Intervista di Anna Brandiferro

Ringrazio Anna Brandiferro e certastampa.it nella persona della sua direttrice Elisabetta Di Carlo.

PAGINE&PAROLE / «NON SI TRADUCE PER MESTIERE, LO SI FA PER AMORE» ANNA BRANDIFERRO INTERVISTA ROBERTO MICHILLI Pubblicato: 04 Giugno 2019

Roberto Michilli è nato a Campli nel 1949. Vive a Teramo. Ha pubblicato le raccolte di poesie Aprire un giorno, Attraverso la vita, Nuovi versi, i romanzi Desideri, Fate il vostro gioco, La più bella del reame, Il sogno di ogni uomo, Atlante con figure, L’attesa della felicità. È presente nei libri collettivi di poesia 4 poeti abruzzesi (2004) e L’orma lieve (2011). Si interessa di letteratura francese e russa del XIX secolo. Ha tradotto e curato una raccolta delle poesie di Lermontov (Quaranta poesie). Nel 2014 il libro ha ricevuto la Menzione d’Onore alla VIII edizione del premio letterario internazionale “Russia-Italia. Attraverso i secoli”. È nella giuria del premio Teramo dal 2006, e dal 2007 al 2012 ha curato la rassegna “Perché i poeti…”, inserita nel progetto culturale “Teramo città aperta al mondo”. Dal 2010 ha un blog: larmegliamori.wordpress.com.

Roberto, da Lermontov a Flaubert,  perché hai deciso di tradurre “La leggenda di San Giuliano l’ospitaliere ?

Con i libri su Lérmontov e Flaubert, e prima ancora con quello su Pontiggia, ho pagato antichi debiti di gratitudine verso autori che mi hanno toccato profondamente con le loro opere e sono stati importanti per la mia formazione. Lérmontov e Flaubert mi hanno emozionato nell’adolescenza e da allora li porto sempre con me; Pontiggia è venuto dopo. Lo considero il più importante scrittore italiano del secondo Novecento, e già  ne ammiravo le opere quando ancora  non avevo cominciato a scrivere. Per me svettava al di sopra di tutti i suoi contemporanei per cultura, stile e tecnica. Ma poi, nel momento in cui ho iniziato il mio apprendistato di scrittore, è diventato un punto di riferimento imprescindibile, e un maestro saggio e sapiente attraverso i suoi scritti. Con la mia vittoria nel Premio Teramo ho avuto la fortuna di conoscerlo, ed è nata tra noi un’amicizia crudelmente interrotta dalla sua morte improvvisa e prematura.  Ha fatto in tempo ad ogni modo a diventare un Maestro in carne e ossa, perché parlandoci e intrattenendo con lui una corrispondenza  ho potuto costruirmi una mia personale concezione della scrittura, capire che cosa scrivere e come farlo.Il passaggio dal russo al francese è dovuto semplicemente al passaggio da un autore all’altro. Ne avrei altri ai quali rendere omaggio, Byron e Stendhal, per citare dei nomi, ma dubito che riuscirò a farlo. I due libri su Lemontov e quello su Flaubert mi sono costati nove anni di intensissimo lavoro, e oggi non mi sento più le energie necessarie per intraprendere  avventure del genere. Non si traduce per mestiere lo si fa per amore di un autore e della sua lingua, e anche perché non ci convincono le traduzioni esistenti. Nel caso di Flaubert, La leggenda di San Giuliano l’Ospitaliere, come credo di avere dimostrato nel mio libro, nasconde profondità inimmaginabili sotto la sua apparenza di favola ingenua e lo smalto da miniatura di codice medievale. È in realtà un testo complesso, febbrile, enigmatico, ambiguo e crudele, e proprio per questo coinvolgente, indecifrabile, inquietante. Un testo  che permette di scrutare negli abissi dell’opera e della vita di Flaubert, e forse non solo della sua, e che pertanto ha bisogno di una traduzione precisa, attenta, che metta in evidenza tutte le numerose particolarità lessicali e stilistiche di cui si è servito Flaubert e soprattutto traduca  quello che lui ha scritto e solo quello. Tutto questo a mio avviso non si riscontra nelle pur numerose traduzioni esistenti, che in alcuni casi sembrano tirate via e in molti altri si permettono licenze ingiustificabili. Traduco da quando ero ragazzo. Ho cominciato a diciassette anni aiutando un amico che stava preparando la tesi a tradurre un libro di matematica dall’inglese, e non ho mai smesso.  Ho potuto formarmi così per mezzo di una lunga esperienza e di studi specifici una mia idea di come si debba tradurre, e cioè rispettando in modo assoluto il testo di partenza, e con umiltà  e spirito di servizio nei confronti dell’autore. Tradurre è stato un aspetto importante della mia formazione come scrittore. Un esercizio che raccomando a chiunque si voglia mettere su questa impervia strada. Molte delle traduzioni intraprese non le ho portate a termine: L’isola del tesoro, Madame Bovary, i racconti di Hemingway e quelli di Villier de L’Isle-Adam, ma l’esercizio è stato in ogni caso di grandissima utilità.   

Roberto Michilli nasce come poeta poi passa ai racconti e  infine ai romanzi, ma scrivi ancora poesie?

Ci tengo a precisare che non sono un poeta, ma solo un narratore che in un certo periodo della sua vita ha scritto dei versi e poi, rinsavito, ha smesso. Questo è un tempo di povertà. Ci sono alcuni milioni di poeti o sedicenti tali, in circolazione, però la stragrande maggior parte di loro ha risposto a chiamate che nessuno si è sognato di fare. Nell’insieme creano un rumore di fondo che copre anche le poche voci originali. Meglio tenersi alla larga dal mucchio selvaggio. 

Tiziano Scarpa, che ha curato la prefazione del tuo libro “Atlante con figure”,  ha scritto “ogni oggetto che Michilli recupera nella memoria…è al tempo stesso struggente e implacabile, perché è un lenimento e una ferita; è una visione dolce e un bagliore lancinante; è una commozione e una disperazione…” che ne pensi?              

Tiziano ha scritto cose estremamente lusinghiere su quel mio lavoro, ma sono considerazioni di un critico benevolo che lo guarda dall’esterno. Per quanto mi riguarda, in Atlante ho raccolto avvenimenti ed emozioni da essi suscitate che porto scritti nella carne. Molto più di semplici ricordi, pertanto. Marcel Proust ha scritto che tutti potremmo essere grandi scrittori se solo avessimo la capacità di ripiegarci su noi stessi per sforzarci di ritrovare sopra la nostra anima i segni che ci ha lasciato la vita, l’infanzia soprattutto. È un’operazione difficile e dolorosa, lo posso testimoniare. Ho dovuto aspettare anni prima di trovare il coraggio e la forza per affrontare e descrivere alcune situazioni che anche a distanza di decenni mi emozionavano e mi commuovevano. E mi commuovo e mi emoziono ancora adesso rileggendoli, perché il libro racconta un mondo ormai scomparso, e negli ultimi anni se ne sono andati alcuni dei pochi preziosi amici di quegli anni che insieme a me ancora lo ricordano. Un altro lettore di eccezione, il filosofo Fabio Brotto, che  mi segue fin dai tempi di Desideri, il mio romanzo d’esordio, ha colto questo aspetto del mio lavoro, forse per consonanza anagrafica, visto che siamo coetanei: “Michilli è spinto a scrivere dei suoi anni di bambino e ragazzo da un insopprimibile bisogno di salvare, nell’unico modo possibile, un mondo…Quel mondo perduto rimane nella memoria di chi lo ha vissuto, vive ancora una sua vita crepuscolare nella sua memoria, e come realtà vivente sparirà con lui. E qua e là in Atlante con figure Michilli ci fa capire che, insieme a quel mondo, è tramontata anche la sua felicità”.

Anna Brandiferro

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Il destino dei poeti russi

Vil’gél’m Kárlovič Kjuchel’béker (1797–1846). Traduzione di Anastasia Pasquinelli.

 

Amara sempre nel mondo è dei poeti la sorte,

Ma più opprimente che mai la Russia punisce;

Anche Ryleev per la gloria nacque,

Ma della libertà quel giovane era invaghito…

Strinse il cappio quell’intrepida cervice.

Non lui solo; poi altri,

 

Da un magnifico sogno lusingati,

Furon falciati dalla fatale annata…[1]

Dio diede fuoco al lor cuore, luce alla mente.

Sì! Sensi han fervidi e ardenti:

E allora? Incarcerati vengono al buio,

O distrutti dal gelo d’un disperato esilio…

 

Oppur la malattia in tenebrosa notte

Degl’ispirati veggenti gli occhi sigilla[2];

O di spregevoli zerbinotti la mano

Alla lor sacra fronte una palla invia[3];

 

Oppure una sommossa l’ottusa plebe scuote,

E allor la plebe sbrana

Colui che con splendido volo di tonanti saette

Avrebbe inondato di luce la patria[4].

(28 ottobre 1845)

 

[1] Insieme a Kondrátij Fëdorovič Ryléev, il 13 luglio 1826 furono messi a morte i decabristi Pável Ivánovič Péstel’, Pëtr Grigór’evič Kachóvskij, Sergéj Ivánovič Murav’ëv-Apóstol, e Michaíl Pávlovič Bestúžev-Rjúmin. Condannati originariamente allo squartamento, la pena venne poi commutata “in segno di misericordia reale” all’impiccagione. Ryléev e Murav’ëv-Apóstol dovevano ancora compiere trentuno anni;  Péstel ne aveva trentatré; Kachóvskij ventinove; Bestúžev-Rjúmin venticinque. Durante l’esecuzione, le corde di Ryléev, Kachóvskij e Murav’ëv-Apóstol si spezzarono, e i condannati caddero dal patibolo. Per antica tradizione questo avrebbe dovuto salvar loro la vita, invece fecero portare altre corde e li impiccarono di nuovo. Salendo per la seconda volta sul patibolo, Sergéj Ivánovič Murav’ëv-Apóstol avrebbe detto: «Infelice Russia! Non sono capaci nemmeno di impiccare come si deve…» Il luogo di sepoltura dei cinque capi decabristi resta tuttora sconosciuto.

[2] Il 14 dicembre, nella piazza del Senato, Vil’gél’m Kárlovič Kjuchel’béker tentò di sparare al granduca Michaíl Pávlovič e al generale Vóinov, ma entrambe le volte la sua pistola, caduta in precedenza nella neve, fece cilecca. Dopo una lunga fuga, fu catturato il 19 gennaio 1826 alla periferia di Varsavia. Fu portato a San Pietroburgo in catene e rinchiuso il 26 gennaio nel rivellino Alekseevskij della fortezza di Pietro e Paolo. Aveva ventinove anni. Condannato a venti anni di lavori forzati, fu trasferito in seguito a diverse fortezze e infine deportato in Siberia. Nel 1845 divenne cieco. Morì a Tobol’sk, l’11 agosto 1846.

[3] Il verso allude a Púškin, morto il 29 gennaio (10 febbraio) 1837 in seguito alle ferite riportate nel duello con  Georges d’Anthès, e forse a Lérmontov, ucciso in duello da Nikolaj Martynov il 15 (27) luglio 1841.

[4] La strofa si riferisce alla morte di Aleksándr Sergéevič Griboédov, drammaturgo, poeta, compositore e diplomatico, autore commedia che segnerà un’epoca: Che disgrazia l’ingegno! (Gore ot uma, tradotto anche L’ingegno, che guaio!), scritta nel 1822 e completata tra il 1823 e il 1825. Griboédov aveva trentaquattro anni quando, il 30 gennaio 1829, morì a Teheran, combattendo eroicamente contro la folla inferocita che aveva preso d’assalto la sede della missione diplomatica russa, massacrando quanti vi si trovavano. Il corpo del grande drammaturgo fu trascinato per tre giorni lungo le strade della città, e fu possibile identificarlo solo grazie a una vecchia ferita alla mano sinistra.

No, non te così ardentemente amo

Ascolta la romanza di Nikoláj Alekséevič Titóv (1800-1875)

Michaíl Jur’evič Lérmontov (1814-1841). Traduzione di Roberto Michilli.

No, non te così ardentemente amo,
non risplende per me la tua bellezza:
in te amo il mio antico dolore
e la perduta mia giovinezza.

Quando a volte guardo nei tuoi occhi,
immergendomi in essi a lungo con lo sguardo,
mi prende un discorso misterioso,
ma non con te il mio cuore parla.

Parlo con un’amica dei giovani giorni;
nel viso tuo io cerco un altro viso;
labbra ormai mute sulle vive tue,
negli occhi tuoi la fiamma di occhi spenti.

1841

 

1
Нет, не тебя так пылко я люблю,
Не для меня красы твоей блистанье:
Люблю в тебе я прошлое страданье
И молодость погибшую мою.

2
Когда порой я на тебя смотрю,
В твои глаза вникая долгим взором:
Таинственным я занят разговором,
Но не с тобой я сердцем говорю.

3
Я говорю с подругой юных дней;
В твоих чертах ищу черты другие;
В устах живых уста давно немые,
В глазах огонь угаснувших очей.

1841

 

 

 

Gornye veršiny… (Le sommità dei monti…)

Musica di Aleksándr Egórovič Varlámov (1801-1848). Canta Olég Pogúdin.

Michaíl Júr’evič Lérmontov (1814-1841). Из Гëте (1840). Traduzione di Roberto Michilli.

Горные вершины
Спят во тьме ночной;
Тихие долины
Полны свежей мглой;
Не пылит дорога,
Не дрожат листы…
Подожди немного,
Отдохнешь и ты.

 

Da Goethe

Le sommità dei monti
dormono nelle ombre della notte;
le quiete vallate
sono ricoperte di fresche brume;
non si leva polvere dalla strada,
non tremano le foglie…
Resisti ancora un poco,
ti riposerai anche tu.

 

L’originale di Goethe:

Über allen Gipfeln
Ist Ruh;
In allen Wipfeln
Spürest du
Kaum einen Hauch;
Die Vögelein schweigen im Walde.
Warte nur, balde
Ruhest du auch.

 

Qui si può ascoltare il bellissimo duetto di Antón Rubinštéin tratto dalla stessa lirica. È  interpretato da Rusanna (soprano) e Karina (mezzo–so­prano) Lisicián, accompagnate al fortepiano da Irína Butýrina.

Festeggiamenti in onore di Lermontov – 2

Centro Russo di Scienza e Cultura. Roma, Palazzo Santacroce. 7 ottobre 2014

http://ita.rs.gov.ru/ru/node/3281

http://www.rgali.ru/object/354300054?lc=ru

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Il tavolo dei relatori. Da sin.: la moderatrice Larissa Nikolaevna; Roberto Michilli; il prof. Stefano Garzonio, Università di Pisa, Direttore del Centro delle ricerche “Russkij Mir”; il dottor Oleg Osipov, Direttore del Centro Russo di Scienza e Cultura a Roma; la prof.ssa Tatiana Goriaeva, Direttore dell’Archivio Statale Russo per la Letteratura e le Arti, Mosca.

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Le foto di Olli:

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Dopo (foto di Pino Michilli):

Roma 7 ott 9

40 poesie – seconda edizione ampliata

È in corso di stampa

 

coptotale40poesieSE Figura

 

coptotale40poesieSE Aletta 1

coptotale40poesieSE Aletta 2

 

La nota del curatore alla seconda edizione:

Ho inserito nell’antologia altre quattordici poesie:

Узник (Il prigioniero), 1837;
− «Когда волнуется желтеющая нива…» («Quando s’agita il campo di grano biondeggiante…»), 1837;
Дума (Meditazione), 1838;
− «Не верь, не верь себе, мечтатель молодой…» («Non credere, non credere a te stesso, giovane sognatore…»), 1839;
Дары Терека (I doni del Térek), 1839;
И скучно и грустно (E mi annoio e mi rattristo), 1840;
Пленный рыцарь (Il cavaliere prigioniero), 1840;
Сон (Il sogno), 1841;
Договор (Il patto), 1841;
Тамара (Tamara), 1841
Морская царевна (La principessa del mare), 1841;
Пророк (Il profeta), 1841;
− «Нет, я не Байрон, я другой…» («No, non sono Byron, io sono un altro…»), 1832;
Русалка (La Rusalka), 1832.

Sono tutte già tradotte in italiano, per questo le avevo tralasciate, salvo «Quando s’agita il campo di grano…», Il prigioniero e Meditazione inserite tra le note nella versione di Tommaso Landolfi. Però anche le altre sono liriche im­portanti, e mi è sembrato che senza di esse il ritratto di Lér­montov fosse incompleto. Certo, il lettore di buona volontà avrebbe potuto reperirle altrove, benché non sia sempli­cissimo, ma non mi è sembrato giusto costringerlo anche a questo sacrificio. Ho fatto pertanto un ulteriore sforzo, spe­rando che il libro così arricchito possa disegnare un’imma­gi­ne più compiuta di un grandissimo poeta.

Per questa nuova edizione ho tradotto anche due liriche di Púškin: Prorok (Il profeta), che si può leggere nelle note a Il profeta di Lérmontov; e «Я вас любил, любовь еще, быть может…» (Vi ho amata, l’amore ancora, forse…) inserita tra le note a «Ci siamo lasciati; ma il tuo ritratto…».

Ringrazio per il suo prezioso aiuto Chiara Munerato, мой ангел-хранитель.

Roberto Michilli

 

(Le poesie tradotte sono ora sessanta. Le bonus track salgono così a venti.)