Concerto a Teramo in onore di Lermontov

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Lermontov nel 1841
(acquerello di Kirill Antonovič Gorbunov)

Autore di Un eroe del nostro tempo, capostipite dei grandi romanzi russi e classico intramontabile per modernità di struttura e di stile, Michail Jur’evič Lermontov (Mosca, 1814 – Pjatigorsk, 1841) è anche il più grande poeta russo insieme a Puškin.

Buon pittore e ufficiale di cavalleria dal coraggio leggendario, Lermontov perse la vita quando ancora doveva compiere ventisette anni in un duello che ha sconcertanti analogie con quello che aveva raccontato nel suo romanzo.

La straordinaria musicalità dei suoi versi è dovuta alla magistrale abilità nell’uso di metri e ritmi, ma vi contribuisce la sua preparazione musicale. Lermontov infatti componeva, suonava diversi strumenti e cantava molto bene. Questa caratteristica ha fatto sì che le sue liriche ispirassero una lunga serie di compositori, tra i quali Rubinštejn, Dargomyžskij, Varlamov, Rimskij-Korsakov, Balakirev e Rachmaninov, che ne hanno tratto oltre tremila opere.

Il concerto “Da fiamma e da luce” vuole offrire l’occasione per accostarsi all’opera e alla figura affascinante di un giovane genio irrequieto che per molti aspetti resta misterioso e inafferrabile. Al canto delle romanze si alterna la recitazione in lingua italiana dei versi di Lermontov, tradotti da Tommaso Landolfi e Roberto Michilli. Parola e musica si amalgamano in un unico tessuto narrativo, arricchito da brevi rimandi alla vita avventurosa del poeta e al contesto in cui maturò la sua straordinaria vicenda nel solco della grande letteratura russa dell’Ottocento. “Da fiamma e da luce” è l’omaggio che Teramo rende a Michail Jur’evič Lermontov nel bicentenario della sua nascita.

“Da fiamma e da luce”
Romanze da liriche di M. J. Lermontov nel bicentenario della nascita
A cura di Roberto Michilli

TERAMO – Sala San Carlo – martedì 14 aprile 2015 – ore 21

Michail Ryssov basso

Alessandro Cappella pianoforte

Antonella Ciaccia voce recitante

Musiche di A. Rubinstein, S. Rachmaninov, A. Varlamov, L. Malashkin,
A. Guriliov, D. Stolypin.

La presentazione del concerto sul sito della Riccitelli si può leggere qui.

L’articolo di Anna Fusaro su «Il Centro» si può leggere qui.

Qui, invece, si può ascoltare il grande tenore Sergéj Lémešev che legge il testo della lirica Parus (La vela) di M. Ju. Lermontov e poi canta la romanza tratta dalla stessa da Aleksándr Vladímirovič Varlámov (cliccare sulla piccola freccia verde).

Парус

Белеет парус одинокой
В тумане моря голубом!..
Что ищет он в стране далекой?
Что кинул он в краю родном?..

Играют волны — ветер свищет,
И мачта гнется и скрыпит…
Увы! он счастия не ищет
И не от счастия бежит!

Под ним струя светлей лазури,
Над ним луч солнца золотой…
А он, мятежный, просит бури,
Как будто в бурях есть покой!

1832

 

La vela

Biancheggia una vela solitaria
nella nebbia azzurra del mare!…
Che cerca in un paese lontano?
Che ha lasciato al paese natale?…

Giocano le onde — il vento fischia,
e l’albero si curva e scricchiola…
Ahimè! La felicità non cerca
e dalla felicità non fugge!

Sotto di lei la corrente più chiara dell’azzurro,
sopra di lei del sole d’oro il raggio…
Ma lei, ribelle, chiede la tempesta,
come se nelle tempeste ci fosse la pace!

(traduzione di Roberto Michilli)

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Intervista di Anna Fusaro su Il Centro del 22 maggio 2012

 

Il testo dell’intervista:

Si legge tutto d’un fiato l’ultimo romanzo di Roberto Michilli “La più bella del reame” (Galaad Edizioni, 286 pagine, 14 euro). Lo scrittore camplese, autore sensibile e ironico di raccolte poetiche, racconti e romanzi, adotta l’io narrante femminile per ritrarre la protagonista del suo nuovo romanzo, la disinibita e anticonformista Viviana. Una Bovary di provincia, ma più simpatica e vitale, alla ricerca di un’emancipazione e affermazione identitaria attraverso l’amore o semplici relazioni di sesso.
Giunta appena 39enne alla fine della vita per un cancro, Viviana scrive nell’arco di una settimana, nell’autunno del 1999, il diario della sua breve esistenza e dei suoi turbinosi amori. Un intreccio di eros e thanatos, privo tuttavia di pessimismo, nemmeno nell’ora fatale. La malattia rimane infatti sullo fondo, l’oggi funge da racconto cornice al romanzo della vita.
Perchè l’io narrante femminile? Espediente narrativo, sfida, empatia, gioco, o cos’altro?
Una soluzione narrativa venuta da sé, in modo naturale. Ma c’è anche una buona dose di empatia con la protagonista. È come se avessi riversato in lei una parte di me compressa, nascosta. Viviana è una primitiva, è passionale, incontenibile, una persona che vive la vita d’istinto. Io sono tutto il contrario, sono riflessivo, “cauteloso” direbbero i brasiliani, ho sempre condotto una vita controllata, con qualche rimpianto. È come se attraverso il personaggio di Viviana mi fossi finalmente abbandonato visceralmente alla vita».
Viviana incontra il vero amore quando è già malata. Non sarà stato un po’ sadico e punitivo?
«Potrebbe darsi. Inconsciamente però. La sua domanda è sottile, va oltre quello che io ho pensato. E come se avessi voluto giudicarla e punirla. Però mi ci fa pensare lei ora. D’altra parte l’incontro col vero amore potrebbe essere una consolazione. Tuttavia Viviana non è mai disperata. Mi sembra una donna onesta, autocritica, molto umana. Mi piace. In fondo i suoi valori sono semplici. Avere la fortuna di amare essendo amati non è cosa da poco, è un ideale condivisibile. Viviana ha una sua dignità, non si appoggia a nulla, neanche alla fede. Piuttosto alla magia sì, è un tipo pagano, una baccante, ha un rapporto primitivo con l’esistenza. Ammiro la sua energia».
Nelle pagine del romanzo si riconoscono luoghi di Teramo e del Teramano. Anche i personaggi si ispirano a persone reali?
«Ho cercato di costruire una contea immaginaria, fatta di luoghi persone tradizioni, in cui far muovere i personaggi. Anche gli altri miei romanzi sono un insieme sincretico di luoghi e territori delle nostre parti. A loro volta i personaggi sono sempre una sintesi di tante persone incontrate nella vita reale e di personaggi incontrati in tante letture. Ma non mi riferisco mai a persone precise. Esistono più che altro idee e situazioni che si incarnano in un dettaglio, echi di racconti ascoltati, film visti, libri letti. Lacerti, frammenti, brani di qualcosa che hai conosciuto. Nel momento in cui scrivi gli echi vengono in superficie».
Ultimamente si è dedicato più alla prosa che alla poesia. Una casualità o l’esigenza di un respiro più ampio?
«In realtà sono un versificatore di complemento più che un poeta in servizio permanente effettivo. La narrazione è il mio interesse esclusivo. La poesia è la valvola di sfogo per evitare che qualche lirismo di troppo inquini i racconti e i romanzi. Il racconto poi serve per farti il fiato, è un allenamento, una preparazione alla distanza lunga del romanzo».
Lei vinse il Premio Teramo nel 1997 con il racconto “Merletto a tombolo”. La giuria comprendeva personalità prestigiose, Michele Prisco, Raffaele Nigro, Giuseppe Pontiggia, col quale iniziò un’amicizia e al quale ha dedicato nel 2009 insieme a Simone Gambacorta il libro conversazione “La chiarezza enigmatica”. Ritiene Pontiggia il suo modello?
«Indubbiamente è stato un maestro, uno dei grandi autori del Novecento italiano. Rimane un modello a cui tendere. Conobbi Pontiggia l’anno che io vinsi il Premio Teramo. Mi disse che gli era piaciuto molto il mio racconto. Da lì è iniziata una relazione epistolare. Un carteggio durato fino alla sua morte, nel 2003. Ricordo la lettera in cui scrisse considerazioni molto belle sulla mia prima raccolta poetica. Un’amicizia purtroppo troncata. La corrispondenza è continuata con la moglie, che ha molto apprezzato “La chiarezza enigmatica”».
Da sei anni fa parte della giuria del Premio Teramo. Come rilanciare la manifestazione?
«Ricette non ne ho. Ci siamo riuniti molte volte al capezzale del premio. Le idee sono tante. Occorre aprire alla narrativa a tutto campo, senza limitarsi a premiare il racconto inedito. Il Teramo possiede una storia e un prestigio che autorizzano al cambiamento. Purtroppo i politici teramani hanno sempre visto il Premio Teramo come un obbligo e non come un’occasione».

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Anna Fusaro