Anna Maria Farabbi sulla Leggenda di San Giuliano

Ogni libro sogna di incontrare il proprio lettore ideale. Grazie ad Anna Maria Farabbi, La leggenda di San Giuliano l’Ospitaliere ha avuto questa fortuna.


domenico ghirlandaio- san giuliano l’ospitaliere

Questo è un libro da cogliere, salvare, assimilare, ruminare. Flaubert è un maestro. Quando nomino la parola maestro trovo immediatamente la costellazione fluorescente di orientamento, di nutrimento, riconosco insegnamenti  di riferimento e con questi fondamentali viatici attraverso la mia soletudine e la mia lingua. Qui, in quest’opera, Flaubert entra corpo a corpo con il lettore. Flaubert si svela in una maestà dolorosa e regale, senza scampo. Imperdonabile come direbbe Cristina Campo. Roberto Michilli, curatore e traduttore della mastodontica opera, apre immediatamente la prima pagina con proiezioni acute di citazioni tratte dallo stesso Flaubert e da Giuseppe Tomasi, principe di Lampedusa, che centrano significativamente i cardini della personalità dello scrittore francese, investendoci, impegnandoci, annunciandoci un viaggio letterario importante.
Subito dopo, due pagine oneste, limpide, scritte con penna esatta e cuore generoso sulla traduzione, illuminano l’approccio personale di Michilli al testo originale, indicano il suo metodo di lavoro. Al tempo stesso, rispondono a numerosi testi che rimbalzano a vuoto sulle problematiche della traduzione. Con colta e raffinata leggerezza, Michilli rivela la radice del suo atto, la bellezza dell’ imperfezione del tradurre, la necessità di costruire il ponte linguistico con lentezza rigorosa, accurata, puntigliosa, rispettosa attenzione, propria di chi è innamorato di un’opera e della creatura che l’ha creata.
Ho gioito immediatamente tra le prime righe per come Michilli sceglie di cominciare: diciamo la verità. Il suo gesto scrittorio è apparentemente semplice. In realtà, s’impone: deve essere preso assolutamente alla lettera. E’ un’ascia politica, etica. Un comandamento in nome della vita e della morte, richiamando tutta l’intelligenza umana possibile. Mettendo sul proprio fare uno studio permanente, umile e consapevole del cuore, del respiro, della schiena dei maestri. 

diciamo la verità annuncia un approccio letterario che ha in sé l’assoluto, una tensione verso la perfezione, esigente in competenza, non giustifica lacuna né distrazione: si impegna in una nudità povera nel senso più spirituale del termine.    Porgo qui queste due pagine esemplari:    

Due parole sul tradurre

 Diciamo la verità, una buona volta: si possono tradurre con ragionevole esattezza solo le istruzioni per l’uso, i manuali tecnici e le indicazioni stradali. I testi poetici, invece, andrebbero letti nella lingua in cui furono concepiti e scritti.
È evidente che chi si accinge a tradurre un testo è in grado di farlo (almeno si spera). Perché, allora, costui (o costei) non si accontenta di goderselo in santa pace e si accinge invece all’improba fatica di darne una versione nella sua lingua? Se lo fa per campare, non c’è discorso. Ma se non è così, qual è la molla che scatta?


Le molle, in realtà, sono almeno due. La prima, la più importante, è l’amore.  Tradurre, quando non è un duro lavoro, è infatti fatica da innamorati. Si traduce perché si amano l’autore e la sua lingua. La seconda molla è la presunzione. Già: diciamo anche quest’altra, di verità. Come epifenomeno dell’innamoramento, sorge infatti nel soggetto amante la convinzione di aver capito meglio di chiunque altro l’amato. Non può fare a meno, pertanto, di considerare questi vittima di una più o meno lunga catena di soprusi, visto che nessuno, fra quanti gli si sono avvicinati nel tempo, gli ha mai reso giustizia. Nessuna delle traduzioni esistenti è dunque, a nostro avviso, degna dell’originale, e tocca a noi rimediare a tanto scempio.
Effettivamente, in alcuni casi, ciò che si legge in italiano, raffrontato al testo originale, mette i brividi o muove al riso (spesso, addirittura, riesce nell’ardua impresa di suscitare le due reazioni insieme); ma, tolti questi casi estremi, la verità è che non esiste il modo “giusto” di tradurre. Sappiamo tutti che tra i due estremi della versione interlineare e della totale riscrittura del testo − opzioni peraltro anch’esse legittime e addirittura doverose in certi contesti − esiste una gamma infinita di soluzioni intermedie, in ciascuna delle quali viene messa in opera una particolare forma di infedeltà. Chi privilegia un aspetto, ne sacrifica altri, non c’è alternativa. Proprio per questo è impossibile che le nostre scelte si rispecchino in quelle di un altro. A questo punto, perciò, non resta che mettersi alla prova.
Certo, una volta che si è avvertito questo senso di insoddisfazione, non si può fare a meno di estendere il sospetto anche alle opere scritte in lingue che purtroppo conosciamo poco o punto, e che pertanto sfuggono alla nostra capacità di interpretazione e controllo. La verità è che ci siamo nutriti di ersatz, di echi, di ombre. Abbiamo succhiato interposito lino il settecento inglese, il grande ottocento russo e francese, la luminosa tradizione tedesca, la letteratura nordamericana, dei paesi nordici, di lingua spagnola e portoghese, per non parlare delle tradizioni letterarie ancora più lontane, e, in molti casi, non c’è più niente da fare. Dove però è possibile, sia pure a fatica, intervenire, credo sia doveroso farlo. Quando l’insoddisfazione è davvero sentita, non c’è altra strada che armarsi di pazienza e buona volontà e partire per l’impresa.
Nel caso di Flaubert il discorso si fa ancora più difficile. Sapendo come lavorava, quanta fatica gli costasse ogni pagina, quanto tenesse a ogni minimo particolare, il compito appare disperato. Qui è davvero l’amore a muovere all’azione; l’amore, un’ammirazione sconfinata e un altrettanto sconfinato rispetto per l’uomo e per l’artista. Siccome tradurre è molto più che leggere, immergersi così in profondità all’interno di un capolavoro non può che farci del bene, renderci più consapevoli, se non altro, del mistero dell’arte. Soffriremo, faticheremo, ma la nostra fatica, per quanto grande, sarà sempre e soltanto una pallida eco di quella che ha fatto l’autore, così come il risultato del nostro lavoro non sarà che un timido, indecoroso riflesso dell’originale. Un percorso iniziatico quindi, non una sfida; un atto d’amore, piuttosto: un ringraziamento, quasi una preghiera.
Alla fine dell’introduzione agli Epigrammi di Marziale, da lui pur strepitosamente tradotti, Guido Ceronetti scrive: «E io rileggendo, rileggendo i testi miei che ne ho tratto, mi vergogno della mia ineleganza, colpa dell’impazienza, frutto dell’inesperienza – eppure presumevo di non essere troppo rozzo – con le quali avevo affrontato i suoi rigorosi epigrammi. Lettore impara il latino! Invece di Ceronetti leggerai Marziale.» È un consiglio da seguire, e non solo per il latino. 

Roberto Michilli

chiesa santa maria del tiglio- gravedona (como)-
san. giuliano uccide i suoi genitori

L’opera ha un’architettura meditata, esaustiva: lavora attorno alla mandorla aurea del racconto di Flaubert, distesa in 50 pagine, e si compie di note, di un dossier, di riferimenti biografici e bibliografici, preziosità epistolari, tali da immettere il lettore nella stanza vitale di Flaubert. Nulla di freddamente didattico. Ci si accosta fino a convivere con il battito cardiaco di Flaubert, seguiti dalla mano discreta, autorevole, di Michilli.
Proust e Joyce indicano La leggenda di san Giuliano l’Ospitaliere come il capolavoro di Flaubert, pochissimo conosciuto.
Il mio inchiostro invita non solo a leggere questo lungo racconto stillato dal grande scrittore francese, ma soprattutto sollecita l’occasione  per conoscere Roberto Michilli.
Il mio elogio alla sua qualità di traduttore, saggista, narratore, per come ha tessuto  un appassionante incontro ravvicinante con il regno interiore di un genio, apprezzandolo, umanizzandolo e contestualizzandolo, portandolo a noi.

Anna Maria Farabbi

https://cartesensibili.wordpress.com/2020/01/28/trasmissioni-dal-faro-anna-maria-farabbi-la-leggenda-di-san-giuliano-lospitaliere/

Intervista di Anna Brandiferro

Ringrazio Anna Brandiferro e certastampa.it nella persona della sua direttrice Elisabetta Di Carlo.

PAGINE&PAROLE / «NON SI TRADUCE PER MESTIERE, LO SI FA PER AMORE» ANNA BRANDIFERRO INTERVISTA ROBERTO MICHILLI Pubblicato: 04 Giugno 2019

Roberto Michilli è nato a Campli nel 1949. Vive a Teramo. Ha pubblicato le raccolte di poesie Aprire un giorno, Attraverso la vita, Nuovi versi, i romanzi Desideri, Fate il vostro gioco, La più bella del reame, Il sogno di ogni uomo, Atlante con figure, L’attesa della felicità. È presente nei libri collettivi di poesia 4 poeti abruzzesi (2004) e L’orma lieve (2011). Si interessa di letteratura francese e russa del XIX secolo. Ha tradotto e curato una raccolta delle poesie di Lermontov (Quaranta poesie). Nel 2014 il libro ha ricevuto la Menzione d’Onore alla VIII edizione del premio letterario internazionale “Russia-Italia. Attraverso i secoli”. È nella giuria del premio Teramo dal 2006, e dal 2007 al 2012 ha curato la rassegna “Perché i poeti…”, inserita nel progetto culturale “Teramo città aperta al mondo”. Dal 2010 ha un blog: larmegliamori.wordpress.com.

Roberto, da Lermontov a Flaubert,  perché hai deciso di tradurre “La leggenda di San Giuliano l’ospitaliere ?

Con i libri su Lérmontov e Flaubert, e prima ancora con quello su Pontiggia, ho pagato antichi debiti di gratitudine verso autori che mi hanno toccato profondamente con le loro opere e sono stati importanti per la mia formazione. Lérmontov e Flaubert mi hanno emozionato nell’adolescenza e da allora li porto sempre con me; Pontiggia è venuto dopo. Lo considero il più importante scrittore italiano del secondo Novecento, e già  ne ammiravo le opere quando ancora  non avevo cominciato a scrivere. Per me svettava al di sopra di tutti i suoi contemporanei per cultura, stile e tecnica. Ma poi, nel momento in cui ho iniziato il mio apprendistato di scrittore, è diventato un punto di riferimento imprescindibile, e un maestro saggio e sapiente attraverso i suoi scritti. Con la mia vittoria nel Premio Teramo ho avuto la fortuna di conoscerlo, ed è nata tra noi un’amicizia crudelmente interrotta dalla sua morte improvvisa e prematura.  Ha fatto in tempo ad ogni modo a diventare un Maestro in carne e ossa, perché parlandoci e intrattenendo con lui una corrispondenza  ho potuto costruirmi una mia personale concezione della scrittura, capire che cosa scrivere e come farlo.Il passaggio dal russo al francese è dovuto semplicemente al passaggio da un autore all’altro. Ne avrei altri ai quali rendere omaggio, Byron e Stendhal, per citare dei nomi, ma dubito che riuscirò a farlo. I due libri su Lemontov e quello su Flaubert mi sono costati nove anni di intensissimo lavoro, e oggi non mi sento più le energie necessarie per intraprendere  avventure del genere. Non si traduce per mestiere lo si fa per amore di un autore e della sua lingua, e anche perché non ci convincono le traduzioni esistenti. Nel caso di Flaubert, La leggenda di San Giuliano l’Ospitaliere, come credo di avere dimostrato nel mio libro, nasconde profondità inimmaginabili sotto la sua apparenza di favola ingenua e lo smalto da miniatura di codice medievale. È in realtà un testo complesso, febbrile, enigmatico, ambiguo e crudele, e proprio per questo coinvolgente, indecifrabile, inquietante. Un testo  che permette di scrutare negli abissi dell’opera e della vita di Flaubert, e forse non solo della sua, e che pertanto ha bisogno di una traduzione precisa, attenta, che metta in evidenza tutte le numerose particolarità lessicali e stilistiche di cui si è servito Flaubert e soprattutto traduca  quello che lui ha scritto e solo quello. Tutto questo a mio avviso non si riscontra nelle pur numerose traduzioni esistenti, che in alcuni casi sembrano tirate via e in molti altri si permettono licenze ingiustificabili. Traduco da quando ero ragazzo. Ho cominciato a diciassette anni aiutando un amico che stava preparando la tesi a tradurre un libro di matematica dall’inglese, e non ho mai smesso.  Ho potuto formarmi così per mezzo di una lunga esperienza e di studi specifici una mia idea di come si debba tradurre, e cioè rispettando in modo assoluto il testo di partenza, e con umiltà  e spirito di servizio nei confronti dell’autore. Tradurre è stato un aspetto importante della mia formazione come scrittore. Un esercizio che raccomando a chiunque si voglia mettere su questa impervia strada. Molte delle traduzioni intraprese non le ho portate a termine: L’isola del tesoro, Madame Bovary, i racconti di Hemingway e quelli di Villier de L’Isle-Adam, ma l’esercizio è stato in ogni caso di grandissima utilità.   

Roberto Michilli nasce come poeta poi passa ai racconti e  infine ai romanzi, ma scrivi ancora poesie?

Ci tengo a precisare che non sono un poeta, ma solo un narratore che in un certo periodo della sua vita ha scritto dei versi e poi, rinsavito, ha smesso. Questo è un tempo di povertà. Ci sono alcuni milioni di poeti o sedicenti tali, in circolazione, però la stragrande maggior parte di loro ha risposto a chiamate che nessuno si è sognato di fare. Nell’insieme creano un rumore di fondo che copre anche le poche voci originali. Meglio tenersi alla larga dal mucchio selvaggio. 

Tiziano Scarpa, che ha curato la prefazione del tuo libro “Atlante con figure”,  ha scritto “ogni oggetto che Michilli recupera nella memoria…è al tempo stesso struggente e implacabile, perché è un lenimento e una ferita; è una visione dolce e un bagliore lancinante; è una commozione e una disperazione…” che ne pensi?              

Tiziano ha scritto cose estremamente lusinghiere su quel mio lavoro, ma sono considerazioni di un critico benevolo che lo guarda dall’esterno. Per quanto mi riguarda, in Atlante ho raccolto avvenimenti ed emozioni da essi suscitate che porto scritti nella carne. Molto più di semplici ricordi, pertanto. Marcel Proust ha scritto che tutti potremmo essere grandi scrittori se solo avessimo la capacità di ripiegarci su noi stessi per sforzarci di ritrovare sopra la nostra anima i segni che ci ha lasciato la vita, l’infanzia soprattutto. È un’operazione difficile e dolorosa, lo posso testimoniare. Ho dovuto aspettare anni prima di trovare il coraggio e la forza per affrontare e descrivere alcune situazioni che anche a distanza di decenni mi emozionavano e mi commuovevano. E mi commuovo e mi emoziono ancora adesso rileggendoli, perché il libro racconta un mondo ormai scomparso, e negli ultimi anni se ne sono andati alcuni dei pochi preziosi amici di quegli anni che insieme a me ancora lo ricordano. Un altro lettore di eccezione, il filosofo Fabio Brotto, che  mi segue fin dai tempi di Desideri, il mio romanzo d’esordio, ha colto questo aspetto del mio lavoro, forse per consonanza anagrafica, visto che siamo coetanei: “Michilli è spinto a scrivere dei suoi anni di bambino e ragazzo da un insopprimibile bisogno di salvare, nell’unico modo possibile, un mondo…Quel mondo perduto rimane nella memoria di chi lo ha vissuto, vive ancora una sua vita crepuscolare nella sua memoria, e come realtà vivente sparirà con lui. E qua e là in Atlante con figure Michilli ci fa capire che, insieme a quel mondo, è tramontata anche la sua felicità”.

Anna Brandiferro

La casa di Flaubert

Dipinto di René Thomsen (1897, Bibliothèque municipale de Rouen).

La casa di Flaubert a Croisset (Senna Marittima, a qualche chilometro da Rouen) con, a sinistra, il  piccolo padiglione sul bordo della Senna, utilizzato da Gustave per i bagni e per momenti di relax durante la bella stagione.

La casa fu acquistata, al prezzo di 95.000 franchi, dal dottor Achille-Cléophas Flaubert, padre di Gustave, tra aprile e maggio  del 1844. Tra lunedì 10 e venerdì 14 giugno dello stesso anno la famiglia Flaubert si installa a Croisset, nella grande casa in riva alla Senna che da questo momento in poi sarà per Gustave il punto fisso di una esistenza da solitario, interrotta tuttavia da viaggi e lunghi soggiorni a Parigi. Secondo le testimonianze di tutti i contemporanei che ebbero il privilegio di esservi ricevuti, il luogo, così come la casa, erano incantevoli. Maupassant, Zola, i fratelli Goncourt, George Sand lo descrivono come un luogo magico. In questo piccolo paradiso Gustave passerà i giorni più sereni della sua vita e comporrà la quasi totalità delle sue opere. «Casa di scrittore» scrive Bernard Fauconnier (Flaubert, p. 53), «il luogo dei sogni, dei dubbi, dei rituali di scrittura, delle orge d’entusiasmo e delle crisi di disperazione, cornice per trentacinque anni di questa straordinaria avventura interiore.» L’anima di questa casa è lo studio di Gustave, un grande vano che ne occupa tutto un angolo. Lì, scrive George Sand, Flaubert «vivrà come un canonico». Nel 1884, in un articolo su «La revue blanche», Guy de Maupassant lo farà rivivere: «Il suo studio apriva tre finestre sul giardino e due sul fiume. Era molto vasto, non avendo per ornamento che libri, alcuni ritratti di amici e alcuni ricordi di viaggio: corpi di giovani caimani seccati, un piede di mummia che un domestico ingenuo aveva lucidato come uno stivale e restato nero, rosari d’ambra d’Oriente, una statuina di Budda dorata, che dominava il grande tavolo da lavoro, e che guardava con i suoi lunghi occhi, un ammirevole busto di Pradier raffigurante la sorella di Gustave, Caroline Flaubert […]»

Il 18 maggio 1881 Caroline Commanville, nominata da Gustave Flaubert sua erede universale, vende la casa di Croisset. I 180.000 franchi che ne ricava le serviranno per pagare parte dei tanti debiti del marito. La grande villa bianca dal muro tappezzato di rose, così cara a Gustave, è subito demolita e al suo posto nel 1882 viene costruita una distilleria, rimpiazzata, nel 1922, da una fabbrica di pasta di legno e carta che resta in attività fino agli anni ‘80 del Novecento. Dalla distruzione si salva solo il piccolo padiglione sul bordo della Senna. Nel 1904, per iniziativa di Jean Revel, viene aperta una sottoscrizione per ricomprarlo e trasformarlo in un museo. Inaugurato il 17 giugno 1906, il museo Flaubert è oggi annesso alla Biblioteca municipale di Rouen.

Intervista di Anna Fusaro su San Giuliano

«il Centro», lunedì 1 aprile 2019

«Traduco Flaubert la sua “Leggenda”  è la mia ossessione» 

Lo scrittore teramano pubblica con Di Felice la nuova traduzione «del racconto perfetto»  di Anna Fusaro. 1 aprile 2019

TERAMO . «Flaubert è una mia ossessione antica, come Lermontov. Scrittori incontrati nell’adolescenza che ho continuato a frequentare nella vita adulta. Lessi il racconto di Flaubert cinquant’anni fa e provai subito una sensazione di turbamento, percependo qualcosa sotto la perfetta superficie del testo. Da allora non ho mai smesso di interrogarmi su di esso fino a quando, nel 2010, ho progettato questo lavoro». Lo scrittore abruzzese Roberto Michilli parla con trasporto dell’ossessione per Gustave Flaubert e in particolare per uno dei suoi tre testi brevi, “La leggenda di san Giuliano l’Ospitaliere”, pubblicato nei “Trois contes” nel 1877, che ha tradotto per Di Felice Edizioni. Il libro (stesso titolo dell’originale, 483 pagine, 26 euro) propone la traduzione di Michilli (28 pagine) con testo originale a fronte e un corposo, colto e documentatissimo saggio dell’autore camplese sulle risposte offerte al mistero del racconto flaubertiano da una cinquantina di studiosi attratti (e turbati) da esso. Stanno qui importanza e originalità di un’operazione, coraggiosamente sposata dall’editrice abruzzese Valeria Di Felice, che sonda uno degli enigmi della letteratura. Perché Flaubert racconta la storia del santo parricida e matricida? Perché impiega trent’anni a scriverla da quando, 23enne, è folgorato dalla raffigurazione (riprodotta in copertina) sulle vetrate della cattedrale della natìa Rouen dell’atrocità commessa da Giuliano? 
Il protagonista della leggenda medioevale alla fonte del racconto è il figlio di un signorotto che passa il tempo cacciando per il puro gusto di sterminare animali. Dopo aver colpito a morte un cervo, la compagna e il loro piccolo, viene maledetto dal cervo morente che gli annuncia che un giorno ucciderà il padre e la madre. Anni dopo Giuliano massacrerà al buio i genitori pensando che i due corpi nel suo letto siano quelli della moglie e di un amante. 
Fattosi mendicante, passerà il resto della vita a espiare, fino all’incontro con Cristo nei panni di un lebbroso. Leggenda frequentata da pittori come Masolino da Panicale fino alla rilettura contemporanea di Yorgos Lanthimos nel film “Il sacrificio del cervo sacro”, la breve storia raccontata da Flaubert ha suscitato in Michilli molti interrogativi. «Come scrivono Proust e Joyce, “La leggenda di san Giuliano l’Ospitaliere” è l’opera più perfetta di Flaubert, che scrisse solo capolavori. Sembra un ingenuo racconto di fate, ma trasparenza e semplicità sono solo apparenti. Questo racconto è come il monolite di “2001: Odissea nello spazio”, perfetto nella forma esteriore e misterioso nell’essenza. Nella mia indagine mi sono sentito confortato dal fatto che tanti studiosi, critici, scrittori avessero provato la mia stessa sensazione di disagio».
A quale conclusione è giunto? Cosa voleva dire Flaubert con la storia di Giuliano?
«Flaubert “è” tutti i suoi personaggi, ma forse in Julien c’è di lui più che in tutti gli altri. Nel racconto c’è qualcosa di più riposto. Il sentimento di insofferenza, se non odio, verso la figura paterna. Simbolicamente Flaubert proietta nelle pagine il desiderio subliminale di uccidere il padre. Formalmente il testo è una meraviglia, un capolavoro da una semplice leggenda. Ma s’intuisce qualcosa di personale. Flaubert ha voluto dirci di aver sofferto da bambino, di essersi sentito non accettato. Era il secondo figlio del chirurgo Achille, che aveva già l’erede maschio, il primogenito Achille, bravissimo, destinato a fare il medico pure lui. Gustave provò a fare l’avvocato, la stessa scrittura fu un ripiego. Il padre continuò a guardarlo come un fallito».
Com’è giunto a questa lettura psicoanalitica?
«Mi sono chiesto perché uno dei massimi scrittori di tutti i tempi, il più grande con Tolstoj e Proust, amato dagli scrittori, si sia portato dentro una storia per trent’anni, per poi scriverla nel momento peggiore della sua vita. Un momento di disperazione in cui, dopo lutti e perdite, si ritrovò in povertà. Sentiva di essere alla fine e di dover dire qualcosa che gli premeva dentro. Lui che non improvvisava mai e progettava ogni dettaglio dei suoi libri, circondato da un apparato di carte e appunti, scrive “La leggenda” in una stanza d’albergo di un paese bretone sull’Atlantico senza documentazione. Solo penna, inchiostro, carta».
Nel tradurre il testo ha tenuto conto del sottotesto e delle analisi degli altri studiosi?
«Tradurre per me è un modo di appropriarmi di un testo. Nelle tre traduzioni precedenti (Ferrari nel ’27, Agosti ’83, Itri ’94, ndc) non viene intuita la bellezza della dimensione nascosta del racconto. Un mondo nascosto di cui Sartre dice qualcosa. Nel saggio mi confronto con una cinquantina di studi di autori mai tradotti in Italia. Ho potuto tener conto di tante implicazioni, anche stilistiche, e interpretazioni, avendo più tempo di un traduttore di professione».
Pensa di tradurre e ripubblicare gli altri due testi dei “Trois contes”, “Un cuore semplice” e “Erodiade”? 
«No. Li ho già tradotti, sono bellissimi, ma non hanno avuto in me la stessa risonanza della “Leggenda”». 

Roberto Michilli (Campli,1949) vive a Teramo. 
Ha pubblicato: le raccolte di poesie Aprire un giorno (1996), Attraverso la vita (prefazione Giuseppe Pontiggia, 2001), Nuovi versi (2004); i romanzi Desideri (2005), Fate il vostro gioco (2008), La più bella del reame (2011), Il sogno di ogni uomo (2013), Atlante con figure (prefazione Tiziano Scarpa, 2016), L’attesa della felicità (2018). 
Cultore di letteratura francese e russa dell’Ottocento, ha tradotto e curato la raccolta delle poesie di Lermontov: “Michail Jur’evič Lermontov, Quaranta poesie” (2014), menzione d’onore all’8° Premio letterario internazionale “Russia-Italia. Attraverso i secoli”. Di Lermontov ha scritto anche la prima biografia edita in Italia: “Il prigioniero. La vita, il tempo e le opere di Michail Jur’evič Lermontov (2015). Oltre che dal russo (Lermontov, Puškin, Tjutčev, Baratynskij, Achmatova, Mandelštam, Pasternak) ha tradotto dal francese, inglese, tedesco (Mallarmé, Verlaine, Byron, Keats, Goethe, Heine). Giurato del Premio Teramo dal 2006. 
Dal 2010 ha il blog larmegliamori.wordpress.com.



Roberto Michilli