Note di diario. 30 settembre 2001

Da tempo non annoto più fatti, pensieri, letture ecc. Ho solo un piccolo notes su cui riporto, in modo molto succinto, le cose importanti che temo di scordare.
Perché non lo faccio più? Non direi per pigrizia: altre cose, bene o male, le scrivo. E’ per stanchezza, credo. Non mi sento di affrontare la fatica di guardarmi dentro, di cercare, chiarire, tirare fuori le cose in modo ordinato per fermarle sulla carta oppure qui. Vorrei fosse possibile legare un grosso flusso di pensieri a una sola parola chiave messa per iscritto. Il diario si ridurrebbe così a un sintetico elenco: una pena ancora sopportabile. Tra l’altro, non basta scrivere, perché se lo si fa a mano, poi le cose vanno riportate qui, ed è altro lavoro. In questi giorni sto cercando di mettere ordine tra i vari file, e non è uno scherzo. E quanto sta qui sul pc non è che una minima parte dei cartafacci. Quando guardo tutti quei quaderni, mi cascano le braccia. Mi chiedo anche se ha un senso, questo lavoro. Devo farlo io, l’editing dei miei taccuini, mi chiedo? E mi rispondo: sì: chi vuoi che lo faccia?
Per quanto mi sforzi di superarlo (ignorarlo; dimenticarlo), è innegabile che da gennaio qualcosa è cambiato – in peggio – nel fisico. Al vecchio mal di schiena derivante dalla caduta, e che interessava la zona alta della colonna, s’è aggiunto quello ai lombi, con peso alle anche e alle gambe, formicolii, perdita di sensibilità, impossibilità di stare seduto a lungo ecc. Ne risente tutta la mia vita, e quindi anche il lavoro, che anzi è stato più colpito del resto. E’ da seduto che si scrive, infatti. Comunque.
Negli ultimi tempi mi sono sentito di ritornare, coi pensieri e la scrittura, a quelle atmosfere e ambienti dell’infanzia e della prima adolescenza che già ero riuscito a sfiorare con alcuni degli short pubblicati in Attraverso la vita . Ne ho scritti diversi, spingendomi anche in alcuni dei recessi più profondi e meglio custoditi (Che serà, serà; Sfumatura alta; La carne d’asina ecc.). Devo ammettere che l’ho fatto con una specie di gioia interiore (come se fossi contento di essere arrivato finalmente a farlo, di essere diventato capace di) e con una relativa facilità, a dispetto della delicatezza (impalpabilità; forse addirittura ineffabilità) di certe impressioni. Tanto che il genietto maligno incorporato nel mio codice genetico (ma fa bene: è il suo lavoro) mi ha instillato il sospetto che sia diventato troppo facile scriverli e che forse è il caso di domandarsi se ne vale la pena, se valgono qualcosa, se hanno senso (sia per me, sia per il lettore). Potrebbe anche essere necessario seguire l’esempio del grande Moravia che smise di scrivere i Racconti Romani per il Corriere perché gli venivano troppo facili. Mi chiedo anche se è quello che voglio fare, se ho raggiunto il cuore della mia ricerca e devo quindi restare lì e impegnarmi con tutte le mie forze. Sarei portato a rispondere di sì: mi sento coinvolto, so che per me sono cose importanti, ma esito: temo il sentimentalismo, sempre in agguato, ma ancora più pericoloso in questo genere di rivisitazioni; e poi la ripetitività, di forma e stile. Poi mi dico che intanto è meglio seguire l’estro e buttar fuori. Ci sarà modo poi (speriamo) di riflettere, rivedere, decidere come utilizzare il materiale. Quando li rileggo, quei pezzulli mi piacciono; li leggo volentieri, vorrei ce ne fossero di più, ma contano le mie impressioni?

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