Fermaglio marca “Leone”, misura n. 3

L’oggetto, che taluno chiama anche “graffa”, “clip” o “attàche”, è costruito con lucente filo metallico (zinco-cromo?), opportunamente sagomato.

La sua forma potrebbe ricordare una casa alta e stretta, col tetto a capanna, avente sulla facciata una porta aperta che ripete il disegno della copertura; oppure due case viste in prospettiva, la più bassa davanti; o, ancora, una successione di due montagne, dai ripidi, precipiti fianchi; oppure, più modestamente, una doppia punta di lancia o di freccia.

Il tatto racconta di due vuoti, uno più vasto dell’altro, incorniciati, delimitati e forse protetti da un confine sottile, liscio e duro, per lungo tratto doppio come un binario ravvicinato; due asperità laterali minacciano dolore; all’inizio dell’esame, l’oggetto era freddo e scostante, poi ha rubato calore dalle dita che lo sostenevano, e s’è fatto tiepido, gentile, gradevole da maneggiare.

All’odorato si apprezza un lievissimo sentore di metallo.

Se lo si tiene in bocca, anche la lingua è portata a seguire le cornici e a individuare due spazi, uno più esteso prima, un altro più breve dopo; tenutovi sopra per qualche secondo, l’oggetto stimola la produzione di saliva; dopo averlo tolto, persiste a lungo sull’organo del gusto il suo ricordo, somatizzato in un senso di fresco pizzicore.

Non emette suoni: accostato all’orecchio e sollecitato con l’unghia rimane sordo.

E’ raro che se ne stia da solo; quando ancora vive nella scatola di cartone verde, ha la compagnia dei suoi numerosi fratelli; si assomigliano tanto, che è difficile se non del tutto impossibile distinguerli l’uno dall’altro; anche quando esce allo scoperto e attende in ciotole, posacenere e contenitori d’ogni tipo d’essere chiamato a svolgere la sua funzione è quasi sempre insieme ad altri, anche se stavolta è improbabile che i suoi colleghi siano tutti della sua stessa marca, forma e misura; è molto frequente, infatti, in queste oasi tranquille, la pacifica convivenza di individui aventi dimensioni o forme diverse oppure costruiti in altri materiali; sono stati ad esempio osservati esemplari in cui il filo di metallo è rivestito da una guaina di materiale plastico in diversi colori, così come in altri il filo è dorato, sì da farli apparire simili a gioielli, il cui uso è, con ogni probabilità, riservato ad occasioni particolari.

Il fatto che esistono individui aventi identica forma e dissimili solo nelle dimensioni, potrebbe indurre a ipotizzare una forma di vita silente, nei nostri oggetti, che li porta a evolvere nel tempo, facendoli crescere e  sviluppare; non appare peregrino, in questa ottica, postulare anche una loro nascita e una successiva estinzione. Per quanto azzardata, rientrerebbe nell’orizzonte del possibile anche l’eventualità che quest’oggetto lucente abbia una sua vita sessuale.

La sua vocazione è riunire; è un pastore: odia le cose sparse, discinte, sfrangiate; è per l’ordine, la vicinanza, la comunione.

Trattiene, ma senza imprigionare: è sempre disposto a cedere ciò che ha, se lo si tratta con gentilezza.

L’esercizio delle sue funzioni è reso possibile dalla naturale elasticità del metallo, esaltata dalla trafilatura e dalla successiva costrizione nella forma. Le due punte di freccia, infatti, possono essere scostate per un apprezzabile tratto senza che l’oggetto perda la sua integrità; tende invece a ricomporre la fattezza originaria, opponendo una forza fatta di pura essenza formale alla trazione, pronto a rientrare nella idea di se stesso.

Tale elasticità gli permette di stringere tra le frecce, e ivi di trattenerli, fogli d’ogni tipo, così come fotografie, assegni, banconote e biglietti.

Quando esegue i suoi compiti, il fermaglio cambia aspetto. Le frecce, infatti, si dividono, separate dal o dai fogli interposti; gli spazi all’interno delle cornici non sono più vuoti, ora, ma racchiudono un’area che ha il colore e la consistenza del foglio fermato, più vasta da un lato, meno dall’altra.

Un tempo, capitava di frequente che individui della specie avessero la possibilità di viaggiare per lavoro. Racchiusi, insieme ai fogli trattenuti, in appositi involucri, venivano spediti un po’ dovunque, finanche all’estero o in paesi esotici. L’avvento di macchine automatiche per lo smistamento della corrispondenza, ha fatto sì che le amministrazioni preposte decidessero di sconsigliare l’uso dei nostri oggetti, perché il loro spessore e la loro durezza metallica avrebbero potuto creare nocumento alle veloci ma delicate apparecchiature.

Non è raro che alcuni soggetti vengano distolti dalla loro funzione originaria per essere utilizzati in altri modi; non sono pochi, infatti, quelli che amano giocherellare con essi, disperdendo in tal modo ansie e tensioni; va comunque rilevato che quasi sempre tali manipolazioni si concludono con la distruzione dell’oggetto, o almeno con la dissoluzione della sua forma originaria, peraltro unica artefice e insieme garanzia della sua funzione.  In alcuni casi, però, tali manovre non sono il frutto di una incosciente proiezione sull’oggetto di nostri stati emozionali, quanto una cosciente ricerca di nuove forme, ergo di nuove funzioni, utilità altre in rinnovate epifanie.

Se infatti si tiene  ferma tra pollice e indice della mano destra la punta più lunga, e contemporaneamente si inserisce l’unghia del pollice sinistro sotto la punta interna; se a questo punto si applica una trazione sufficiente a sollevare quest’ultima di circa un centimetro, senza preoccuparsi se all’inizio dell’operazione la punta tenuta nella destra tenderà a incastrarsi anch’essa sotto l’unghia, ma anzi assecondando tale slittamento; se si inseriscono adesso le punte dei due pollici nello spazio così creato per vincere la naturale elasticità del metallo e allargarle fino a formare un angolo di 180°,  ci si ritroverà in mano un gancio a forma di “esse” allungata, stato intermedio della metamorfosi, già in sé utile per molti usi.

Se avendo come punto di partenza il gancio a forma di “esse” allungata ottenuto con la manovra sopra descritta, si impugna ora la punta più grande, stringendola saldamente tra la prima falange del pollice e la seconda dell’indice della mano destra, e si inserisce la punta del pollice sinistro all’interno della freccia più piccola, con la punta dell’indice posata sull’estremità sinistra della stessa, basterà spingere in alto col pollice sinistro, facendo perno sull’indice della stessa mano, per sollevare il bordino metallico e distenderlo del tutto; si potrà rifinire il lavoro con alcuni tocchi di pollice e indice sinistri operanti in amichevole collaborazione.

Avremo così ottenuto un punteruolo munito di manico, con una lama lunga mm 40, di rara utilità per dovizia di usi, spazianti dal nettapipe all’arnese da scasso.

Si potrà, volendo, ripetere in seguito la manovra anche dal lato della punta più lunga, ora manico del punteruolo. In questo caso, ci si ritroverà, ad operazione eseguita, ad avere in mano un gradino metallico di 7 mm, con due bracci di lunghezza diseguale ai lati; quello già noto di mm 40 e un altro di mm 60. Se si stringono ora i due bracci metallici tra le punte di pollice e indice di ciascuna mano, si otterrà una specie di manovella, che può essere fatta ruotare nei momenti di inazione al posto dei pollici.

Resta ora da compiere l’ultimo passo; le manovre occorrenti richiedono all’operatore forza e perizia: il ferro, che s’è mostrato sempre accondiscendente alle operazioni finora eseguite, resisterà, infatti, a quest’ultima, definitiva metamorfosi, e sarà praticamente impossibile ottenere un risultato perfetto.

Procederemo dunque a raddrizzare anche il gradino. Nella fase intermedia, ci ritroveremo per le mani una grande lettera “L” maiuscola, per la quale possono essere di certo trovati utili usi.

Alla fine, torneremo all’origine, come è giusto e bello che accada, e avremo davanti un filo metallico di lucente color argento, del diametro di mm 1 e della lunghezza di mm 105.

(2001)

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Antica danza rituale

Ogni giorno al calar del sole, davanti all’imperatore, tramite fra gli dei e gli uomini e perno dell’armonia universale, le danzatrici del balletto di corte eseguivano l’antica danza rituale. Ripetendosi sempre uguali a se stessi, la musica e i gesti influivano sul tempo e ne assicuravano l’eterna continuazione.

Un giorno la più giovane delle danzatrici fu distratta dai lucenti occhi bruni del giovane principe ereditario, e ritardò impercettibilmente un passo. Se ne accorse solo la sua anziana maestra, che trattenne il fiato, terrorizzata. Ma nulla accadde. Il sole continuò lentamente a tramontare e la danza arrivò alla fine nel momento dovuto, mentre  l’ultimo raggio abbandonava l’orizzonte.

Passarono gli anni. La giovane danzatrice era ormai diventata prima ballerina. I raffinati intenditori di corte dicevano che nessuna era mai stata più bella e più brava di lei. Una sera, mentre avvolta nel suo  pesante vestito d’oro si accingeva ad eseguire il Saluto del serpente, il più difficile dei 999 passi che componevano il balletto, la danzatrice pensò che sarebbe stato  tutto più bello ed elegante se il  dito mignolo della mano sinistra, invece di restare allineato  con le altre dita, si fosse lievemente inarcato verso l’alto. Eseguì quindi il Saluto col mignolo sollevato. La  vecchia maestra fu l’unica a notare la variazione all’antico ordine, e un brivido freddo le corse lungo la rigida spina dorsale perché capì che questa volta la ballerina non sarebbe stata perdonata. Quando la terra prese a tremare, chiuse gli occhi e aspettò la fine.

(2000)

Triplo salto mortale

A Carnevale, la Società sportiva organizzava dei veglioni per raccogliere fondi in favore della  squadra di pallacanestro. La sala che ospitava il cinema, al primo piano del quattrocentesco palazzo comunale, veniva liberata dalle file di sedili in legno e addobbata con festoni e lampioncini di carta colorata. A noi ragazzi non era permesso partecipare. Ci volevano almeno sedici anni. Al fine di controllare meglio gli accessi, il gabbiotto mobile di masonite che serviva da botteghino per il cinema veniva spostato dal corridoio del piano nobile alla sommità della prima rampa di scale. Dentro, a fare i biglietti,  sedeva Svaldino; lo contornavano robusti giovanotti, incaricati del servizio d’ordine. Impedivano l’ingresso a portoghesi e minorenni, sedavano le risse, riducevano a più miti consigli qualche paesano che dava un po’ troppo fuori di matto, esaltato dalle abbondanti libagioni e dal clima di festa. Tenuti attentamente d’occhio dai forzuti, ce ne stavamo lungo lo scalone, e da lì ammiravamo i generosi decolté delle signore del paese, irriconoscibili nelle loro tolette e scortate da cavalieri irrigiditi nell’abito scuro delle grandi occasioni.
Una volta, però, qualcuno ebbe l’idea di riservare il pomeriggio del martedì grasso a una festa per noi  ragazzi. Fu un successone. Accorremmo in tanti. Ci sorrideva l’idea di poter dare un’occhiata da vicino a quella sala in cui immaginavamo si svolgessero, in nostra assenza,  chissà quali eventi straordinari. Come unico travestimento, avevamo quasi tutti semplici mascherine. Tonino non portava nemmeno quella. S’era messo, però, una benda nera su un occhio, convinto che bastasse a trasformarlo nel Corsaro Nero, il suo idolo. Solo Franco indossava una specie di domino viola, che gli aveva cucito la sorella. Purtroppo era uscito corto, e così dal fondo spuntavano i suoi inconfondibili piedoni piatti nelle solite scarpacce nere, per cui a ben poco serviva quel camicione dal colore orribile. Poi, però, arrivarono i figli di papà nei loro costumi rutilanti. Odalische; fatine; damigelle; due Robin Hood; tre o quattro Zorro; antichi romani, un maragià col turbante ornato di un lunghissimo asprì e, dulcis in fundo, il più odioso e spocchioso di tutti, uno spilungone con il collo da giraffa, figlio del possidente numero uno del paese, in un favoloso costume nero da ussaro, completo di stivali, sciabola, dòlman con gli alamari d’argento e colbacco. Restammo tutti a bocca aperta. Avremmo dato volentieri un braccio, per avere un costume come quello. Odalische, fatine e damigelle ronzavano tutte attorno a lui.
Ma non era finita. Ben altro dovevamo subire ancora. Le mascherine potevano esibirsi. Ai più bravi erano riservati bellissimi premi. Chiamati ad iscriversi alla gara,  i ragazzi in costume annunciavano quale sarebbe stato il loro numero. Quasi tutti avrebbero cantato, recitato poesie o suonato qualche strumento. Ma l’ussaro, con quel po’ po’ di sciabolone al fianco, non poteva certo cavarsela con qualcosa di così poco eroico. No, poffarre: lui disse che avrebbe eseguito nientepopodimenoche un triplo salto mortale, volando giù dal palco a tre metri da terra sul quale era appollaiata l’orchestra. Damigelle, fatine e odalische erano ormai in deliquio.
Col morale sotto i tacchi,  cominciammo a sorbirci la sequela di canzoncine, filastrocche e domeniche andando alla messa suonate su flauti  spaccaorecchie, in attesa che arrivasse il momento del salto. Il tempo passava, l’ora fatidica stava ormai per scoccare. Ben presto il babbeo in dolmen avrebbe compiuto quell’impresa strepitosa, seppellendoci per sempre nella nostra mediocrità.
Ecco che finisce anche l’ultima Vispa Teresa. Riceve la sua dose di applausi e viene giù dal palco. Tocca a lui, adesso. Un grande silenzio scende nel salone. Tutti gli occhi sono fissi sulla scala. Ma invece dell’ussaro, vediamo arrampicarsi faticosamente un panzone della Società sportiva. L’ussaro ha bisogno di qualche minuto per prepararsi, dice. Intanto l’orchestra suonerà qualcosa per noi.
Una canzone, due, tre ed ecco di nuovo il panzone arrancare su per  la scala. Il previsto triplo salto mortale non sarà eseguito, annuncia. L’ussaro non si trova più.
Un incontrollabile forsennato applauso sommerge le ultime parole del trippone. Gioia pura scorre per la sala. Tonino si toglie la benda nera dall’occhio e arremba la damigella più vicina. E’ il segnale: in un baleno le odalische e le fatine sono tutte nostre. 

(2001)

Terni e quaterne

Papà concordava sempre le giocate col suo amico Mucci, il fattorino del telegrafo, basso, magro, nervosissimo, che in ogni stagione girava infagottato in un cappotto scuro troppo grande per lui e aveva la sua stessa passione per il lotto. Tra i due era sempre un gran consultare di smorfia e un ragionar sottile sull’interpretazione che doveva essere data a un certo sogno. Non vincevano mai, anche perché miravano alto, giocando solo terni e quaterne e per di più su ruota fissa. Sostenevano entrambi che la vincita doveva essere tale da cambiare la vita, altrimenti non serviva a niente. Credo che in realtà non ci tenessero poi tanto a vincere. Erano più importanti la speranza e l’emozione che l’attesa regalava loro. Il paese non aveva il banco lotto, ma c’era sempre un conoscente che durante la settimana andava in città per qualche faccenda, e a lui veniva affidata l’incombenza. Da quando cominciai a frequentare le superiori, di quella delicata missione mi incaricai io. Cagliari era la loro ruota preferita. La giocata era da 1000 lire; 4 numeri; 800 di terno e 200 di quaterna. Tutto calcolato per non superare i 20 milioni di vincita, nel caso fossero usciti tutti. Questo perché la direzione del lotto non pagava più di quella cifra, per ogni singola giocata. Nel caso la vincita fosse stata superiore, si favoleggiava che sarebbero state date terre deserte in Sardegna.
Se non ci prendeva per sé, mio padre era però bravo a far vincere gli altri. Erano molti quelli che venivano da lui per farsi “ricacciare” i numeri da un sogno. E siccome non miravano alto come lui e Mucci e si accontentavano di un ambo, magari su tutte le ruote, pizzicavano spesso qualcosa.
Conservo ancora la smorfia che papà teneva da conto come il più prezioso degli incunaboli. Diceva che era antichissima, e ne sfogliava le pagine, alquanto rovinate, con estrema attenzione. In realtà non era antica come pensava lui, essendo stata pubblicata solo a metà dell’ottocento, ma l’ho fatta restaurare e rilegare in marocchino rosso  e la conservo tra le cose più care. Negli spazi bianchi, sono riportati spesso dei numeri scritti da lui, forse appunti presi durante le consultazioni. Ogni tanto provo a giocarli, ma non ho mai vinto. Forse dipenderà dal fatto che anche io gioco solo terni e quaterne, e per di più sempre sulla ruota di Cagliari.

Il paese natio

Tornò in paese dopo trent’anni che ne era lontano. Era ricco  e famoso,  ormai, una celebrità nazionale. Arrivò sulla sua Lancia color  argento,  guidata da un autista in guanti bianchi. La piazza era gremita di gente; la banda suonava in suo onore; il Sindaco in persona gli aprì  lo sportello e gli fece strada verso il palco. Si susseguirono gli oratori. Gli diedero il benvenuto  lo  stesso Sindaco, l’Arciprete e il Segretario della Pro Loco.  Toccava a lui,  adesso,  prendere la parola. Si avvicinò al  microfono; la folla applaudì; lui salutò con le braccia alzate, poi, con  un cenno  delle mani, chiese e ottenne il silenzio. Stava per parlare quando, nel silenzio generale, si sentì una voce gridare: «Ma  quello è Cocciadipica!» «Ma sì» gridò un’altra voce. «E’ proprio lui! E’ Cocciadipica! Ehi, Cocciadipica! Ciao,  Cocciadipica! Ti ricordi di me?» Altre voci si unirono alle prime, e dopo qualche istante tutta la piazza gridò in coro: «Cocciadipica! Cocciadipica!» Lui abbassò la testa, scese di corsa dal palco e si precipitò nella sua Lancia  d’argento. L’autista mise in moto e s’allontanò velocemente. Frotte di ragazzi inseguirono per un lungo tratto l’automobile gridando: «Cocciadipica! Cocciadipica!»

(1998)

L’ultima lezione

Il maestro ha passato tre quarti della sua lunghissima vita a studiare e l’ultimo a meditare. Non ha scritto nulla né ha confidato ad alcuno il risultato di tanta applicazione, nemmeno al suo fedele discepolo, che gli è stato vicino e lo ha assistito per più di cinquant’anni. Il vegliardo è  ormai sul letto di morte. L’anziano discepolo lo vede muovere le labbra. Accosta l’orecchio, allora, convinto di sentire, finalmente, il  distillato di tanta scienza e sapienza. E il maestro sussurra: «

(1998)

Solitudine – 4

Una sera mi sentivo solo e così uscii per strada in  cerca di compagnia. Fermai la prima persona che passò. Era un uomo anziano, piccolo e  magro.  Aveva  un’espressione mite; ispirava fiducia e simpatia. Pensai che avevo avuto fortuna. Gli dissi che mi sentivo solo e che volevo parlare con  lui. Sorrise.  Mi guardò fisso per un istante, poi mi dette un pugno sul naso, girò sui tacchi e s’allontanò a passo svelto. Il  pugno non era stato molto forte, ma l’ometto aveva nocche ossute, e  mi fece  molto male. Mi uscì il sangue, anche, e ci volle del  tempo perché si fermasse.

(1998)