Leandro Di Donato sulla Rivoluzione immobile

ROBERTO MICHILLI

14 Dicembre 1825

La rivoluzione immobile.

Il racconto della rivolta decabrista.

Il nuovo libro di Roberto Michilli, 14 Dicembre 1825. La rivoluzione immobile. Il racconto della rivolta decabrista, Di Felice Edizioni, 2022, è, come tutti i suoi precedenti lavori, davvero importante perché permette al lettore italiano di conoscere, in modo esaustivo, pagine cruciali della storia russa ed europea. La prima riflessione che vorrei proporre è che questo volume è una conferma e, insieme, una sorpresa; conferma perché vi troviamo un metodo di ricerca che abbiamo imparato a conoscere e ad apprezzare nei suoi precedenti studi dedicati a Lérmontov e Flaubert, e che sono ormai la sua cifra di ricercatore e studioso; una sorpresa perché la lettura è un viaggio dentro mondi sorprendenti, in cui lo stupore di nuove scoperte regala la gioia autentica di nuovo sapere. Ma questo libro è davvero uno scrigno: ci sono almeno una decina di personaggi che meriterebbero un libro a parte, e vicende o aspetti il cui racconto potrebbe riempire intere serate. Roberto Michilli, con una capacità che va sempre sottolineata, riesce a portare il lettore fin dentro le pieghe più nascoste degli accadimenti e a rendere la complessità e la ricchezza dei contesti storici, sociali e culturali con una levità e una grazia di scrittura che rende la lettura agevole e piacevole. Nella premessa l’Autore ricorda che aveva trattato diffusamente della rivolta decabrista nella prima stesura della biografia di Lérmontov ma poi, per non appesantire un testo di circa 800 pagine, questa parte fu espunta. Inoltre, i pochi testi italiani dedicati a questo tema non sono più reperibili; questo lavoro, quindi, colma un vuoto e offre un nuovo contributo di conoscenza. Ancora una notazione di carattere generale e, per così dire, introduttiva: come nei lavori precedenti Roberto Michilli intreccia documenti tradotti da lui per la prima volta in italiano, analisi di studi russi ed occidentali, fonti letterarie, un ricco ventaglio di riferimenti bibliografici e notizie storiche, di vicende europee ed extraeuropee, che consentono di avere una visione globale degli eventi. A buona ragione, quindi, questa è quel che si dice una “grande opera” che qualifica non solo un catalogo editoriale ma arricchisce la cultura italiana ed europea. Ma qual è dunque l’oggetto della ricerca e di quale rivoluzione parliamo? Per rispondere a questa domanda, prendiamo le mosse dall’incipit – formidabile – che è anche la premessa storica agli avvenimenti che seguirono: «Lo zar Alessandro Pávlovič Románov mori a Tanganórg, sul Mar d’Azov, il 19 novembre 1825» e «La notizia della sua morte arrivò a San Pietroburgo il 27 novembre». La morte fu causata da un malanno, contratto a Sebastopoli, manifestatosi prima con un brutto raffreddore e poi con l’insorgere di febbri che segnalavano un aggravamento contro cui nulla poterono fare i medici.  Lo zar Alessandro I, succeduto al padre Paolo I, ucciso nel 1801 da una congiura di palazzo, aveva inizialmente suscitato grandi aspettative e il suo regno sembrava promettere, finalmente, cambiamenti e decisioni coraggiose per superare le tante arretratezze e chiusure che caratterizzavano l’impero. Fra queste, particolare rilevanza avevano una burocrazia ottusa e impermeabile ad ogni tentativo di riforma, l’autocrazia e la servitù della gleba. Per comprendere la vastità di quest’ultima condizione, basti pensare ai numeri che l’Autore riporta: nel 1861, quando fu abolita, vi erano circa 52 milioni di contadini, di cui 20 milioni di servi di proprietari privati, su una popolazione di 74 milioni di abitanti. Nel suo regno, scrive Michilli, si possono distinguere due periodi di aperture liberali, il primo dal 1801 al 1805 e il secondo dal 1807 al 1812, entrambi chiusi da una guerra contro la Francia. Le pur timide aperture iniziali non incisero in modo significativo sulla condizione generale del Paese, e le speranze originatesi declinarono in fretta. In questo quadro, le guerre napoleoniche furono l’innesco di un lungo processo di maturazione, culturale e politica, che coinvolse gli ufficiali russi appartenenti, in gran parte, alla nobiltà e, spesso, a quella più alta. In particolare, la grande campagna militare del 1813-1814, fu anche una sorta di grande viaggio che permise ad un gran numero di nobili russi, come mai prima, di uscire dal Paese, di conoscere modi vita, mentalità, istituzioni e società europee, aprendo uno squarcio fecondo nella visione di quei giovani e giovanissimi ufficiali. Tornati in patria vissero l’impatto con una realtà che appariva non più tollerabile, così come lo era veder trattare come una proprietà assoluta persone con cui si era combattuto, fino a poco tempo prima, fianco a fianco, accomunati dalla quotidianità delle campagne militari e dai pericoli delle battaglie. Le cocenti delusioni inflitte ai tanti che avevano guardato ad Alessandro I come ad un sovrano illuminato, la realtà russa vista con occhi nuovi, le ansie di rinnovamento, le nuove possibilità offerte dalla visione liberale spinsero molti ufficiali a dar vita a delle società segrete, per discutere programmi, riforme e azioni. Per la verità, ricorda l’Autore, società di questo genere esistevano fin dal 1814, così come le logge massoniche. Ma se è vero che molti dei protagonisti della rivolta decabrista erano, o erano stati, massoni e le società da loro fondate si ispiravano a queste esperienze, in realtà esse furono, profondamente diverse. Le Società decabriste principali furono quelle denominate, dagli studiosi, del Nord a Pietroburgo, del Sud, che includeva i consigli di tre piccole città dell’Ucraina e, la più democratica di tutte, La Società degli Slavi Uniti, che non includeva, a differenza delle altre due, l’élite militare appartenete all’alta nobiltà, ma era composta dagli ufficiali più giovani dell’esercito e non della Guardia imperiale. I decabristi, ecco un primo fondamentale punto, rappresentano la prima generazione russa pronta ad abolire i propri privilegi. Non mettono in discussione solo astratti principi, propugnano programmi che incidono sulle condizioni materiali del popolo e delle loro famiglie, di cui avrebbero ereditato le cospicue fortune, e sull’assetto della società e dello stato. Qui risiede il nucleo centrale delle loro riflessioni e, anche, la spinta morale e ideale che anima il loro movimento e plasma le loro proposte: abolizione della servitù, riduzione dei 25 anni di servizio per i soldati e riforma dell’arruolamento, adozione di una costituzione da cui far discendere un nuovo quadro legislativo, un parlamento eletto con un esercizio molto ampio del voto. Una delle questioni più dibattute riguardava la forma dello stato, monarchia costituzionale o repubblica, tema affrontato, con esiti diversi, anche dalle quattro principali società pre-decabriste, di cui l’Autore fornisce ampie e approfondite notizie. Michilli, inoltre, sottolinea come, altro elemento caratterizzante, i decabristi non fossero affatto ossessionati dall’idea della rivoluzione, né la vedevano come unico mezzo per realizzare le riforme e le trasformazioni sociali che auspicavano. Se lo zar Alessandro I avesse davvero fatto quelle riforme o, quantomeno, avesse avviato un processo in tal senso ne sarebbero stati entusiasti sostenitori. I decabristi, pur mossi dalle stesse motivazioni di fondo, tuttavia, non avevano una ideologia condivisa come collante, né avevano tutti le stesse idee su singoli punti o su come gestire l’esito vittorioso della rivolta. Un aspetto importante, che Michilli ricostruisce con grande attenzione, è quello relativo all’apporto della poesia e della letteratura alla causa decabrista. In questo contesto, occorre almeno segnalare La libera società degli amanti della letteratura russa, che nel 1819, si trasforma in una sorta di “falange” di giovani letterati di sinistra, e citare i due soli letterati organici al movimento decabrista, Kjuchel’béker e Ryléev. Una citazione a parte merita Púškin, per il suo ruolo in queste vicende e per il valore assoluto delle sue opere; figura che Michilli ci restituisce in pagine dense e appassionanti. La morte improvvisa dello zar Alessandro I prende tutti di sorpresa, e qui Michilli affida il racconto a due distinti fili narrativi, fili che poi si intrecceranno nel punto di caduta della vicenda: da una parte la corte alle prese con i problemi della successione, poi risolti con la rinuncia di Costantino e l’ascesa di Nicola e, sul lato dei decabristi, che avevano progettato per anni la rivolta e, alcuni, vagheggiato perfino il regicidio di Alessandro, l’affanno delle discussioni sul che fare di fronte al precipitare degli eventi e alla fase di interregno che si era aperta.  Si arriva così alla mattina del 14 dicembre 1825 che vedrà, nelle quattro piazze di Pietroburgo, piazza del Senato, piazza di Sant’Isacco, piazza dell’Ammiragliato e piazza Razvódnaja (piazza Palazzo) prendere corpo la rivolta tanto volte evocata e il suo rapido epilogo negativo. Michilli costruisce un montaggio quasi cinematografico degli eventi: vediamo, letteralmente, le pagine animarsi e gli scenari prendere forma. Una lettura appassionante, dal ritmo incalzante, resa ancora più emozionante dalla ricchezza delle descrizioni e dei particolari. Incertezze ed errori di strategie e di tattica,  comportamenti incoerenti, defezioni di importanti figure di ufficiali, punti di riferimento insostituibili del movimento, e fra questi quella, determinante, del principe Sergéj Trubeckój, destinato ad assumere il ruolo di dittatore per traghettare il vecchio ordine verso quello nuovo, fecero sì che si creasse quella situazione di immobilità delle truppe schierate nella piazza del Senato, piazza in cui era affluita una gran folla di operai e artigiani – la rivoluzione immobile appunto – rotta poi dalle mitraglie dei reggimenti di Nicola I che portarono rapidamente alla disfatta dei rivoltosi. Tutto si consuma in poche ore, dalle 11 alle 18, bruciando così oltre dieci anni di cospirazioni e progetti. Va sottolineato che i decabristi non avevano voluto coinvolgere il popolo, sia per paura di innescare dei moti di rivolta che potevano rapidamente sfuggire di mano, sia per evitare un bagno di sangue di grandi proporzioni, Erano infatti convinti che i corpi militari, in cui occupavano posti preminenti quando non apicali di comando, avrebbero seguito le loro disposizioni e tutto si sarebbe risolto, anche grazie all’adesione di tanti soldati di altri reggimenti, con scontri limitati fra truppe. Va aggiunto che nei mesi che precedettero la rivolta, molte spie e infiltrati avevano comunicato ai vari comandi non solo l’esistenza della società e gli scopi che si proponeva di raggiungere, ma anche l’elenco di molti degli aderenti. Dopo la sconfitta, altri membri, fino ad allora entusiasti partecipanti, si consegnarono alle autorità, ben prima che fossero inquisiti, facendo, in alcuni casi, i nomi degli altri associati. La rivolta si risolse in un completo fallimento e. per le autorità fu molto facile procedere all’arresto rapido di pressoché tutti gli affiliati. Intanto, i membri della Società del Sud attendevano con trepidazione notizie sugli esiti della rivolta di Pietroburgo e questa incertezza alimentava, a sua volta, altra incertezza sul da farsi, creando anche in questo caso una sorta di immobilità. Ma poi le informazioni cominciarono ad arrivare e, anche qui, molti – conosciuto l’esito infausto –  cominciarono a defilarsi e a ritirarsi. L’arresto dei capi della Società, i cui nomi erano ormai tutti noti, determinò, la mattina del 29 dicembre 1825, la rivolta dei decabristi del sud ad opera del reggimento Černígovskij. Questa sollevazione durerà più a lungo, fino al 3 gennaio 1826, ma non preoccupò molto le autorità perché, a differenza della prima di cui non conoscevano la reale entità, questa fu circoscritta a quel solo reggimento, perché ufficiali decabristi di altri reggimenti rifiutarono di aderirvi. Anche in questo caso vi furono errori, diserzione di soldati e comportamenti non sempre adeguati da parte dei rivoltosi. Michilli ci fornisce un racconto dettagliato, impreziosito da mappe e cartine – come nel caso della rivolta di Pietroburgo – che ci consente di vederne gli sviluppi passo dopo passo, fino alla sconfitta degli insorti. Alla fine, furono arrestati più di tremila soldati e 500 ufficiali. Non essendoci un Codice penale e non potendo applicare le sanzioni, molto cruente, previste in quello di Ivan il Terribile, fu prima nominata una speciale Commissione d’indagine e poi una apposita Corte Suprema per emanare le condanne. Michilli, molto opportunamente, sottolinea come i membri di questi due organismi fossero appartenenti alla stessa classe degli imputati e come gli uni e gli altri si fossero formati nelle stesse accademie e scuole e avessero frequentato gli stessi ambienti.  I capi della rivolta affrontarono, nella quasi totalità dei casi, la prigione, gli interrogatori e poi la pena con grande dignità e coraggio, assumendosi le responsabilità e rivendicando la giustezza delle loro idee.  Il 9 luglio 1826 fu emessa la sentenza ed inoltrata allo zar per una eventuale riforma della stessa. Delle 579 persone giudicate, 290 furono prosciolte, 134 furono ritenute colpevoli di reati minori e 121 riconosciuti come rivoltosi maggiormente responsabili; 5 di questi furono impiccati e gli altri, dopo aver perso i gradi e la nobiltà, furono condannati ai lavori forzati e alla deportazione in Siberia. Questa operazione che durò due anni, dal 1826 al 1828, fu una vera e propria epopea a cui Henry Troyat dedicò La gloria dei vinti, uno dei cinque romanzi del ciclo La luce dei giusti. I condannati affrontarono con grande dignità e coraggio le dure condizioni di carcerazione e di lavoro nelle miniere. Due donne davvero eccezionali, Catherine Trubeckój e Marie Volkónskij, riuscirono nell’impresa, quasi impossibile, di ottenere dallo zar il permesso di raggiungere i loro mariti in Siberia, facendo così anche da apripista alle altre mogli. Il coraggio e lo spirito di sacrificio di queste donne, che per condividere la sorte dei loro uomini, rinunciarono agli agi e alle ricchezze della loro condizione, affrontando pericoli e privazioni di ogni genere, è stato giustamente celebrato dalla letteratura e dalla storia. In questo senso le Memorie della principessa Maríja Nikoláevna Volkónskaja – tradotte integralmente per la prima volta da Michilli dal russo e pubblicate per la prima volta fuori dalla Russia in questo libro –costituiscono un documento di straordinario valore umano e storico. La permanenza dei decabristi in Siberia, nei circa quaranta anni di esilio, fino all’amnistia concessa dallo zar Alessandro II il 26 agosto 1856, fu, paradossalmente, una loro vittoria. Non solo non furono vinti dalle avversità e dalle iniziali diffidenze e ostilità, ma riuscirono a lasciare segni di cambiamento indelebili: nei villaggi scuole, assistenza medica, nuove tecniche di coltivazione in agricoltura, e nelle città, in particolare, anche circoli culturali e politici. Furono sconfitti sul campo, ma le loro idee, raccolte nelle deposizioni rese nel corso degli interrogatori, finirono per costituire un programma a cui hanno attinto – ovviamente in piccolissima parte – coloro che li avevano condannati. Rimane una domanda, anzi ne rimangono due; potevano vincere e, se avessero vinto quale corso avrebbe potuto prendere la storia russa ed europea? Michilli passa in rassegna tutti i nodi di questi dilemmi, offrendo non solo osservazioni acute e illuminanti, ma anche un grande ventaglio di opinioni. Furono sconfitti sul campo, ma da quella sconfitta nacque un mito che continua e si generò un lievito di idee e di aspirazioni che percorse tutta la storia successiva della Russia, fino alla Rivoluzione d’ottobre del 1917 e oltre, alimentando uno specifico e ricchissimo filone di studi di cui questo libro ci offre una straordinaria testimonianza. A lettura finita ci si accorge che ogni pagina è necessaria, che ogni notizia, ogni riferimento, ogni biografia, ogni racconto, ogni fonte è indispensabile perché ogni elemento concorre alla definizione e alla precisione di un grande affresco, in cui anche il dettaglio è essenziale e senza il quale il quadro generale ne risulterebbe gravemente impoverito. E una storia, una storia come questa, ha bisogno, per essere compresa, dell’apporto corale di tutti i protagonisti, piccoli e grandi, perché quello che Roberto Michilli restituisce è davvero il racconto di una grande epopea e questo libro è, anche, un grande romanzo epico. Anche per questo, a dispetto della mole, la lettura scorre via con grande agilità, come le note sullo spartito di una sinfonia ben orchestrata. Si esce da questa lettura soddisfatti e grati perché Roberto Michilli è riuscito ad appagare ogni curiosità, a illuminare ogni nesso a dar conto di ogni snodo e delle conseguenze generali determinate dal coraggio e dalla pavidità dei protagonisti e dei comprimari, con un linguaggio scevro da ogni compiacimento o autoreferenzialità ma, come sempre, limpido e al servizio del lettore. Per questo, anche per questo, ogni suo nuovo libro è una nuova festa per i lettori.

La rivolta decabrista sul Primo amore

Il movimento e la rivolta decabrista, eventi fondamentali per la Russia dell’epoca (e non solo), sono poco studiati in Italia e di conseguenza mal conosciuti. Roberto Michilli vi ha dedicato molti anni di studi, che condensa in questa ricostruzione solida e narrativamente appassionante, ricca di materiali inediti nel nostro paese.

Scritto dalla luce sul “Quotidiano del Sud” (in eccellente compagnia)

La recensione di Angelo Gaccione, che ringrazio di cuore:

«Il Quotidiano del Sud», domenica 6 febbraio 2022

Scritto dalla luce

            Alcuni romanzi somigliano alla vita, ma non sono, ovviamente, la vita. Si muore, si ama, si soffre, ci si droga, si tradisce come nella vita, ma è per un tempo limitato, quello che si impiega per la lettura seduti comodamente su un divano, accanto al caminetto per chi ce l’ha, o dentro un vagone del Metrò.

            I personaggi messi in scena dallo scrittore compiono azioni come fa ciascuno di noi, hanno una origine sociale e parlano ed esprimono idee che da lettori possiamo condividere o avversare.

            Ci sono luoghi in un romanzo a volte indeterminati, a volte concretamente riconoscibili dentro cui il narratore fa accadere eventi e fa muovere i suoi personaggi. Sono luoghi spesso molto amati da chi scrive e non sono un semplice contenitore, un puro palcoscenico per le necessarie “rappresentazioni”.

            Sono luoghi che hanno avuto e hanno una storia, delle tradizioni, dei riti, una memoria, un paesaggio, un colore che li contraddistingue. Sono circonfusi di odori, sapori, visioni, luce, modi di rapportarsi, sentimenti che appartengono a quella particolare comunità, come lo possono essere il cibo, il gusto, il modo di condire una pietanza e condividerla.

            Leggendo un romanzo scopriamo tutto questo ed è il dono più prezioso che ci viene offerto. Il romanzo di Roberto Michilli: Scritto dalla luce, pubblicato dalla Di Felice Edizioni, di tutta questa materia è impastato e a lettura ultimata le vicende del veterinario Giulio, Iris, Sandro, Aurora, del professor Accursio e della sua petulante consorte, di Andrea e della clinica sulla Cassia ci dimenticheremo in fretta subissati come siamo dalla cronaca di ogni giorno dentro cui le nostre stesse vite sono confuse, ma quei paesaggi, quelle atmosfere, quelle visioni, quelle chiese, quei sapori, quei  riti si saranno sedimentati in noi e ci rimarranno a lungo con lo stupore della prima volta, della scoperta.

Anna Fusaro su Scritto dalla luce

«Il Centro», domenica 6 febbraio 2022

            È interamente ambientato in Abruzzo, nel Teramano, l’ultimo romanzo di Roberto Michilli “Scritto dalla luce” (168 pagine, 15 euro) pubblicato da Di Felice Edizioni.

            Il bel libro dello scrittore, poeta, saggista e traduttore originario di Campli, autore prolifico sempre interessante, racconta con una narrazione serrata e precisa nove mesi nell’esistenza del 55enne Giulio, da settembre 2009 a giugno 2010, attraversando tutte e quattro le stagioni e la diversa luce, anche interiore, del protagonista. L’uomo, dipendente dell’Istituto Zooprofilattico, ha avuto due tremendi lutti nel recente passato e si trova davanti una seconda occasione di felicità, afferrata solo per un attimo nell’incontro con la più giovane Iris, giornalista di una rivista milanese che vive e lavora nel capoluogo lombardo. Giulio è un uomo dai molti talenti e interessi, dagli sport di montagna alla fotografia, un tipo quieto che nasconde nel cuore il senso di colpa per aver dato per scontata la felicità familiare e non essersi accorto, concentrato su se stesso, delle difficoltà della figlia Aurora, sfociate nella tossicodipendenza.

            Soprattutto, da alcuni segni disseminati dall’autore nelle pagine, si percepisce che Giulio è una di quelle persone apparentemente tranquille e tuttavia capaci di concepire, magari senza metterli in atto, gesti violenti. La fotografia, scrittura con la luce, è la passione principale del protagonista ma pure l’elemento che mette in moto la trama. Un calendario fotografico sulle bellezze paesaggistiche e chiesastiche del territorio, commissionato dalla potente Fondazione locale a un giovane fotografo milanese alla moda, porta questi e la compagna Iris nella città di Giulio. Da qui una serie di dinamiche e tensioni, anche erotiche, tra i personaggi principali, ritratti a tutto tondo da Roberto Michilli, con il coro di una galleria di comprimari anch’essi tratteggiati sapidamente, qualcuno ferocemente. Alla cupezza di Giulio, al suo ricadere fatalmente in antichi e dolorosi errori, alla sua impossibile felicità, si contrappone l’ineffabile e serena bellezza del paesaggio, dalla montagna alla costa, e lo splendore solenne di chiese, abbazie, affreschi, polittici, paliotti, ceramiche, San Donato a Castelli, San Clemente, Ronzano, Propezzano, il duomo di Teramo e quello di Atri. Il libro è anche un viaggio in questa parte di Abruzzo, godurie alimentari comprese.

La leggenda di San Giuliano nei Contemporanei del futuro

Nuova edizione della Leggenda di San Giuliano l’Ospitaliere di Flaubert nella collana di Classici

I contemporanei del futuro

La leggenda di san Giuliano l’Ospitaliere è, come scrivono Proust e Joyce, la più perfetta delle opere di Flaubert, e quindi il capolavoro assoluto di uno che scrisse solo capolavori.  Assomiglia a un ingenuo racconto di fate, ma la sua trasparenza e la sua semplicità sono solo apparenti, e  lo smalto di miniatura da codice medievale nasconde in realtà un testo complesso, febbrile, enigmatico, ambiguo e crudele, e proprio per questo coinvolgente, indecifrabile, inquietante. Un testo  che permette di scrutare negli abissi dell’opera e della vita di Flaubert, e forse non solo della sua.

Senza la pretesa di fornirne una interpretazione esaustiva, questo libro vuole invitare a una sua lettura attenta, penetrante, non ingenua, che permetta se non altro di intuirne le profondità e di cogliere almeno qualcuno dei suoi molteplici aspetti nascosti.

Roberto Michilli

Valentina Coccia sulla Sirena dei mari freddi

“La Sirena dei mari freddi” di Roberto Michilli è “un libro che parla della rinascita di una donna”, mi scrisse Valeria Di Felice, editrice e amica.

Quale momento migliore del mio momento peggiore, per leggerlo?

Immedesimarsi in questa giovane donna è stato immediato, naturale come emettere il primo vagito.

Lei, sirena dei mari freddi, così ignara di se stessa, semplice diligente comparsa in quella trama scritta della sua stessa esistenza, ligia a quel copione tanto da non avvertirne più, quasi, la presenza.

Lei, sempre complemento – oggetto – e mai soggetto.

Lei, inghiottita un bel giorno dal buio di quella rampa di scale: ne ho quasi avvertito il dolore, alle costole, ho ruzzolato nuovamente lungo quegli stessi gradini, quelli del male che ti piomba addosso, dall’alto, altrettanto improvviso. Altrettanto ingiusto.

Lei, quel suo piccolo uomo e quel suo grande senso di colpa :“Mi merito questo e altro”. Il vuoto. La solitudine. La maternità ipotecata, il taglio dei capelli. Quella felicità che sembra sempre appartenente all’altrove. Quella corsa a traguardi che sembrano sempre mancati, quella viola accantonata tra la polvere dei giorni che si depositano e stratificano sempre uguali a se stessi. Una vita senza note: cromatiche, musicali, emotive.

E quanto, ancora nostro, Abruzzo in questo volume! Un Abruzzo anelato, sognato, narrato, citato, che si concretizza in quel personaggio, Amelia, nel quale sfido chiunque a non rivedere le amoreroveli cure delle nonne che ci “imparavano il timballo”, con quella apparente durezza forgiata dal lavoro nei campi, in tempi fatti d’una affettività antica, misurata e schiva, in cui la carezza era data col cibo: le “Scrippelle ‘mbusse”, la “Pizzadolce fatta in casa”.

Il tutto in uno stile narrativo che rivela un uso – mai sopruso – sapiente della parola che con poche, decise pennellate delinea la scena, costruisce gli spazi, vi tuffa dialoghi, rapidi tocchi intrisi della medesima tonalità a definire quadri d’una perfetta sintesi: equilibrio ed immediatezza.

E poi che accade? Accadono gli incontri. Quelli che svelano, rivelano, aprono scenari.

Un incontro, particolarmente, che cambia la vita della protagonista. Che sposta definitivamente la prospettiva dal fuori al dentro, in quello spazio intimo che è fondamentalmene la profondità dell’io, così magistralmente figurato dallo scrittore: una stanza, lei che suona nuovamente la sua viola, il mondo esterno che tenta di irrompere e lei che rifiuta la chiamata. Lei. Solo lei. La sua stanza e le sue vibrazioni. Lei e la – sua – finalmente vita.

Devo ammetterlo, voltata l’ultima pagina, ho avuto un attimo di rifiuto. Ho provato fastido. No, non poteva essere quello l’elemento salvifico. Non potevo accettarlo. Dov’era il merito? Dove l’impegno, la forza, la volontà? Un “libro sulla rinascita di una donna”, che invece viene semplicemente travolta dal fortuito, dal fato! Travolta dal fato. Di nuovo.

Qui, come un lampo, il significato profondo.

Questo è un libro sulla speranza. E sulla fiducia. Speranza e fiducia che il bello possa ancora piombarci addosso, dall’alto, così improvviso e casuale come il male.

In un disegno che, in fondo, nella prospettiva del poi, così casuale non pare.

Valentina Coccia

Una lettura come questa può dare senso, da sola, all’intera carriera di uno scrittore. Esprimo la mia profonda gratitudine a Valentina Coccia. Roberto Michilli

Su Dalla fiamma e dalla luce

IL PONDEROSO EPISTOLARIO DELLO SFORTUNATO POETA RUSSO (DI FELICE EDIZIONI)

Lermontov, il duello fatale e la vita attraverso le lettere

di ANGELO GACCIONE

«Il Quotidiano del Sud», domenica 19 settembre 2021.

Ho sempre respinto come falsa e fuorviante la distinzione fra piccoli e grandi editori. I grandi editori hanno più mezzi a disposizione e dunque possono esercitare una maggiore forza di pressione, un maggiore potere sui più diffusi mezzi di comunicazione – spesso ne sono anche i possessori – e questo è un sicuro vantaggio. Basti solo tenere d’occhio come vanno le cose nell’ambito dei premi letterari e del mercato delle recensioni.

            Hanno anche una enorme quantità di denaro e possono invadere il mercato con più titoli, operare una diffusione più capillare e permettersi luoghi più prestigiosi per le presentazioni dei titoli dei loro autori, pagarli meglio, comprare diritti, e così via.

            Tutto molto vero. Ma il confronto non deve essere fatto sui mezzi a disposizione, deve essere fatto sulla qualità dei “prodotti”, cioè i libri. Chi pubblica buoni libri per me è un buon editore, il resto non mi riguarda. Se uno scrive brutti versi resta un pessimo poeta, al di là della sigla editoriale che li confeziona. Questa recente Collana dal titolo molto significativo: “I contemporanei del futuro” diretta da Roberto Michilli della Di Felice Edizioni di Martinsicuro (Teramo), si annuncia molto promettente. È una Collana graficamente ben curata (come tutte le altre Collane, del resto) e i libri stampati con altrettanta cura dalla Tipografia calabrese Universal Book di Rende. Soprattutto cuciti in filo refe come è giusto che sia. L’esordio non poteva essere migliore: tra i titoli scelti, anche un ponderoso epistolario dello sfortunato poeta russo Michail Jur’evic Lermontov dal titolo Dalla fiamma e dalla luce. La vita attraverso le lettere di ben 586 pagine. Intendiamoci, Lermontov non ci ha lasciato un numero tanto alto di lettere da farne un volume così consistente. Le sue di lettere sono in tutto cinquantatré – quelle che si sono salvate e giunte fino a noi – cinque quelle da lui ricevute, e trenta in cui si fa riferimento alla sua persona in un interscambio di contemporanei. Quanto basta, tuttavia, per avere un quadro più o meno attendibile dell’artista e dell’uomo. Il resto delle pagine si compone di una breve prefazione di Michail Ryssov e poi, introduzione inclusa, è tutta fatica e sudore di Michilli che è sia traduttore delle lettere sia dei testi poetici che vi compaiono. Le lettere sono riprodotte anche nella versione in lingua russa per i fortunati che masticano questo idioma. Il lavoro certosino, appassionato e minuzioso di Michilli non sarà lodato abbastanza. Di ben 232 pagine si compone il suo commento ai testi (Notizie sui testi) e 22 di bibliografia: quasi un libro nel libro.

            Sono notizie preziosissime quelle che sulle varie lettere e documenti ci consegna Michilli perché ci illuminano sugli aspetti più diversi: persone, luoghi, contesto storico, legami, ambienti, e via enumerando, senza trascurare nulla di quanto è necessario alla nostra comprensione di contemporanei. Per i più curiosi, persino l’inventario dei beni appartenuti al giovanissimo Lermontov. La riproduzione minuziosa è censita in 101 voci (servi inclusi), che “sopravviveranno” al fatale duello che lo spegnerà, com’è noto, nel 1841 ad appena 27 anni. Il duello e la morte prematura ci fanno venire immediatamente in mente il destino tragico di un altro grande poeta russo: Aleksandr Sergeevic Puškin. Anch’egli era perito in duello, quattro anni prima, nel 1837, colpito in pieno petto da una pallottola del barone Georges d’Anthès, e non aveva ancora 38 anni. È incredibile quante analogie si riscontrano scavando nelle pieghe di queste due vite inquiete: entrambi nati a Mosca, entrambi educati dalle rispettive nonne materne, entrambi esiliati, entrambi falciati in duello…

            Nel giro di pochi anni la Russia letteraria della prima metà dell’Ottocento perdeva due dei suoi più straordinari, innovativi e promettenti artisti. Chissà che cosa avrebbero potuto dare al mondo della cultura se due stupide pallottole non ne avessero spento intelligenza ed immaginazione. Davvero le loro vite sono state brevi, brevi come un sospiro.

            C’è da chiedersi se il destino di Lermontov non avrebbe potuto essere diverso se non avesse intrapreso la carriera militare; e tuttavia considerato il suo carattere, la mistura di genialità ed infantilismo che lo pervadeva, il perverso senso dell’onore che impregnava la società russa del suo tempo, la facile pratica del duello, anche se avesse ottenuto il sospirato congedo, la possibilità di imbattersi in un qualsiasi Nikolaj Martýnov, era se non certa, altissima. E del resto la sua vita scorre sempre sul bordo di un pericoloso crinale come si può leggere nelle pagine di questo libro. Tutte le testimonianze che ci sono pervenute (anche lasciando da parte quelle malevole o apertamente ostili) ce lo confermano. Verso la nonna Elizavéta Alekséevna Arsén’eva il giovane nipote era affettuosissimo e le lettere che le invia traboccano di tenerezza: “Bacio le vostre mani e prego Dio che siate serena e in buona salute, e chiedo la vostra benedizione. Resto il vostro obbediente nipote Lermontov”. È la chiusa della lettera del 10 maggio 1841 scritta da Stavropol, la penultima, ma chiudono tutte con questo dolcissimo afflato, come quella del 28 giugno da Pjatigorsk, l’ultima in assoluto, perché il mese dopo ci sarà il duello fatale. In quest’ultima la chiusa inizia con la formula “Addio cara nonna”, e quell’addio suona davvero come un tragico accomiato. Per Elizavéta, che lo ha viziato in tutto, il nipote rappresenta la luce dei suoi occhi. Lo ha amato di un amore totale ed esclusivo e la notizia della morte le arriverà come un cataclisma. Ecco come ci informa una lettera del 18 settembre dello stesso anno scritta da Maríja Aleksándrovna Lopuchiná ad Aleksándra Michájlovna von Hügel sulla condizione della nonna del poeta: “Che sciagura questa morte; la povera nonna è la donna più infelice che conosca. (…) Dicono che le si sono paralizzate le gambe e che non possa muoversi”. Quanto al pessimo carattere di Lermontov: “So che siete capace di fare a coltellate col primo venuto alla prima stupidaggine. Puah! È una vergogna. Non sarete mai felice con quell’orribile carattere”. Chi scrive queste parole al poeta è la cugina Aleksándra Michájlovna Verešcágina (lettera n. 12, pagina 73), mentre a parlare di pallottole di morte è lui in una lettera alla Lopuchiná dell’ottobre del 1832, allorché decide di intraprendere la carriera militare. “(…) Io, che fino ad oggi avevo vissuto per la carriera letteraria, dopo aver tanto sacrificato per il mio ingrato idolo, ecco che mi faccio guerriero… (…) Morire con una palla di piombo nel cuore, val bene una lenta agonia di vecchio”.

            Quello che per il talento Belinskij definisce “il terzo poeta russo” e lo incorona come l’erede di Puškin, è agli occhi di tanti altri un insolente abituale; uno che “ha una grande mente eppure fa cose folli”.

            La lunga lettera del 27 agosto del 1858 che Evdokíja Petróvna Rostopciná invia allo scrittore francese Alexandre Dumas padre e che Michilli opportunamente riporta in appendice (pagg. 291 -301), ci dà molti altri elementi sul carattere e sul genio del poeta. Di colui che ancora tanto giovane, aveva osato scrivere versi come questi: “(…) e la vita, appena ti guarderai attorno con fredda attenzione / è un così vuoto e stupido scherzo”. Detestabile per il carattere, non dobbiamo però dimenticare che nel corso dei duelli mai Lermontov aveva usato puntare la pistola contro il suo avversario; aveva sempre sparato di lato o non sparato affatto. E sì che aveva una mira micidiale e in quanto militare sapeva come mirare al cuore. E allora dobbiamo inchinarci alla sua nobiltà e al suo grande immenso cuore.

Ringrazio Angelo Giaccone