Atlante con figure è in stampa

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Ho avuto il privilegio di farmi accompagnare da Atlante con figure nel corso degli anni: prima ne ho assaggiato dei piccoli pezzi, poi delle versioni più ampie; e non sapevo che intanto, nelle mani del suo autore, il libro continuava a crescere, come una cosa viva, fino a questa lussureggiante versione finale. Che forse finale non è; non potrà mai esserlo, se è vero quello che ho intuito: questo libro si è formato intorno a un magnete fortissimo, di cui si è persa la massa, ma non la forza di attrazione. Anzi, la sua forza attrattiva si è sprigionata proprio perché è scomparsa la sua massa. Il magnete, dopo aver perduto sé stesso, ha iniziato ad attrarre una quantità di oggetti, fino ad attaccarli alla sua superficie. […] Roberto Michilli ha edificato un monumento struggente e implacabile. Questi due aggettivi non sono contraddittori: ogni oggetto che l’autore recupera affondando le mani nella memoria è al tempo stesso struggente e implacabile, perché è un linimento e una ferita; è una visione dolce e un bagliore lancinante; è una commozione e una disperazione.
(dalla prefazione di Tiziano Scarpa)

Il prigioniero sul Primo amore

 

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“Mi sono arrampicato fin sulla cima delle montagne coperte di neve, e non è stato facile. Mezza Georgia è visibile da lassù, come se fosse su un piatto d’argento… Non hai bisogno di niente in quegli istanti, potresti metterti seduto a guardare per tutta la vita.” La prima biografia italiana del grande autore russo, ricca di inediti, scritta da Roberto Michilli e pubblicata da Galaad.

pubblicato da t.scarpa
in dal vivo il 11 novembre 2015

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Oggetti preziosi: la bicicletta

Pubblicato il 24 agosto 2012 da Tiziano Scarpa sul sito della rivista

 

Oggetti preziosi: la bicicletta

di Roberto Michilli

Arrivò in una sera d’estate. Quella bicicletta era il regalo di mamma e papà per essere stato promosso all’esame d’ammissione alle medie. Era costata ventiquattromila lire, una enormità. Non ero stato io a chiederla, non l’avrei mai fatto: sapevo quanto fossero duri da guadagnare i soldi per i miei. Ma da tempo mia madre metteva da parte il necessario per comprarmela. Faceva sempre così, lei. Risparmiava per mesi, per anni, anche, e un bel giorno diceva che si poteva comprare la cucina nuova, oppure il frigorifero o la televisione.

Il camion si fermò nella piazzetta di San Francesco. Ad aspettarlo c’eravamo noi tre, insieme al negoziante e al suo meccanico. L’autista la scaricò. Era protetta da un involucro di cartone. Quando lo tolsero, la mia Vicini Sport apparve in tutto il suo splendore. Il telaio era color dell’oro, le cromature splendevano. Aveva le gomme bianche, il cambio a quattro rapporti e la borraccia. Nel borsellino di cuoio marrone appeso dietro al sedile c’erano i ferri per togliere il copertone, il mastice e le pezze per riparare le forature. Avrei voluto provarla subito, ma il meccanico mi spiegò che oltre ad avvitare i pedali, doveva prima controllare i freni, stringere i vari bulloni, registrare la catena, regolare il manubrio e il sellino. Quando finì, era ormai troppo tardi per provarla su strada, così mi limitai ad arrivarci fino a casa mia, che era lì vicino. La portai su per le scale e fin dentro la cucina. Non mi fidavo a lasciarla sul terrazzo. La notte, non riuscivo a prendere sonno. Ogni tanto lasciavo il letto e andavo a rimirarla. Era la prima bicicletta che possedevo. Avevo imparato tardi, ad andarci, non era facile trovarne una per provare. Un’estate, il mio amico Franco, che veniva ogni anno in paese da Chieti per passare le vacanze dalla nonna, m’aveva prestato la sua. M’ero buttato allora giù per la discesa del Fosso di Manzo, con i piedi lontani dai pedali che giravano vorticosamente. La velocità favoriva l’equilibrio e in breve avevo anche imparato a pedalare.

Mi svegliai che non erano nemmeno le sei. Mamma, però, s’era già alzata e m’accompagnò fin giù al portone. «Sta’ attento» mi disse sorridendo alla mia gioia, mentre partivo. Il cielo era sereno, l’aria fresca, e io volavo leggero giù per la discesa di San Michele.

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Roberto Michilli (Campli, 1949) vive a Teramo. Ha pubblicato alcune raccolte di poesie, i romanzi Desideri (Fernandel 2005), Fate il vostro gioco (Fernandel 2008), La più bella del reame (Galaad 2011) e La chiarezza enigmatica. Conversazione su Giuseppe Pontiggia (con Simone Gambacorta, Galaad 2009). Il suo blog è qui.

Oggetti preziosi: due ruote

Pubblicato il 1 luglio 2012 da Tiziano Scarpa sul sito della rivista

Oggetti preziosi: due ruote

di Roberto Michilli

Sulla Vespa azzurra dello zio Umberto salivo per andare al mare. Dietro, seduta all’amazzone e col foulard in testa, c’era la zia. Io viaggiavo in piedi, tra le gambe del guidatore, reggendomi al manubrio. Il vento mi colpiva in viso e mi costringeva a tenere gli occhi chiusi per quasi tutto il tempo. Mi accorgevo che ci stavamo avvicinando alla meta perché sentivo nell’aria il profumo degli oleandri, mentre passavamo lungo i rettifili di Nereto, e poi quello del salmastro, quando stavamo ormai per arrivare a Tortoreto Stazione. Su una Lambretta primo tipo di colore grigio-verde, zio Raffaello e zia Amelia tornavano da Roma, ogni estate. Riuscivano a trasportarci anche i bagagli e regali per tutti i parenti. Su una Lambretta del tipo nuovo, con la carrozzeria grigio e crema, mi portava con sé il mio amico, Don Nicola, il farmacista. Andavamo al mare a Villa Rosa, alla Fortezza di Civitella oppure all’Acquasanta, a fare il bagno nella piscina d’acqua sulfurea. Quando Renato con gli occhialoni e la cuffia di cuoio passava per il Corso sulla sua rombante Moto Guzzi rossa, che aveva anche il sidecar, tutto il paese si girava a guardarlo. Con un Gilera 175 SS dal faro carenato, Silvio, l’autista degli autobus, faceva le corse. Era grassottello e basso di statura. Non arrivava a terra coi piedi, così per salire e scendere era costretto a cercare un gradino; ma quando correva, col casco rosso e la tuta di pelle nera, e nelle curve si piegava fin quasi a toccare l’asfalto con le ginocchia, si trasformava in un antico eroe, e i nostri cuori battevano tutti per lui. Per vederlo passare, ci arrampicavamo sul tetto dei gabinetti pubblici, là sul Ponte, accanto alla fontana dal grande getto d’acqua gelida. Dal serbatoio del Parilla 150 rosso e bianco di Gigino, il daziere, una volta aspirammo i vapori di benzina, e sballammo. Con il suo Giubileo 98, Luigi, il padre del mio povero amico Tonino, una volta mi riportò in paese dalla città. Fu una cavalcata esaltante, nell’aria dolce di una sera d’estate. Il mio amico Pino, quando tornò dalla Svizzera, portò con sé due valigie piene di sigarette e una strana bicicletta col motore. Si chiamava “Velopap”; il motore era piccolo, sistemato davanti al manubrio. Per accenderlo, bastava spingere una leva. Due rulli si attaccavano allora alla ruota e la salita si faceva lieve. La tozza Motom scarlatta dello zio Vincenzo aveva il nome che si poteva leggere dalle due parti e il cambio all’incontrario, con prima sotto, seconda e terza sopra. Lo zio faceva il muratore. Andavo a trovarlo nel cantiere dove lavorava, e lui mi prestava la moto. Mettevo un po’ di miscela al distributore del mio amico Mino, all’inizio della Via Nuova, poi passavo sotto il fresco verde degli ippocastani e me ne andavo su per le stradine bianche che s’arrampicavano sopra le colline. Dalla cima, mi fermavo a guardare il paese. Le case sembravano tutte così piccole, da lassù. Ero felice quando riconoscevo la mia.

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Roberto Michilli (Campli, 1949) vive a Teramo. Ha pubblicato alcune raccolte di poesie, i romanzi Desideri (Fernandel 2005), Fate il vostro gioco (Fernandel 2008), La più bella del reame (Galaad 2011) e La chiarezza enigmatica. Conversazione su Giuseppe Pontiggia (con Simone Gambacorta, Galaad 2009). Il suo blog è qui.