alla grande stagione del melodramma. Desideri si può leggere come un unico madrigale a 4 voci in cui l’ultima, Deborah, è la più bassa e rappresenta la dissonanza.

  Un altro legame che compare in Desideri è dunque di tipo “musicale”, e non solo per quanto appena ricordato a proposito del madrigale. Le quattro storie hanno infatti ciascuna  un diverso tempo interno (dato dal numero delle pagine ma anche dalla diversa velocità del racconto), e si succedono in modo da richiamare i movimenti di una sinfonia classica: Valeria e Angelo è infatti un Allegro vivace,  Elio un Adagio, Claudia un Allegro ma non troppo,  Deborah un Allegro con brio. Più in dettaglio, il primo movimento (Valeria e Angelo) è una esemplificazione della forma sonata, con l’esposizione dei due temi (maschile e femminile), lo sviluppo, la ripresa e il finale; il terzo (Claudia) è un Minuetto seguito da un Trio; il secondo (Elio) e il quarto (Deborah) hanno la forma del Tema con variazioni, che nel caso di Deborah è concluso da una Fuga.

  Ho anche cercato di variare la tecnica narrativa. La prima storia è così raccontata in una lunga lettera; la seconda da un narratore onnisciente (ma con moderazione); la successiva in terza persona ristretta (alla Henry James, si parva licet…); l’ultima in prima persona. Va inoltre detto che in tutte le storie si riscontrano tratti di metaracconto più o meno estesi. Mi piacciono quelle storie in cui qualcuno racconta una storia a uno che poi la racconta a un altro che poi la racconta eccetera.

  In tre storie su quattro, la vera protagonista è una donna (Valeria; Claudia; Deborah), ma anche in Elio c’è un personaggio femminile importante: Elsa, la moglie del protagonista. Questo perché è mia ferma convinzione che sono le donne a muovere il mondo (e a mettere in moto le storie).

  Nell’indice sono riportati gli incipit dei singoli capitoli. Il loro accostamento potrebbe forse dar luogo ad ulteriori storie, anche se vagamente surreali.

  Desideri è un romanzo per tutti. Sono convinto che il lettore vada ripagato per la sua scelta con storie avvincenti e di piacevole lettura, e ho cercato di  adottare una “scrittura di servizio” lineare e diretta per favorire al massimo la leggibilità e la scorrevolezza del testo. A partire da questo “grado zero” della lettura, nulla impedisce di divertirsi a scoprire alcune particolarità strutturali e ulteriori legami tra le storie. Non amo quella pratica di scrittura definita double-coding, che è fatta di citazioni criptiche e discrimina i lettori in base alla vastità della loro enciclopedia. Quello che Desideri “nasconde” può essere scoperto da tutti.

  La storia di Valeria e Angelo è (anche) una (possibile) esemplificazione del c.d. “viaggio dell’eroe”, un archetipo narrativo fra i più classici, comune tra l’altro a molte fiabe. A qualcuno viene strappata la cosa più preziosa che possiede, e noi lo seguiamo nel viaggio che compie per ritrovarla e recuperarla. Tappe obbligate sono l’incontro con l’aiutante, il primo duello col cattivo nel quale l’eroe quasi soccombe, il definitivo scontro, stavolta vincente grazie al prezioso apporto dell’amico conquistato in precedenza. E’ una storia veloce, che si svolge tutta in superficie, ma che spero non sia superficiale. Mi piacerebbe se qualcuno alla fine si ritrovasse a pensare che forse Valeria aveva, come tutti, il diritto di scegliere la sua strada, qualunque essa fosse.

  In Elio volevo raccontare la trasformazione interiore di un uomo. L’idea era di farla avvenire lentamente e in modo impercettibile, così che fosse inavvertita sia dal personaggio sia dal lettore, che del protagonista dovrebbe sposare le ragioni fino a ritenere giusta la cosa terribile che Elio fa. Un uomo alla fine viene ucciso barbaramente e, se le cose vanno come spero, di questo non dovrebbe importargliene niente a nessuno. Su un altro piano, questa storia potrebbe forse suggerire che anche nell’anima di persone civili (magari anche colte e sensibili) sono in permanenza all’opera forze ancestrali e, soprattutto, la paura. Questa ha tante facce; la peggiore è quella che chiamo la paura della paura, la paura irrazionale e senza oggetto, pronta a somatizzarsi nel diverso o comunque in qualcuno che per un motivo o per l’altro si mette sulla nostra strada. Il vecchio con i cani potrebbe essere l’uomo nero delle favole, quello che ci terrorizzava da bambini e che continua a farlo anche adesso che siamo adulti. Naturalmente, ognuno ha il suo.

  Confesso di voler bene alla protagonista di Claudia. Come tanti di noi, ha cercato di difendersi dal mondo costruendosi una tana nella quale vivere come meglio poteva. Quanto le accade, è qualcosa che le si rovescia addosso, che va a stanarla nel buco che lei s’è scavato e nel quale se ne sta tranquilla, forse solo appena appena annoiata, dopo quindici anni di quella esistenza quieta. Lei che in vita sua non ha mai voluto niente davvero, adesso si ritrova a desiderare qualcosa con tutta se stessa. Dopo aver lottato contro questo suo desiderio, alla fine Claudia s’arrende, ed è allora che fa la scoperta più crudele: non si soffre perché si vuole, ma perché non si può avere dopo aver voluto, come ha già detto qualcuno.

  Su Deborah avrei molte cose da dire, ma me ne manca il tempo perché anche la mia porta sta per cedere… Accennerò pertanto solo al fatto che racconta, come e più delle altre storie che compongono il libro, un mondo in cui esistono solo i desideri e non esistono altri valori. In fondo è un racconto morale, che mette a nudo la nostra epoca in cui tutto è permesso e il principio etico fondamentale recita: è Bene ciò che è buono per me.

2 aprile 2005