San Giuliano in Biblioteca

Grafica di Giuseppe Michilli

Questo libro vuole coinvolgere il lettore nel tentativo di risolvere un mistero: perché uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi si porta dentro una storia per quarant’anni e passa, prova due volte a  scriverla ma poi lascia perdere e si decide infine a farlo davvero nel momento peggiore della sua vita? Perché in un momento così difficile per lui, sceglie di mettersi a scrivere proprio questo racconto?

Non solo: come può lo stesso scrittore, il più lontano da ogni forma di improvvisazione, abituato a documentarsi in modo persino esagerato sul soggetto che ha scelto, e poi a progettare l’opera fin nei più minuti dettagli e a lavorare nel suo amato studio circondato dai suoi libri, dai suoi appunti e dagli oggetti che gli sono cari, mettersi a scriverla in una stanza d’albergo in un paesino bretone affacciato sull’Atlantico, avendo con sé solo la penna, l’inchiostro e la carta?

E ancora: perché durante la stesura Gustave Flaubert si riferisce alla Leggenda parlandone come di una cosa da niente? «Non è niente di niente e non le attribuisco alcuna importanza»; «una sciocchezzuola medievale»; «una piccola stupidaggine, di cui la madre potrà permettere la lettura alla figlia»; «la mia piccola storiella (religioso-poetica e medievalmente rococò)»; «quest’opera edificante, che mi farà passare per “volgere al clericalismo”.» Non sarà che ne minimizza l’importanza per dissimulare il ruolo capitale rivestito invece per lui da questo racconto?

E infine: cosa c’è in questa storia del santo parricida che possa riguardare  Flaubert? Deve trattarsi di qualcosa alla quale lui attribuisce una eccezionale importanza, e deve aver pensato che è arrivato il momento di raccontarla perché si sente vicino alla fine e vuole finalmente liberarsi di questo grave peso. Flaubert è tutti i suoi personaggi, ma forse in Julien c’è di lui più che in tutti gli altri, e magari la sua storia è per molti aspetti anche quella del suo autore. Forse nell’interesse precoce e duraturo di Flaubert per la storia di Giuliano, c’è il segno di una analogia profonda, però censurata, respinta nelle profondità dell’inconscio. E il racconto impersonale della vita del santo potrebbe offrire allora allo scrittore la maschera più sicura per esprimere le sue ossessioni più personali.

Ma è così? Il libro invita il lettore curioso e appassionato di misteri a cercare da solo le risposte a queste e altre domande. Per aiutarlo, gli offre le risposte offerte da una lunga serie di studiosi che si sono sentiti attratti da questo racconto e gli hanno dedicato la loro attenzione. Confrontandosi con queste, accettandole alcune e respingendone altre, il lettore compie un suo personale percorso di ricerca che magari non lo porterà a risolvere il mistero, ma certo gli farà scoprire molte cose, e non solo su Flaubert.

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Intervista di Anna Fusaro su San Giuliano

«il Centro», lunedì 1 aprile 2019

«Traduco Flaubert la sua “Leggenda”  è la mia ossessione» 

Lo scrittore teramano pubblica con Di Felice la nuova traduzione «del racconto perfetto»  di Anna Fusaro. 1 aprile 2019

TERAMO . «Flaubert è una mia ossessione antica, come Lermontov. Scrittori incontrati nell’adolescenza che ho continuato a frequentare nella vita adulta. Lessi il racconto di Flaubert cinquant’anni fa e provai subito una sensazione di turbamento, percependo qualcosa sotto la perfetta superficie del testo. Da allora non ho mai smesso di interrogarmi su di esso fino a quando, nel 2010, ho progettato questo lavoro». Lo scrittore abruzzese Roberto Michilli parla con trasporto dell’ossessione per Gustave Flaubert e in particolare per uno dei suoi tre testi brevi, “La leggenda di san Giuliano l’Ospitaliere”, pubblicato nei “Trois contes” nel 1877, che ha tradotto per Di Felice Edizioni. Il libro (stesso titolo dell’originale, 483 pagine, 26 euro) propone la traduzione di Michilli (28 pagine) con testo originale a fronte e un corposo, colto e documentatissimo saggio dell’autore camplese sulle risposte offerte al mistero del racconto flaubertiano da una cinquantina di studiosi attratti (e turbati) da esso. Stanno qui importanza e originalità di un’operazione, coraggiosamente sposata dall’editrice abruzzese Valeria Di Felice, che sonda uno degli enigmi della letteratura. Perché Flaubert racconta la storia del santo parricida e matricida? Perché impiega trent’anni a scriverla da quando, 23enne, è folgorato dalla raffigurazione (riprodotta in copertina) sulle vetrate della cattedrale della natìa Rouen dell’atrocità commessa da Giuliano? 
Il protagonista della leggenda medioevale alla fonte del racconto è il figlio di un signorotto che passa il tempo cacciando per il puro gusto di sterminare animali. Dopo aver colpito a morte un cervo, la compagna e il loro piccolo, viene maledetto dal cervo morente che gli annuncia che un giorno ucciderà il padre e la madre. Anni dopo Giuliano massacrerà al buio i genitori pensando che i due corpi nel suo letto siano quelli della moglie e di un amante. 
Fattosi mendicante, passerà il resto della vita a espiare, fino all’incontro con Cristo nei panni di un lebbroso. Leggenda frequentata da pittori come Masolino da Panicale fino alla rilettura contemporanea di Yorgos Lanthimos nel film “Il sacrificio del cervo sacro”, la breve storia raccontata da Flaubert ha suscitato in Michilli molti interrogativi. «Come scrivono Proust e Joyce, “La leggenda di san Giuliano l’Ospitaliere” è l’opera più perfetta di Flaubert, che scrisse solo capolavori. Sembra un ingenuo racconto di fate, ma trasparenza e semplicità sono solo apparenti. Questo racconto è come il monolite di “2001: Odissea nello spazio”, perfetto nella forma esteriore e misterioso nell’essenza. Nella mia indagine mi sono sentito confortato dal fatto che tanti studiosi, critici, scrittori avessero provato la mia stessa sensazione di disagio».
A quale conclusione è giunto? Cosa voleva dire Flaubert con la storia di Giuliano?
«Flaubert “è” tutti i suoi personaggi, ma forse in Julien c’è di lui più che in tutti gli altri. Nel racconto c’è qualcosa di più riposto. Il sentimento di insofferenza, se non odio, verso la figura paterna. Simbolicamente Flaubert proietta nelle pagine il desiderio subliminale di uccidere il padre. Formalmente il testo è una meraviglia, un capolavoro da una semplice leggenda. Ma s’intuisce qualcosa di personale. Flaubert ha voluto dirci di aver sofferto da bambino, di essersi sentito non accettato. Era il secondo figlio del chirurgo Achille, che aveva già l’erede maschio, il primogenito Achille, bravissimo, destinato a fare il medico pure lui. Gustave provò a fare l’avvocato, la stessa scrittura fu un ripiego. Il padre continuò a guardarlo come un fallito».
Com’è giunto a questa lettura psicoanalitica?
«Mi sono chiesto perché uno dei massimi scrittori di tutti i tempi, il più grande con Tolstoj e Proust, amato dagli scrittori, si sia portato dentro una storia per trent’anni, per poi scriverla nel momento peggiore della sua vita. Un momento di disperazione in cui, dopo lutti e perdite, si ritrovò in povertà. Sentiva di essere alla fine e di dover dire qualcosa che gli premeva dentro. Lui che non improvvisava mai e progettava ogni dettaglio dei suoi libri, circondato da un apparato di carte e appunti, scrive “La leggenda” in una stanza d’albergo di un paese bretone sull’Atlantico senza documentazione. Solo penna, inchiostro, carta».
Nel tradurre il testo ha tenuto conto del sottotesto e delle analisi degli altri studiosi?
«Tradurre per me è un modo di appropriarmi di un testo. Nelle tre traduzioni precedenti (Ferrari nel ’27, Agosti ’83, Itri ’94, ndc) non viene intuita la bellezza della dimensione nascosta del racconto. Un mondo nascosto di cui Sartre dice qualcosa. Nel saggio mi confronto con una cinquantina di studi di autori mai tradotti in Italia. Ho potuto tener conto di tante implicazioni, anche stilistiche, e interpretazioni, avendo più tempo di un traduttore di professione».
Pensa di tradurre e ripubblicare gli altri due testi dei “Trois contes”, “Un cuore semplice” e “Erodiade”? 
«No. Li ho già tradotti, sono bellissimi, ma non hanno avuto in me la stessa risonanza della “Leggenda”». 

Roberto Michilli (Campli,1949) vive a Teramo. 
Ha pubblicato: le raccolte di poesie Aprire un giorno (1996), Attraverso la vita (prefazione Giuseppe Pontiggia, 2001), Nuovi versi (2004); i romanzi Desideri (2005), Fate il vostro gioco (2008), La più bella del reame (2011), Il sogno di ogni uomo (2013), Atlante con figure (prefazione Tiziano Scarpa, 2016), L’attesa della felicità (2018). 
Cultore di letteratura francese e russa dell’Ottocento, ha tradotto e curato la raccolta delle poesie di Lermontov: “Michail Jur’evič Lermontov, Quaranta poesie” (2014), menzione d’onore all’8° Premio letterario internazionale “Russia-Italia. Attraverso i secoli”. Di Lermontov ha scritto anche la prima biografia edita in Italia: “Il prigioniero. La vita, il tempo e le opere di Michail Jur’evič Lermontov (2015). Oltre che dal russo (Lermontov, Puškin, Tjutčev, Baratynskij, Achmatova, Mandelštam, Pasternak) ha tradotto dal francese, inglese, tedesco (Mallarmé, Verlaine, Byron, Keats, Goethe, Heine). Giurato del Premio Teramo dal 2006. 
Dal 2010 ha il blog larmegliamori.wordpress.com.



Roberto Michilli

Fabio Brotto sulla Leggenda di San Giuliano

FABIO BROTTO·MERCOLEDÌ 27 MARZO 2019

PICCOLA NOTA su LA LEGGENDA DI SAN GIULIANO L’OSPITALIERE di Gustave Flaubert, traduzione e cura di Roberto Michilli.

Non inganni il titolo, questa pubblicata da Di Felice nel 2019 è un’opera di ampie proporzioni (483 pagine) che presenta all’inizio la traduzione del racconto flaubertiano (nuova, accuratissima, dello stesso Michilli) con testo a fronte, e poi un esame molto approfondito dello stesso, supportato da una grande mole di letture critiche e di citazioni degli interpreti che nel corso dei decenni si sono cimentati con la Légende, dei quali sono riportati molti passi rilevanti.

Mi sento di ripetere qui le parole che scrissi dopo la lettura de Il prigioniero, il libro di Michilli sul poeta russo Lermontov: l’analisi critica è evidentemente animata e sospinta da un lungo amore, da una fortissima passione. In questo caso traspaiono forse alcuni segni di vera e propria identificazione, tanta è la forza intellettuale riversata nello scavo delle radici da cui è scaturito il Julien. Il lettore ne è catturato.

Non riassumo la notissima vicenda, limitandomi a due aspetti, quelli che mi hanno fatto pensare. In primo luogo, Giuliano compie l’atto più tremendo che un essere umano possa compiere, uccide il padre e la madre. In secondo luogo, prima di compiere quell’atto, Giuliano appare come un cacciatore. Ma non è, a mio parere, assoggettabile ad una lettura freudiana, lacaniana, ecc. (ovvero lo è, lo è massicciamente stato, dati il prestigio e lo spazio che la cultura occidentale ha assegnato alla psicoanalisi, che è un complesso articolato e autorigenerantesi, come l’Idra, di mitologie ˗ e anche Michilli segue questa strada); e, d’altra parte, Giuliano non è affatto un cacciatore, ma un’altra cosa. Mi pare che il punto sia sfiorato a p. 301, dove Michilli chiama in causa Aimée Israel Pelletier, che ha visto come la caccia come la intende e pratica Julien sia una attività radicalmente antisociale. La caccia autentica invece è, fin dal suo sorgere agli albori dell’umanità, l’attività più radicalmente sociale. Da essa scaturiva il cibo per il gruppo umano, ma anche la cooperazione del sotto-gruppo dei cacciatori, con la seguente celebrazione narrativa delle imprese. La socialità della caccia è evidente anche quando il cacciatore agisce da solo: sia che miri al trofeo, sia che aspiri a procurare il necessario per una ricca cena, il cacciatore pensa sempre anche a quello che seguirà all’atto della caccia, e quello che seguirà è sempre sociale. La caccia, a differenza di quel che pensano gli animalisti, non è l’atto di uccidere un animale, altrimenti anche il macellaio sarebbe un cacciatore. Nella caccia, l’uccisione può anche mancare, perché la sua parte fondamentale è la ricerca e l’individuazione della preda. Il cacciatore si diverte anche se l’animale viene catturato vivo, o anche lasciato fuggire dopo averlo trovato. Vale anche nella pesca, con la pratica del catch and release. In ogni caso, la caccia è essenzialmente sociale. Giuliano invece caccia da solo. Ma caccia davvero? A parte il sostanziale irrealismo delle descrizioni flaubertiane dell’azione di caccia di Giuliano, da un lato è evidente che non di caccia si tratta, anche in un ambiente onirico, perché vi manca totalmente la parte fondamentale, ovvero la ricerca della selvaggina, perché essa qui si offre in abbondanza, cioè si offre a Giuliano; dall’altro vi è solo il massacro, e i corpi degli animali restano sul terreno, addirittura a mucchi. Inoltre c’è piena evidenza del fatto che non si tratta di veri animali, ma di umani travestiti da animali, come nelle fiabe: la con-fusione è totale. Ciò che accade è violenza indifferenziata scatenata, senza limite e misura, ovvero il caos. Altro che caccia! Qui, in forma di delirio paranoico, si mostra cosa comporta la violenza scatenata: il caos. Saltano le differenze: tutte, quelle tra padre e figlio, tra uomo e animale, tra vecchio e giovane, tra reale e irreale, tra vivo e cadavere.

Veniamo al parricidio. Mi pare evidente la profonda differenza tra il testo flaubertiano e tutte le opere che normalmente la critica richiama per evocare e indagare la problematica del rapporto al Padre di origine freudiana, a iniziare dalla celebre Lettera di Kafka. In tutti quei testi la figura del padre appare come quella di un uomo forte, che schiaccia il figlio e gli impedisce l’accesso alla virilità, generando quella catena di “castrazione”, senso di colpa, ecc., con cui la psicoanalisi da più di un secolo affligge l’Occidente (che questo sia di ogni padre reale è più che dubbio, ma si sa che, come tra gli altri ha sostenuto Hans Blumenberg, la psicoanalisi è nata per estensione del dato estratto dalla psicopatologia all’interezza dell’umano, e questa è la tabe che la mina). Ma il padre di Giuliano è un padre forte, è una pienezza che rende vuoto il figlio? No, secondo me questo padre pacifico (che fu guerriero un tempo, ma forse ciò è falso) non è un pieno, ma un vuoto. E un vuoto non può fornire al figlio nulla che faccia scattare l’imitazione. Infatti Giuliano non vuole essere come il padre, e meno che meno desidera la madre, quella specie di monaca. Il padre è vuoto e fallisce in questo: non ha nemici e non può consegnare al figlio un Nemico. Per questo, la carica di violenza latente in ogni umano nel protagonista del racconto flaubertiano non trova alcuno sfogo e cresce a dismisura, fino alle sue esplosioni oniriche. Qui il sesso non c’entra molto. Manca la figura del Nemico, o dei nemici, manca l’altro-nemico che consente quella che io chiamo l’autoidentificazione agonistica, fondamentale anche in una società feudale immaginaria. Ma, oltre al Nemico, manca a Giuliano l’altra figura che potrebbe innervare il racconto, e la definizione della sua personalità: il Rivale. La bellissima fanciulla che l’Imperatore gli dà in moglie non è oggetto della brama di un altro, non vi è alcuno che, desiderandola si opponga a Giuliano: essa quasi scende dal cielo, pur apparendo femmina concupiscibile. Dunque, il padre è un vuoto, e lo stesso omicidio avviene, per quanto sia descritto nella sua fisicità, nell’assenza di qualsiasi forza attribuibile al padre. Non è un potente come Laio che qui viene assassinato, ma un vecchio impotente e stremato, insieme alla stremata vecchia madre di Giuliano. Viene ucciso, essendo scambiato per il Rivale che non c’è, colui che è la causa di questa assenza.

Questo è un pensiero ancora grezzo. Ringrazio Roberto Michilli per avermelo fatto pensare.

Perché questo libro

Questo libro vuole coinvolgere il lettore nel tentativo di risolvere un mistero: perché uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi si porta dentro una storia per quarant’anni e passa, prova due volte a  scriverla ma poi lascia perdere e si decide infine a farlo davvero nel momento peggiore della sua vita? Perché in un momento così difficile per lui, sceglie di mettersi a scrivere proprio questo racconto?

Non solo: come può lo stesso scrittore, il più lontano da ogni forma di improvvisazione, abituato a documentarsi in modo persino esagerato sul soggetto che ha scelto, e poi a progettare l’opera fin nei più minuti dettagli e a lavorare nel suo amato studio circondato dai suoi libri, dai suoi appunti e dagli oggetti che gli sono cari, mettersi a scriverla in una stanza d’albergo in un paesino bretone affacciato sull’Atlantico, avendo con sé solo la penna, l’inchiostro e la carta?

E ancora: perché durante la stesura Gustave Flaubert si riferisce alla Leggenda parlandone come di una cosa da niente? «Non è niente di niente e non le attribuisco alcuna importanza»; «una sciocchezzuola medievale»; «una piccola stupidaggine, di cui la madre potrà permettere la lettura alla figlia»; «la mia piccola storiella (religioso-poetica e medievalmente rococò)»; «quest’opera edificante, che mi farà passare per “volgere al clericalismo”.» Non sarà che ne minimizza l’importanza per dissimulare il ruolo capitale rivestito invece per lui da questo racconto?

E infine: cosa c’è in questa storia del santo parricida che possa riguardare  Flaubert? Deve trattarsi di qualcosa alla quale lui attribuisce una eccezionale importanza, e deve aver pensato che è arrivato il momento di raccontarla perché si sente vicino alla fine e vuole finalmente liberarsi di questo grave peso. Flaubert è tutti i suoi personaggi, ma forse in Julien c’è di lui più che in tutti gli altri, e magari la sua storia è per molti aspetti anche quella del suo autore. Forse nell’interesse precoce e duraturo di Flaubert per la storia di Giuliano, c’è il segno di una analogia profonda, però censurata, respinta nelle profondità dell’inconscio. E il racconto impersonale della vita del santo potrebbe offrire allora allo scrittore la maschera più sicura per esprimere le sue ossessioni più personali.

Ma è così? Il libro invita il lettore curioso e appassionato di misteri a cercare da solo le risposte a queste e altre domande. Per aiutarlo, gli offre le risposte offerte da una lunga serie di studiosi che si sono sentiti attratti da questo racconto e gli hanno dedicato la loro attenzione. Confrontandosi con queste, accettandone alcune e respingendone altre, il lettore compie un suo personale percorso di ricerca che magari non lo porterà a risolvere il mistero, ma certo gli farà scoprire molte cose, e non solo su Flaubert.

Buon vento, Julien

Grazie per questi cinque anni insieme.
La tua compagnia mi ha aiutato a non abbandonarmi allo sconforto quando il terremoto mi ha portato via la casa, e grazie a te sono riuscito a sopportare i comportamenti meschini di persone che ritenevo amiche. Te ne sarò sempre grato.
Tu che sei il patrono di viaggiatori e pellegrini, proteggi, ti prego, quelli che mi sono cari nel viaggio pericoloso attraverso la vita.
Addio, e buona fortuna.

Di Felice Edizioni. 2019. 488 pagine. 26 Euro.

Leandro Di Donato su L’attesa della felcicità

copattesa

Roberto Michilli

L’attesa della felicità

Con il nuovo libro L’attesa della felicità, De Felice Edizioni, 2018, il suo sesto romanzo ma ha all’attivo molte ed importanti pubblicazioni, dalle raccolte di poesie alla biografia di Lermontov, Roberto Michilli affronta quello che è il tema centrale della nostra vita, il nucleo attorno a cui si tessono le vele per raggiungere la terra promessa che, ogni giorno, cerchiamo, agogniamo, immaginiamo. Inutile dire che su questo argomento si sono cimentati scrittori, filosofi, scienziati e sono stati versati oceani di inchiostro perché, in fondo, la felicità è il centro motore delle nostre esistenze e quindi di ogni scrittura e di ogni letteratura. Occorre, però, precisare subito che Roberto Michilli non si riferisce alla ricerca della felicità intesa come spasmodica spinta alla conquista di una condizione o di uno status, quanto, piuttosto, a quello che potremmo definire un moto gentile, cioè uno spostamento dello sguardo, un cambio di posizione, una modifica della postura mentale che non esclude la radicalità della consapevolezza ma solo l’affanno della rincorsa di uno più obiettivi. L’attesa, in questa accezione, è quindi una scelta filosofica e, insieme, un atteggiamento emotivo, una capacità di disporre in altro ordine priorità, accadimenti, godimenti e percezioni dell’avventura quotidiana del vivere. Con questo volume Roberto Michilli esce fuori dalla sua geografia consueta, dai luoghi e dalle atmosfere che abbiamo conosciuto e riconosciuto nei suoi precedenti lavori, per portarci in un albergo di una nota località termale del Veneto, anche se il nome non viene mai citato. Elio, maturo professore universitario di francese e studioso di Stendhal, torna a distanza di due anni dalla morte della moglie, nell’albergo in cui si sono recati per quindici anni consecutivi per trascorrere le loro due settimane di ferie. E davvero non poteva esserci luogo migliore di un albergo termale per entrare, fin dalle prime righe, in una sospensione del tempo e in un cambiamento di ritmi che, se sono tipici di ogni vacanza, qui acquistano una maggiore profondità e il respiro dei corpi e delle anime che, con linguaggi e codici diversi incideranno in profondità lo svolgersi della vicenda, si sente in ogni pagina. Elio ritrova la sua vecchia camera, quella che negli ultimi dieci anni ha occupato con la moglie Anna, ma è diversa perché tutto il piano è stato ristrutturato e le stanze sono state trasformate in suite. In fondo anche lui è lo stesso di sempre, ma in realtà è molto cambiato e la morte della moglie lo ha segnato profondamente. Questa coesistenza di dimensioni apparentemente contraddittorie, ma che sono la regola, forse quella più importante delle nostre vite, è una delle chiavi di questo libro che ci offre uno scorcio nuovo da cui guardare il dipanarsi degli avvenimenti e le scelte dei protagonisti. Michilli, come nei precedenti romanzi, ma qui con accenti più profondi, riesce magistralmente a descrivere luoghi, oggetti e personaggi trovando una misura esatta e formidabile tra presentazione dei contesti e analisi delle  psicologie e del gioco delle emozioni, arrivando a farne una sorta di invito avvolgente e cortese che ci fa sentire ospiti attesi e graditi delle sue residenze narrative. Elio ritrova il carissimo amico Giulio, la moglie Elena e la loro figlia Rita con i quali lui e Anna avevano stretto amicizia fin da quando erano andati per la prima volta in quell’albergo; amicizia coltivata e rinsaldata lungo il corso degli anni. Ritrova altre persone a lui care come il Monsignore, un alto prelato con cui intrattiene amabili e approfondite conversazioni su temi diversi, dalla letteratura alla filosofia, dalla religione alla politica e Donna Fiorenza, una anziana cantante lirica di grande talento, famosa negli anni Cinquanta e Sessanta per la sua bravura e bellezza. Tutte le figure, anche quelle minori, sono scolpite con precisione e tutte, grazie ad una sapiente regia narrativa, concorrono allo sviluppo della storia trovando il loro posto e il loro ruolo con assoluta naturalezza. Questa, ed è un vero piacere sottolinearlo, è la cifra dello scrittore Michilli che, con profondo e autentico rispetto, consegna ai lettori una pagina senza mai un elemento fuori posto o in eccesso, con una nitidezza e tenuta di scrittura che, unite al fluire lieve ed intenso della lettura, ne fanno un vero e proprio dono. Michilli è riuscito a definire con precisione la sua lingua di scrittore facendone la voce naturale della sua creazione letteraria. Esattamente come ha costruito la sua topografia, come raccomandava di fare ad ogni scrittore Piero Chiara, così ha trovato e distillato la sua lingua che esprime, ne è appunto la voce naturale, il suo mondo e le sue atmosfere al punto che non solo vi aderisce perfettamente, ma non potrebbe essere che così. Ad uno sguardo distratto, ad una lettura meno attenta potrebbe sembrare solo una lingua senza compiacimenti, sperimentalismi e inutili orpelli retorici che spesso celano malamente cali di tensione o, peggio, fragilità e cedimenti della narrazione. Sarebbe già tanto così, ma c’è di più perché essa, esattamente come i suoi personaggi e i suoi paesaggi,  naturali ed umani, regala ad una lettura meditata il piacere, da vivere con la stessa lentezza di una attesa felice,  della pienezza e della profondità. E quando ci troviamo di fronte a questo equilibrio, a questo impasto che lievita e alimenta, possiamo dire davvero che siamo al cospetto di uno scrittore che ha saputo costruire il suo mondo nuovo, diverso, originale, riconoscibile e dargli voce, l’unica che sentiamo talmente adeguata da definirla appunto naturale, cioè insostituibile e, anche qui, riconoscibile.

Ne L’attesa della felicità non ci sono accadimenti drammatici, anzi tutto sembra svolgersi in modo prevedibile e quieto: le visite mediche, le cure termali, i fanghi, i massaggi e le inalazioni, i pranzi e le cene, le passeggiate in centro, i riposi pomeridiani. Tutto regolato e tutto regolare. A questa tranquilla scansione delle ore e dei giorni l’Autore, pian piano, affianca, quasi un contrappunto, un altro tempo dettato dall’addensarsi di dubbi, dai primi scricchiolii di equilibri che sembravano saldissimi e poi da tempeste interiori che investono Elio, in modo particolare, e i suoi amici. In questa nuova dinamica riveste un ruolo importante Silvia, la giovanissima e bellissima donna, precocemente segnata dalle avversità che, diventata amica di Elio e poi, suo tramite, anche di Rita, Elena e Giulio, con le sue domande franche e dirette squarcia il velo di convinzioni assurte al rango di verità assolute su cui Elio, ma non solo lui, ha costruito tutta la sua esistenza. Gli equilibri una volta rotti non si possono né ignorare né riappiccicare; le domande mai fatte, quelle che scavano e fanno male, si impongono alla coscienza e costringono a guardare dentro i più nascosti labirinti di ombre che portiamo, ciascuno a suo modo, dentro di noi. Si svela così la trama dei desideri che, come un fiume carsico, erompe in superficie e illumina quella sottile rete di rapporti che non si è mai avuto il coraggio di riconoscere e che ridisegna l’universo degli affetti e colloca in modo nuovo l’attesa della felicità. Diventa così ineludibile affrontare il passaggio stretto e ruvido di nuove realtà che impongono di fare, fino in fondo, i conti con sé stessi. Elio rivede le scelte che hanno segnato la sua vita e quella di Anna, i rapporti con Giulio, Elena e Rita scoprendo una realtà diversa e sorprendente, che scompone tutte le tessere del suo  mosaico. Il possibile sovvertimento di un ordine delle cose, che a sua volta regge l’ordine dei nostri mondi, pone i personaggi di fronte ad una alternativa: varcare il confine e affrontare le incognite e i rischi di una possibile felicità o ripiegare sogni e progetti e chiudere il passaggio verso una nuova condizione. Qui, nelle opportunità date dal riconoscimento dei desideri e dall’assunzione di nuove responsabilità che ciò comporta,  risiede il nucleo profondo della visione e della scrittura di Roberto Michilli e il suo originale punto di osservazione – nella narrativa italiana contemporanea – posto al centro di una rottura, al crocevia tra vecchie e nuove verità, tra rischi e possibilità.

Elio uscirà dalle due settimane di vacanza nelle terme profondamente cambiato,  anche grazie a Rita, che con Silvia, svolgerà un ruolo chiave. Spinto dalle sue domande e rivelazioni riuscirà a far emergere verità a lungo negate e desideri respinti nel più profondo dei recessi. Rita, dopo aver divelto ipocrisie e resistenze, riuscirà a farsi dare da Elio la camicia e la maglietta di lana e a condurlo, così, per mano in una corsa sotto la pioggia. Questa è per Elio la sfida massima, stante l’attenzione puntigliosa, quasi maniacale, con cui si copre con le sue adorate magliette di lana, che segna l’attraversamento di una linea di demarcazione, un punto di non ritorno. Rita, con l’acqua calda della piscina termale, lo battezzerà “uomo nuovo e libero” e questo battesimo pagano sarà per Elio una vera rinascita che lo porta ad accettare la prova di riconoscere e dar voce ai suoi sentimenti. Ma quando appare prossimo ad una svolta radicale e positiva, la situazione cambia di nuovo e perde il filo di una possibile felicità. Sembra la fine di tutto. Invece, con una mossa sorprendente, la mossa del cavallo, opera una scelta totalmente diversa, afferrando un altro filo, di diverso colore, a cui legare una nuova attesa di felicità. In questo arco di tempo riesce a finire il saggio su Stendhal su cui lavorava da oltre 15 anni, ed anche questa è una pagina che chiudendosi, apre una nuova prospettiva. Le scelte dei personaggi regalano molti colpi di scena e tutti, sia pure in modo diverso, imprimeranno delle svolte alle loro vite. C’è poi un personaggio, Giuliana, la massaggiatrice, la cui presenza discreta cresce pian piano fino al colpo di scena, davvero straordinario, che chiude il romanzo. Vanno poi sottolineati altri elementi che, lungi dall’essere marginali, conferiscono all’opera ulteriore valore. Il primo è la capacità di Elio di distinguere gli odori e di scomporre i profumi nelle essenze che lo compongono. Il “naso” del protagonista qui assurge a metafora generale di un tempo che non sa più riconoscere le fragranze, ci accontentiamo di surrogati standardizzati e mediocri, e che non sa più distinguere e quindi apprezzare le cose importanti della vita. Il secondo è lo sguardo del protagonista che non oltrepassa le persone, i luoghi , i monumenti ma, al contrario, si sofferma su di essi, ne rileva le forme, accarezza i rilievi e dona attenzione alle persone che affollano le vie o i ristoranti. Anche questa è una potente e preziosa metafora che ci ammonisce sulla regressione e il conseguente impoverimento delle esplorazioni del mondo che viviamo. Non solo abbiamo perso la capacità e il gusto di farci sorprendere dagli aromi diversi ma, cosa ancora più grave, abbiamo smesso di guardare gli altri e di riconoscerli. Il nostro sguardo, spesso, troppo spesso, non è un fascio di luce che fa scoprire volti e angoli sconosciuti o riscoprire quelli noti, ma un riflesso inerte di un interesse ormai spento per la vita che ci scorre vicino. Michilli descrive con precisione, ci fa davvero vedere, offrendoci in prestito il suo sguardo acuto, penetrante, empatico, le persone che Elio incontra nelle strade, nelle terme, nel ristorante; ci dice di come occupano lo spazio, come sono vestiti, cosa fanno e come lo fanno; chi e come siede, abita temporaneamente mi verrebbe da dire, sulle panchine e i tanti mondi che scorrono paralleli nelle strade e nelle piazze. Altra notazione, credo rilevante per scoprire ed apprezzare i tanti versanti di questo libro, è che Michilli come Pollicino, semina, con discrezione,  titoli di libri  come le famose mollichine, tracciando tra le righe una mappa di sentieri di letture e di indicazioni per possibili, ed auspicabili aggiungo io, approfondimenti. In questo quadro si può collocare, tratta dal romanzo di Stendhal, Il rosso e il nero, la definizione di romanzo portato come “uno specchio per la strada maestra in modo che possa riflettere l’azzurro del cielo e il fango dei pantani .”  Questa definizione, cui aderisce, credo, anche l’Autore, e che vale non solo per la letteratura, ci dimostra una volta di più, grazie a Roberto Michilli, che la vita raccontata nelle pagine riesce a illuminare molte pieghe di quella vissuta. In fondo, ci ricorda l’Autore, la posta in gioco è, sempre, trovare il punto di equilibrio tra rotture, smottamenti e nuove costruzioni. E dunque, ancora con Stendhal, “l’attesa della felicità è una delle poche possibilità che abbiamo per rendere meno infelice la nostra esistenza e imparare ad apprezzare l’aspettativa di cose liete, anche minime, e magari operare in modo da crearla”. E operare, sempre nell’accezione michilliana di cui si è detto all’inizio, per creare la felicità è quello che fanno i personaggi di questo libro, dimostrando ognuno in modo diverso che, almeno qualche volta, l’attesa della felicità non è impresa votata programmaticamente al fallimento e alla produzione di delusioni e frustrazioni. Roberto Michilli, anche con questo romanzo, si conferma uno scrittore che non solo padroneggia appieno tutti gli strumenti della scrittura ma, cosa più importante, porta avanti con coerenza, e qui con accenti nuovi che arricchiscono la sua tradizionale tavolozza dei colori, e grande forza narrativa la sua originale e suggestiva ricerca di un punto preciso da cui cogliere la forza vitale delle contraddizioni e il senso profondo del nostro agire. Con L’attesa della felicità Roberto Michilli rende vera l’affermazione dello scrittore Hermann Broch, per cui “La sola ragione d’essere di un romanzo è scoprire quello che solo un romanzo può scoprire”.

Leandro Di Donato