Valentina Coccia sulla Sirena dei mari freddi

“La Sirena dei mari freddi” di Roberto Michilli è “un libro che parla della rinascita di una donna”, mi scrisse Valeria Di Felice, editrice e amica.

Quale momento migliore del mio momento peggiore, per leggerlo?

Immedesimarsi in questa giovane donna è stato immediato, naturale come emettere il primo vagito.

Lei, sirena dei mari freddi, così ignara di se stessa, semplice diligente comparsa in quella trama scritta della sua stessa esistenza, ligia a quel copione tanto da non avvertirne più, quasi, la presenza.

Lei, sempre complemento – oggetto – e mai soggetto.

Lei, inghiottita un bel giorno dal buio di quella rampa di scale: ne ho quasi avvertito il dolore, alle costole, ho ruzzolato nuovamente lungo quegli stessi gradini, quelli del male che ti piomba addosso, dall’alto, altrettanto improvviso. Altrettanto ingiusto.

Lei, quel suo piccolo uomo e quel suo grande senso di colpa :“Mi merito questo e altro”. Il vuoto. La solitudine. La maternità ipotecata, il taglio dei capelli. Quella felicità che sembra sempre appartenente all’altrove. Quella corsa a traguardi che sembrano sempre mancati, quella viola accantonata tra la polvere dei giorni che si depositano e stratificano sempre uguali a se stessi. Una vita senza note: cromatiche, musicali, emotive.

E quanto, ancora nostro, Abruzzo in questo volume! Un Abruzzo anelato, sognato, narrato, citato, che si concretizza in quel personaggio, Amelia, nel quale sfido chiunque a non rivedere le amoreroveli cure delle nonne che ci “imparavano il timballo”, con quella apparente durezza forgiata dal lavoro nei campi, in tempi fatti d’una affettività antica, misurata e schiva, in cui la carezza era data col cibo: le “Scrippelle ‘mbusse”, la “Pizzadolce fatta in casa”.

Il tutto in uno stile narrativo che rivela un uso – mai sopruso – sapiente della parola che con poche, decise pennellate delinea la scena, costruisce gli spazi, vi tuffa dialoghi, rapidi tocchi intrisi della medesima tonalità a definire quadri d’una perfetta sintesi: equilibrio ed immediatezza.

E poi che accade? Accadono gli incontri. Quelli che svelano, rivelano, aprono scenari.

Un incontro, particolarmente, che cambia la vita della protagonista. Che sposta definitivamente la prospettiva dal fuori al dentro, in quello spazio intimo che è fondamentalmene la profondità dell’io, così magistralmente figurato dallo scrittore: una stanza, lei che suona nuovamente la sua viola, il mondo esterno che tenta di irrompere e lei che rifiuta la chiamata. Lei. Solo lei. La sua stanza e le sue vibrazioni. Lei e la – sua – finalmente vita.

Devo ammetterlo, voltata l’ultima pagina, ho avuto un attimo di rifiuto. Ho provato fastido. No, non poteva essere quello l’elemento salvifico. Non potevo accettarlo. Dov’era il merito? Dove l’impegno, la forza, la volontà? Un “libro sulla rinascita di una donna”, che invece viene semplicemente travolta dal fortuito, dal fato! Travolta dal fato. Di nuovo.

Qui, come un lampo, il significato profondo.

Questo è un libro sulla speranza. E sulla fiducia. Speranza e fiducia che il bello possa ancora piombarci addosso, dall’alto, così improvviso e casuale come il male.

In un disegno che, in fondo, nella prospettiva del poi, così casuale non pare.

Valentina Coccia

Una lettura come questa può dare senso, da sola, all’intera carriera di uno scrittore. Esprimo la mia profonda gratitudine a Valentina Coccia. Roberto Michilli

Su Dalla fiamma e dalla luce

IL PONDEROSO EPISTOLARIO DELLO SFORTUNATO POETA RUSSO (DI FELICE EDIZIONI)

Lermontov, il duello fatale e la vita attraverso le lettere

di ANGELO GACCIONE

«Il Quotidiano del Sud», domenica 19 settembre 2021.

Ho sempre respinto come falsa e fuorviante la distinzione fra piccoli e grandi editori. I grandi editori hanno più mezzi a disposizione e dunque possono esercitare una maggiore forza di pressione, un maggiore potere sui più diffusi mezzi di comunicazione – spesso ne sono anche i possessori – e questo è un sicuro vantaggio. Basti solo tenere d’occhio come vanno le cose nell’ambito dei premi letterari e del mercato delle recensioni.

            Hanno anche una enorme quantità di denaro e possono invadere il mercato con più titoli, operare una diffusione più capillare e permettersi luoghi più prestigiosi per le presentazioni dei titoli dei loro autori, pagarli meglio, comprare diritti, e così via.

            Tutto molto vero. Ma il confronto non deve essere fatto sui mezzi a disposizione, deve essere fatto sulla qualità dei “prodotti”, cioè i libri. Chi pubblica buoni libri per me è un buon editore, il resto non mi riguarda. Se uno scrive brutti versi resta un pessimo poeta, al di là della sigla editoriale che li confeziona. Questa recente Collana dal titolo molto significativo: “I contemporanei del futuro” diretta da Roberto Michilli della Di Felice Edizioni di Martinsicuro (Teramo), si annuncia molto promettente. È una Collana graficamente ben curata (come tutte le altre Collane, del resto) e i libri stampati con altrettanta cura dalla Tipografia calabrese Universal Book di Rende. Soprattutto cuciti in filo refe come è giusto che sia. L’esordio non poteva essere migliore: tra i titoli scelti, anche un ponderoso epistolario dello sfortunato poeta russo Michail Jur’evic Lermontov dal titolo Dalla fiamma e dalla luce. La vita attraverso le lettere di ben 586 pagine. Intendiamoci, Lermontov non ci ha lasciato un numero tanto alto di lettere da farne un volume così consistente. Le sue di lettere sono in tutto cinquantatré – quelle che si sono salvate e giunte fino a noi – cinque quelle da lui ricevute, e trenta in cui si fa riferimento alla sua persona in un interscambio di contemporanei. Quanto basta, tuttavia, per avere un quadro più o meno attendibile dell’artista e dell’uomo. Il resto delle pagine si compone di una breve prefazione di Michail Ryssov e poi, introduzione inclusa, è tutta fatica e sudore di Michilli che è sia traduttore delle lettere sia dei testi poetici che vi compaiono. Le lettere sono riprodotte anche nella versione in lingua russa per i fortunati che masticano questo idioma. Il lavoro certosino, appassionato e minuzioso di Michilli non sarà lodato abbastanza. Di ben 232 pagine si compone il suo commento ai testi (Notizie sui testi) e 22 di bibliografia: quasi un libro nel libro.

            Sono notizie preziosissime quelle che sulle varie lettere e documenti ci consegna Michilli perché ci illuminano sugli aspetti più diversi: persone, luoghi, contesto storico, legami, ambienti, e via enumerando, senza trascurare nulla di quanto è necessario alla nostra comprensione di contemporanei. Per i più curiosi, persino l’inventario dei beni appartenuti al giovanissimo Lermontov. La riproduzione minuziosa è censita in 101 voci (servi inclusi), che “sopravviveranno” al fatale duello che lo spegnerà, com’è noto, nel 1841 ad appena 27 anni. Il duello e la morte prematura ci fanno venire immediatamente in mente il destino tragico di un altro grande poeta russo: Aleksandr Sergeevic Puškin. Anch’egli era perito in duello, quattro anni prima, nel 1837, colpito in pieno petto da una pallottola del barone Georges d’Anthès, e non aveva ancora 38 anni. È incredibile quante analogie si riscontrano scavando nelle pieghe di queste due vite inquiete: entrambi nati a Mosca, entrambi educati dalle rispettive nonne materne, entrambi esiliati, entrambi falciati in duello…

            Nel giro di pochi anni la Russia letteraria della prima metà dell’Ottocento perdeva due dei suoi più straordinari, innovativi e promettenti artisti. Chissà che cosa avrebbero potuto dare al mondo della cultura se due stupide pallottole non ne avessero spento intelligenza ed immaginazione. Davvero le loro vite sono state brevi, brevi come un sospiro.

            C’è da chiedersi se il destino di Lermontov non avrebbe potuto essere diverso se non avesse intrapreso la carriera militare; e tuttavia considerato il suo carattere, la mistura di genialità ed infantilismo che lo pervadeva, il perverso senso dell’onore che impregnava la società russa del suo tempo, la facile pratica del duello, anche se avesse ottenuto il sospirato congedo, la possibilità di imbattersi in un qualsiasi Nikolaj Martýnov, era se non certa, altissima. E del resto la sua vita scorre sempre sul bordo di un pericoloso crinale come si può leggere nelle pagine di questo libro. Tutte le testimonianze che ci sono pervenute (anche lasciando da parte quelle malevole o apertamente ostili) ce lo confermano. Verso la nonna Elizavéta Alekséevna Arsén’eva il giovane nipote era affettuosissimo e le lettere che le invia traboccano di tenerezza: “Bacio le vostre mani e prego Dio che siate serena e in buona salute, e chiedo la vostra benedizione. Resto il vostro obbediente nipote Lermontov”. È la chiusa della lettera del 10 maggio 1841 scritta da Stavropol, la penultima, ma chiudono tutte con questo dolcissimo afflato, come quella del 28 giugno da Pjatigorsk, l’ultima in assoluto, perché il mese dopo ci sarà il duello fatale. In quest’ultima la chiusa inizia con la formula “Addio cara nonna”, e quell’addio suona davvero come un tragico accomiato. Per Elizavéta, che lo ha viziato in tutto, il nipote rappresenta la luce dei suoi occhi. Lo ha amato di un amore totale ed esclusivo e la notizia della morte le arriverà come un cataclisma. Ecco come ci informa una lettera del 18 settembre dello stesso anno scritta da Maríja Aleksándrovna Lopuchiná ad Aleksándra Michájlovna von Hügel sulla condizione della nonna del poeta: “Che sciagura questa morte; la povera nonna è la donna più infelice che conosca. (…) Dicono che le si sono paralizzate le gambe e che non possa muoversi”. Quanto al pessimo carattere di Lermontov: “So che siete capace di fare a coltellate col primo venuto alla prima stupidaggine. Puah! È una vergogna. Non sarete mai felice con quell’orribile carattere”. Chi scrive queste parole al poeta è la cugina Aleksándra Michájlovna Verešcágina (lettera n. 12, pagina 73), mentre a parlare di pallottole di morte è lui in una lettera alla Lopuchiná dell’ottobre del 1832, allorché decide di intraprendere la carriera militare. “(…) Io, che fino ad oggi avevo vissuto per la carriera letteraria, dopo aver tanto sacrificato per il mio ingrato idolo, ecco che mi faccio guerriero… (…) Morire con una palla di piombo nel cuore, val bene una lenta agonia di vecchio”.

            Quello che per il talento Belinskij definisce “il terzo poeta russo” e lo incorona come l’erede di Puškin, è agli occhi di tanti altri un insolente abituale; uno che “ha una grande mente eppure fa cose folli”.

            La lunga lettera del 27 agosto del 1858 che Evdokíja Petróvna Rostopciná invia allo scrittore francese Alexandre Dumas padre e che Michilli opportunamente riporta in appendice (pagg. 291 -301), ci dà molti altri elementi sul carattere e sul genio del poeta. Di colui che ancora tanto giovane, aveva osato scrivere versi come questi: “(…) e la vita, appena ti guarderai attorno con fredda attenzione / è un così vuoto e stupido scherzo”. Detestabile per il carattere, non dobbiamo però dimenticare che nel corso dei duelli mai Lermontov aveva usato puntare la pistola contro il suo avversario; aveva sempre sparato di lato o non sparato affatto. E sì che aveva una mira micidiale e in quanto militare sapeva come mirare al cuore. E allora dobbiamo inchinarci alla sua nobiltà e al suo grande immenso cuore.

Ringrazio Angelo Giaccone

Un premio prestigioso per Dalla fiamma e dalla luce

La Giuria del Premio “Città delle rose”, il più importante premio italiano di saggistica, giunto quest’anno alla XIX edizione, ha deciso di attribuire il Premio speciale riservato a un autore nato in Abruzzo a Roberto Michilli per il volume Michail Jur’evič Lermontov, Dalla fiamma e dalla luce. La vita attraverso le lettere, edito dalla Di Felice Edizioni.

La cerimonia di premiazione si terrà sabato 26 giugno 2021 alle ore 18 presso il Palazzo del mare di Roseto degli Abruzzi.

Ringrazio la Giuria e il Comitato organizzatore.

Tra i vincitori della sezione italiana vanno ricordati Salvatore Settis, Luciano Canfora, Gian Luigi Beccaria, Maurizio Bettini, Lucio Villari, Eugenio Borgna, Miguel Gotor, Emilio Gentile, Lamberto Maffei, Franco Cardini, Carlo Ossola.

Negli anni la sezione internazionale del “Città delle Rose” ha premiato i nomi più autorevoli della saggistica mondiale: Paul Ginborg, Tzvetan Todorov, Edgar Morin, Rachel Polonsky, Marc Augé, Tom Nichols, Judith Schalansky e Alberto Manguel.

Paolo Mieli considera il Città delle Rose il più importante premio di saggistica italiana.

La giuria è presieduta da Renato Minore. I giurati sono Antimo Amore, Isabella Borghese, Carmelita Bruscia, Daniele Cavicchia, Franco Di Bonaventura, Sabatino Di Girolamo, Williamo Di Marco, Raffaele Manica, Dante Marianacci, Sandra Petrignani.

Intervista di Anna Brandiferro

PAGINE & PAROLE / C’È UNA SIRENA CHE SOGNA DI DIVENTARE STREGA… ANNA BRANDIFERRO INTERVISTA ROBERTO MICHILLI
Pubblicato: 04 Maggio 2021



Al premio Strega 2021 c’è il teramano Roberto Michilli tra gli autori segnalati.

Gli abbiamo rivolto alcune domande.

La sirena dei mari freddi, edizioni Di Felice, candidato al 75° premio Strega. Grande emozione, vero?

Una grande emozione e una grande gioia che devo a due donne straordinarie: il mio editore Valeria di Felice, che ha intuito le potenzialità del romanzo e si è attivata in modo ammirevole per promuoverlo, e la signora Francesca Pansa che lo ha letto, lo ha apprezzato e ha deciso di propormi al Premio. Devo profonda gratitudine a entrambe.

La giornalista e scrittrice Francesca Pansa ha scritto “l’atmosfera è quella di un racconto dalla forte coloritura psicologica, con nuove comparse a infittire la scena, qualche rivelazione, qualche sorpresa e uno strategico flashback che portano alle pagine finali”. Che ne pensi?

Tutto il bene possibile. Trovo che la signora Pansa sia riuscita nel difficile compito di condensare in poche righe una presentazione dell’autore, un giudizio sul libro e una sintesi del suo movimento interno capace di invogliare alla lettura.

“Bisogna scrivere di cose che ci piacciono altrimenti non siamo in grado di trasmettere emozioni”. La pensi sempre così?

Certo. Quando ho iniziato a scrivere, una trentina di anni fa, mi sono trovato davanti due problemi che chiunque abbia avuto l’infelice idea di dedicarsi a questa attività ha dovuto affrontare: cosa scrivere e come. In altre parole dovevo costruirmi un mondo da raccontare, uno stile per farlo e una mia idea di letteratura. Del mondo dirò più avanti, rispondendo alla tua domanda sull’Abruzzo. Per la mia idea di letteratura furono decisive le parole di Giuseppe Pontiggia, scritte nelle sue lettere, dette a voce nei nostri incontri e lette nelle sue opere e interviste. Secondo Pontiggia, uno scrittore deve seguire la penna dopo averla indirizzata verso i sentimenti e gli interessi che per lui sono importanti e lo coinvolgono profondamente. Il risultato sarà stimolante non solo per gli altri, che ci ascoltano sempre con attenzione quando raccontiamo loro con sincerità e onestà ciò che sentiamo, i nostri convincimenti profondi, le nostre paure e i nostri desideri, ma anche per chi scrive, perché scoprirà cose che non sapeva di sapere su di sé e sul mondo. Perciò niente scalette dettagliate. Scrivere per Pontiggia non significava sceneggiare un’idea, ma compiere un viaggio di conoscenza alla ricerca di una rivelazione. L’autore quindi deve essere il primo lettore di se stesso. Questa lezione per me è stata decisiva, perché mi ha risolto una volta per tutte il problema di cosa scrivere. È una scelta che, a mio avviso, crea un discrimine profondo tra chi vuole scrivere con ambizioni espressive e letterarie e chi invece si chiede: di che cosa mi conviene scrivere per essere pubblicato e venduto?

Un’altra lezione che ho imparato da lui è che scrivere con ambizioni letterarie richiede coraggio, molto coraggio. Tutto quello necessario per vincere le proprie paure, le proprie inibizioni, l’attrazione che esercita su di noi il fallimento. Diceva che siamo bravissimi a scavarci la fossa con le nostre stesse mani e a rinchiuderci in pregiudizi e gabbie da cui poi non sappiamo uscire. Scrivere, allora, è anche la capacità di liberarsi dai blocchi mentali, di attivare flussi di energia, di avere fede in se stessi e soprattutto nel lavoro che si sta facendo. E ancora, ma non certo per ultimo, la mia naturale propensione a una scrittura chiara e leggibile è stata corroborata dal suo alto magistero e dal suo esempio. Pontiggia ha sempre usato un linguaggio chiaro e preciso, nella convinzione, come scrive nel saggio su Daumal all’inizio del Giardino delle Esperidi, che il linguaggio oscuro «finisce per sottrarre all’esistenza proprio la sua oscurità, come il segno meno, moltiplicato per un altro meno, dà il più di una conferma. Solo il discorso chiaro può essere di una complessità inesauribile». E quanto alla leggibilità, il testo per lui era una stratificazione di significati, di cui quello superficiale deve essere comunque, e aggiungo io da chiunque, intelligibile. Come Pontiggia ribadisce nel citato saggio su Daumal, l’uso di un linguaggio corrente per esprimere verità lontane rispetto ai luoghi comuni è il compito principale della narrativa contemporanea.

Scrivere, mi ripeteva spesso, è fare appello alle proprie risorse etiche, oltre che fantastiche, in uno sforzo di oggettivazione continuo, in un confronto anche duro e frustrante, ma necessario, con la risposta di chi legge. Risorse etiche nel senso che la voce di uno scrittore, cioè quello che lui scrive sulla pagina, deve essere filtrata e convalidata da quei criteri di verità che hanno dimora nella sua esperienza di uomo. Quindi bisogna essere responsabili del linguaggio che si adopera, riconoscersi in quel linguaggio. Scrivere in modo responsabile significa sforzarsi di non essere acquiescenti e passivi ed evitare che, per imitazione o per suggestione dei modelli, si finisca per usare parole che non corrispondono a quello che noi vogliamo dire, alla nostra esperienza, al nostro mondo. È necessaria pertanto un’attenzione scrupolosa a quello che si fa, e una continua riflessione su quello che s’è scritto. Si scrive per scoprire un linguaggio nel quale riconoscersi; si scopre di avere un mondo da esprimere, e lo si scopre attraverso la costruzione del proprio linguaggio. In ultima analisi è una questione di sincerità. Si tratta di non falsificare e di costruire le proprie storie con parole che siano sì chiare ed efficaci, ma anche e soprattutto il calco del proprio universo interiore. Questa sincerità dell’autore verso se stesso gli permette di riconoscersi al meglio in ciò che scrive e diventa sincerità nei confronti del lettore. Quest’ansia di verità ha un prezzo altissimo, ma probabilmente è qui che corre il discrimine tra letteratura e ciò che letteratura non è. Quando si insegue la verità di se stessi si avanza su un crinale sottile e insidioso dove ogni struttura interiore diventa fragile e vulnerabile, esposta a un rimestamento che se da un lato tende a una trasparenza, al contempo ci pone in contatto con le nostre oscurità e i nostri misteri. Quando invece si congegna una trama che vuole solo allettare, divertire o distrarre il lettore, quando il lettore è considerato non un interlocutore costitutivo e senziente, ma solo un consumatore, questa tensione etica – sia detto fuor da ogni moralismo – è semplicemente e forse colpevolmente elusa. Conoscere se stessi è una chimera, riconoscersi nelle parole che ci appartengono è forse una conquista possibile, perché è in quelle parole che vive o sopravvive la nostra verità.

Avevo già quarant’anni quando ho cominciato a scrivere. Se da un lato questo mi ha svantaggiato sotto vari aspetti, dall’altro mi ha reso semplice individuare i sentimenti e gli interessi che per me erano importanti e mi coinvolgevano profondamente, dato che avevo già vissuto diverse esperienze e mi ero ormai formato una mia idea del mondo e della vita. Fin dall’inizio perciò ho indirizzato la mia indagine verso il desiderio. Inteso in senso lato, non ristretto alla sola connotazione sessuale. Per essere più preciso, verso i desideri di un essere umano che vive all’interno di una società avanzata occidentale, è mediamente acculturato e benestante, ha risolto i problemi essenziali dell’esistenza, non ha tragedie in famiglia, ed è in buona salute. L’essere umano preso al meglio delle proprie possibilità, insomma. Mi rendo conto che la mia è una posizione eccentrica rispetto alla imperante “narrativa del dolore”, ma a mio avviso il dolore è una facile scorciatoia, e figli abbandonati e ritrovati oppure maltrattati o abusati, famiglie problematiche, malattie e sventure di ogni tipo mi sembrano molto meno interessanti, narrativamente parlando, rispetto a un uomo o una donna che si pongono davanti al mondo nelle migliori condizioni possibili, hanno tutto a portata di mano e si mostrano quali realmente sono, non hanno più né scuse né alibi. E se in questo momento vedono davanti a sé il vuoto, è perché questo vuoto è anche dentro di loro, e credo che questo sia il vero orrore, la vera tragedia dei nostri tempi. È la qualità della nostra vita che si rispecchia nei nostri desideri: il benessere non ci cambia in meglio, anzi, e i nostri desideri ce lo dimostrano.

“Flora salì in macchina… sorrise a Luciana e le disse: “Vedrai l’Abruzzo è meraviglioso”, Abruzzo nel cuore anche in questo libro. Quali luoghi hai messo e perché?

Piero Chiara ha scritto in Sale e tabacchi: « Guai, scrisse qualcuno, allo scrittore che non ha dietro di sé un territorio preciso, una geografia e addirittura una topografia ben definita, vissuta, nei confronti della quale possa verificare passioni e sentimenti. Ma è chiaro che un paese e un territorio, usati in tal modo, finiscono col diventare emblematici, che è come dire, almeno nell’aspirazione di chi li elabora in tal modo, universali.»

Quasi tutte le mie storie hanno come sfondo i luoghi a me più cari della mia terra d’origine, questo angolo d’Abruzzo al quale sono visceralmente legato. Non solo Teramo e Campli, quindi, ma anche le cittadine della costa, con una particolare predilezione per Giulianova, e tante zone dell’adorato Gran Sasso, con i Prati di Tivoin testa. Ma tutte queste località ho cercato di trasfigurarle in modo da farne un territorio mitico, che richiami quello reale ma nello stesso tempo ne costituisca una sublimazione. Un po’ come hanno fatto, si parva licet, William Faulkner con la contea di Yoknapatawpha (nome indiamo che si legge Ioknapatofa), modellata sulla contea reale di Lafayette, nello stato del Mississippi, e Thomas Hardy con il Wessex, specchio del Dorset reale. Perciò ho sempre evitato di usare i nomi veri dei luoghi, paesi, città o montagne che fossero. I Prati di Tivo, per esempio, porta di accesso al Gran Sasso, è diventato Pian del Lupo, nominato nella Sirena dei mari freddi e presente in numerosi altri miei romanzi.

Il rapporto che come scrittore ho con l’Abruzzo è stato mirabilmente descritto da un critico d’eccezione, il filosofo Fabio Brotto, che mi ha seguito dall’inizio della mia attività recensendo tutti i miei libri fino a quando questo maledetto virus non se lo è portato via nell’aprile del 2020, strappandolo crudelmente alla famiglia e ai tanti che gli volevano bene e lo stimavano. Nella sua recensione a Sentimental, Fabio scrive: «I romanzi di Michilli sono ambientati in Abruzzo, patria dello scrittore, ma nonostante la presenza di molti riferimenti a luoghi, abitudini e cibi locali (la realtà della vita è cibo, oggetti, musica, libri, strumenti, piaceri e sofferenze fisiche e morali, ecc.) non presentano alcun carattere di colorismo o di compiacimento regionale. Per dirla in altri termini, lo scrittore non è interessato tanto all’antropologia abruzzese quanto all’antropologia umana generale. L’Abruzzo è una porta per l’umano.»

Del libro colpisce anche la copertina, disegnata da tuo figlio Giuseppe…

Mi sembra una rappresentazione simbolica efficace e di forte impatto visivo del titolo e del senso complessivo del romanzo. Il misterioso animale marino ci mostra solo una piccola parte di sé, il resto è nascosto nelle profondità degli abissi e del libro. C’è pertanto molto da scoprire su di lui, e lo faremo leggendo. I tentacoli che si agitano nell’aria suggeriscono un’immagine di pericolo, ma in un punto si incontrano disegnando un cuore, e ci dicono così che quella raccontata nel romanzo è pur sempre una storia d’amore, sebbene non convenzionale. Il freddo del titolo viene evocato dai colori gelidi delle onde e, ironicamente, dai coni gelato sullo sfondo.

Roberto Michilli è nato a Campli nel 1949. I suoi libri più recenti sono la trilogia su Lermontov: Quaranta poesie; Il prigioniero. La vita il tempo e le opere di Michail Lermontov; Dalla fiamma e dalla luce. La vita attraverso le lettere; una nuova traduzione della Leggenda di San Giuliano l’Ospitaliere di Flaubert; i romanzi Atlante con figure (prefazione di Tiziano Scarpa); L’attesa della felicità; Sentimentàl.

Anna Brandiferro


https://certastampa.it/pagine-e-parole/44175-pagine-parole-c-e-una-sirena-che-sogna-di-diventare-strega-anna-brandiferro-intervista-roberto-michilli.html

Anna Maria Farabbi su La sirena dei mari freddi

Roberto Michilli, La sirena dei mari freddi, Di Felice Edizioni, 2020

La sirena dei mari freddi

Una tessitura calibrata in tensione coinvolgente, capace di mantenere una godibile leggerezza di parola misurata fino all’ultima riga. Nessuna sbavatura. Si muovono pochissimi attori proposti in dialogo, diretto, chiaro. Nessuno di loro scavato e scoperchiato nell’intimità del proprio pensiero, ma portato alla luce per quel che basta per trarre a sé il lettore.
In questa opera narrativa regna la leggerezza, nell’accezione di Italo Calvino in Lezioni americane. Leggerezza nel modo come Michilli pizzica, sfiora, i fili della narr azione, sposta i personaggi e le loro vite sulla punta. In una casa che rappresenta di fatto il mondo, rallentato fin quasi alla sospensione. Il mondo purificato da ogni distrazione, reso colto alla bellezza e all’agio, dentro cui la quiete dell’aria entra giorno per giorno nelle narici della protagonista, nel suo corpo, in un consapevole risveglio sensoriale e identitario, uscendo da sensi di colpa per una maternità mai fino in fondo voluta e forse inconsciamente respinta. Nascendo interiormente per un processo di liberazione e di consapevolezza, verso una lievità del quotidiano tutta da godere e, forse, da musicare. E’ un vecchio, ricco, professore che le consegna, morendo, il testimone aureo e sapienziale.
Non è la trama del breve romanzo che lo qualifica, ma l’asciuttezza di una prosa magistrale che riesce a porgere intensità con parole minime. Il tacere ha un ritmo nel metronomo esistenziale del professore e della sirena dei mari freddi.
Anni di lavoro, in traduzione e saggistica, in tappeti di romanzi, nomino uno tra tutti, Atlante con figure del 2016, hanno maturato una penna che brilla.

Anna Maria Farabbi

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Sul numero 3 (maggio 2021) di CasaMatta.

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