Perché i poeti… 2012. Omaggio a Hone Tuwhare 1

Teramo, 6 luglio 2012. L’intervento della Dottoressa Simona Nati:

Hone Tuwhare, una voce per la Nuova Zelanda

Hone Tuwhare, nato nel 1922 e scomparso nel 2008, è stato senza dubbio il poeta più importante della tradizione neozelandese. Nel 1999 fu il secondo poeta neozelandese ad essere insignito del titolo di poeta laureato, nel 2003 partecipò alla Arts Foundation of New Zealand Icon Artists in qualità di uno dei dieci più grandi artisti neozelandesi viventi; nello stesso anno fu insignito del Prime Minister’s Awards for Literary Achievement per il suo imponente contributo alla letteratura del suo Paese. Nel 2005 ricevette un’ulteriore riconoscimento dall’Università di Auckland, che lo descrisse come New Zealand’s most distinguished Maori writer. La poesia Friend, appena letta e tradotta, fu pubblicata nel 1958 nella raccolta No ordinary sun, di cui parleremo più avanti. Il tono è fortemente evocativo, e c’è un fortissimo richiamo alla natura, centrale nella cultura neozelandese; l’albero è fortemente personalizzato, e quest’immagine non è casuale: Tane Mahuta, il dio albero, era rappresentato proprio come un albero con la testa a terra e le gambe verso l’alto: con la forza inarrestabile della crescita è l’unico che è riuscito a staccare Rangi (ranginui il cielo) da Papa (Papatuanuku, la madre terra).
La Nuova Zelanda, per la sua storia e per le vicende passate, rappresenta una realtà particolarissima, difficile da comprendere pienamente, e Hone Tuwhare, con il suo linguaggio semplice, immediato ma ricco di significati, e con la sua identità profondamente māori, è riuscito a descrivere alla perfezione; le sue poesie furono caratterizzate dalla varietà di tono, dalla naturalezza nel passaggio dal registro formale a quello informale e viceversa, dal continuo spostamento dall’humour al pathos.
Partiamo dall’inizio.
Fino alla metà del ‘700, la Nuova Zelanda era una terra incontaminata, lontana – non solo a livello spaziale – anni luce dal già frenetico mondo europeo.
Nel 1769 il Capitano inglese James Cook arrivò in Nuova Zelanda – non fu il primo, dato che nel 1642 ci era già stato il navigatore olandese Abel Tasman – e una nuova colonia si aggiunse così al dominio inglese. L’impatto che i nativi ebbero con i pakeha (1) all’inizio non fu poi così drammatico (2), ma la convivenza si dimostrò presto impossibile a causa dell’assoluta differenza di mentalità tra i māori e i pakeha: i primi appartenevano a un mondo rurale, regolato da superstizioni e antiche tradizioni, mentre i secondi erano già immersi nella nuova mentalità portata dalla Rivoluzione Industriale ed erano di religione cristiana. Soprattutto, però, si sentivano superiori rispetto ai nativi e per questo cercarono in tutti i modi di “civilizzarli”. Questo sarà uno dei temi principali della poesia di Tuwhare, che si identificherà completamente con la definizione di māori.
Ma la cosa che più li distanziava era senz’altro la concezione della natura. I māori ne avevano, e ne hanno tuttora, un assoluto rispetto: è la loro fonte di sostentamento, la loro Madre, non un qualcosa di inanimato da sfruttare per arricchirsi.
Nonostante gli ingenti danni causati a tutto il territorio, il problema più grande fu quello dell’alienazione della terra, che fu letteralmente strappata dalle mani dei māori con l’inganno. Il 6 febbraio 1840 fu infatti siglato il Trattato di Waitangi: per un errore di traduzione i māori, firmando nella convinzione di dare semplicemente in prestito i loro possedimenti, cedettero tutta la terra ai coloni. I māori si ritrovarono così senza patria nella loro stessa nazione, e furono continuamente vittime di soprusi e violenze. Non persero infatti solo la loro terra, ma anche la loro lingua e la loro cultura. I māori identificavano se stessi e gli altri mediante il legame con la propria tribù e il territorio: per questo con l’alienazione della terra tutto il loro mondo scomparve. Nel 1860, nel tentativo di riavere ciò che era stato tolto loro ingiustamente, iniziarono le Land Wars. Il popolo si unì per combattere la causa; molti di loro morirono e lo spirito nazionalista si fece sempre più forte.
Abituati a una tradizione orale, furono costretti all’uso della scrittura – principalmente per scopi di conversione – e per competere con i coloni dovettero iniziare a esprimersi in inglese. Inoltre, a causa dell’introduzione della scrittura, furono obbligati ad approcciarsi ad una nuova visione del sapere. Per i māori, infatti, il sapere – tapu in lingua māori – era qualcosa da custodire gelosamente – solo alcuni capi potevano detenerlo – e non certo qualcosa da diffondere deliberatamente.
Spesso si dice che silence was the inevitabile reaction by Māori to colonization (3): per questo motivo per anni la loro cultura scomparve, e solo dal 1970 in poi si è potuto assistere al loro riscatto – il movimento, fondato dai più importanti esponenti della cultura neozelandese, tra cui lo stesso Tuwhare, prese il nome di The māori Renaissance e aveva come scopo la denuncia delle ingiustizie subite e il recupero di un’identità strappata via con violenza. Nel 1987 la lingua māori è stata riconosciuta come lingua ufficiale della Nuova Zelanda a fianco dell’inglese, ricostruendo così un altro aspetto della loro vita che era stato cancellato.
Oggi la Nuova Zelanda, il luogo più lontano dall’Europa – la distanza tra Roma e la Nuova Zelanda è di ben 18.389 chilometri – ha riacquistato la sua dignità, è famosa in tutto il mondo per la bellezza dei suoi paesaggi e per gli All Blacks, la sua squadra di rugby – che ha avuto il merito di far conoscere al mondo l’haka, la tipica danza māori erroneamente considerata di guerra – e rimane fortemente ancorata alle proprie tradizioni, che così a lungo le sono state negate.
Hone Tuwhare ha iniziato la sua attività di poeta nel 1954, anno in cui la rinascita māori doveva ancora avere inizio. Nel 1958 viene pubblicata No ordinary sun, senza dubbio la sua opera più importante. Il successo fu tale da garantire dieci ristampe nei successivi trent’anni, e questo l’ha fatta di diritto comparire in tutte le antologie di letteratura neozelandese. Universalmente riconosciuta come un’allegoria dell’apocalisse atomica, quest’opera utilizza gli elementi naturali, come ad esempio il sole, la luna, il vento e il mare, per fare una critica alla realtà moderna, sempre meno attenta al rispetto della natura. Questa concezione è tipica della cultura neozelandese, e allo stesso tempo lontanissima dal modo di comportarsi del resto del mondo. C’è un chiaro riferimento al bombardamento di Hiroshima del 1945 e alle terribili conseguenze che esso portò, prima tra tutte la desolazione e lo sconforto di vivere in un mondo in grado di autodistruggersi. Lo stesso Tuwhare affermò che the main theme is […] the horror and desolation that an H-bomb would bring, something I feel very strongly[ …] I am aware all the time of the threat that is hanging over our world. Le bombe lanciate contro Hiroshima non furono l’unico evento a turbare il poeta: nel 1959 infatti furono fatte esplodere più di 250 bombe nell’Oceano Pacifico.
Il suo ruolo nella rinascita māori fu fondamentale, divenne una figura chiave per il riscatto politico-sociale per il suo popolo. Dagli anni ’70 in poi la sua fama crebbe notevolmente; per la prima volta lasciò il Paese per visitare, tra gli altri luoghi, anche la Cina e la Germania. La sua fama in quest’ultimo Paese fu tale da portarlo, nel 1985, alla pubblicazione dell’opera Was wirklicher ist als Sterben, integralmente in tedesco.
Gli anni ’90 segnano un’ulteriore svolta nella carriera di Tuwhare; nel 1991 esce infatti In the Wilderness Without a Hat, nel 1992 Short Back and Sideways: Poems & Prose e nel 1997 Shape-Shifter. Questa nuova svolta fu dovuta in parte anche al suo trasferimento, nel 1992, nel South Otago; qui, il poeta si concentrò sul problema del cibo proveniente dal mare nella zona delle Catlins.
Tra qualche minuto leggeremo e tradurremo la poesia The old place, che parla di una casa che used to be loved and cared for but it has now lost all the life it once had, ma che ora non ha più nessuno che se ne prenda cura. Questa casa è abbandonata perché tutti si sono trasferiti in città, lasciandosi alle spalle anche il passato e le tradizioni che li avevano accompagnati. Il senso di abbandono e solitudine è rimarcato dalla ripetizione di no one; questo senso di abbandono può essere applicato a tutta la società circostante, che sembra non interessarsi più alle tradizioni del passato. Secondo il poeta, è proprio questo distacco che porterà alla rovina del mondo.
Hone Tuwhare è morto nel 2008, lasciando una grande eredità: far conoscere al mondo la vera identità della Nuova Zelanda, ancora oggi sconosciuta alla maggior parte delle persone, e l’importanza del rispetto della natura, oggi così sottovalutato. Forse, la generazione dei nuovi poeti riuscirà a raccogliere questi messaggi.

(1) Questo termine inizialmente indicava i coloni bianchi, mentre oggi identifica i neozelandesi di origine europea.
(2) Marinella Rocca Longo, Maori e Pakeha, due culture nella narrativa neozelandese, Pàtron, Bologna 1975 pp. 19-22.
(3) Ibid, cap.1.

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Ringrazio Simona Nati per avermi permesso di pubblicare il testo del suo intervento.